L’inizio di una storia

foto_alberto_neve

Da dove nasce una storia? Da una parola, un’idea, una sensazione, un’immagine?
Non so tu, ma l’origine delle mie storie, belle o brutte che siano, sta quasi sempre in ciò che mi raccontano gli altri. Dopo un’incubazione più o meno lunga, a volte di anni, uno di questi racconti mi chiede di essere arricchito, deformato anche, ma sempre con l’intenzione di diventare storia scritta, quindi narrazione, intreccio, personaggio.
Il primo racconto che scrissi, per esempio, nacque da una testimonianza piccola ma significativa, come se certi fatti abbiano già una loro potenzialità narrativa che vada solo compresa e valorizzata.
Il nocciolo della questione era il seguente: una mia amica si era innamorata di un ragazzo che abitava nel palazzo di fronte, in una via qualunque di Milano. Un sentimento platonico il suo, tipico dei sedicenni di allora, reso però concreto da ripetuti appostamenti diurni e notturni, come nel più classico film di spionaggio, con l’uso di un binocolo e fotografie scattate di nascosto per riprendere l’irraggiungibile oggetto del desiderio nella sua banalità quotidiana, almeno per ciò che può essere visto sbirciando dentro una finestra spalancata del palazzo di fronte. Lui che mangia, lui che studia, lui che guarda la tv, lui affacciato alla finestra. La maglietta che indossa, il libro che legge, insomma cose così.
Conoscere tutto di uno sconosciuto, negli aspetti esteriori più banali, annotarli su un diario, aggiungere una fotografia, e non avergli mai rivolto la parola. E quando la mia amica lo incrocia per strada, l’unica cosa che riesce a fare è abbassare gli occhi e fissargli le scarpe da tennis, un 43 tra l’altro.
Questo per me è un nucleo narrativo sufficientemente ricco, in grado di originare una storia interessante, diciamo un breve racconto tra le cinquemila e le seimila battute. Ovviamente non narro il fatto così come mi è stato raccontato: anzi, lo cambio parecchio. Inverto le parti: nella mia storia sarà lui a spiare lei; la città, Milano, diventa una media cittadina norvegese; e l’elemento ambientale unificante della storia è un’abbondante nevicata, lenta e silenziosa, che ricopre tutto dando un ritmo cadenzato e meditativo alla scrittura. Nevicata che porta in primo piano le impronte della donna sulla neve fresca, il tutto annotato minuziosamente dal protagonista in un diario che scandisce cronologicamente gli avvenimenti, meglio ancora gli appostamenti, che via via si susseguono.
L’elemento intrigante, o almeno quello che nelle mie intenzioni doveva essere il punto forte del racconto, è che la persona spiata, a differenza dell’episodio reale, non appare mai, e il protagonista ne deduce presenza e comportamenti solo da elementi indiretti, come se lavorasse con i tasselli di un puzzle, di cui però non conosce la figura complessiva.
Il finale, perché anche quello è decisivo e va progettato anticipatamente, vede il protagonista a un passo da lei, quindi con l’occasione di incontrarla faccia a faccia, ma all’ultimo preferisce cambiare strada per evitare di distruggere un sogno, e l’immagine perfetta che ha costruito di questa donna.
E tu, quando inizi a scrivere una storia, da dove parti veramente?

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