Due righe di romanzo

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Fra tutti quelli della mia libreria, prendo tre libri a caso tra i molti che non ho ancora letto: Tamaro, Verga, Calvino. Mi chiedo: saranno in grado di trasmettermi un’emozione con i loro incipit? Vediamo che succede.

Susanna Tamaro, in Va’ dove ti porta il cuore, decide di presentarsi al lettore con questa frase:

«Opicina, 16 novembre 1992
Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie».

Una peccatrice, di Giovanni Verga, inizia così:
«Dirò come mi sia pervenuta questa storia, che convenienze particolari mi obbligano a velare sotto la forma del romanzo».

E l’attacco del Castello dei destini incrociati di Calvino è il seguente:
«In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso di passaggio».

Tre incipit per tre scrittori diversi per stile, valori culturali, periodo storico e tematiche. Tutti e tre, però, vogliono che il lettore reagisca alle loro parole e si faccia delle domande. Non vogliono lasciarlo tranquillo, immerso in una lettura passiva e asettica. Come ne solleticano l’attenzione?

Rileggiamo la Tamaro: «Sei partita da due mesi e da due mesi… non ho tue notizie». Chi è partita? Una donna, ovviamente. Sì, ma una donna giovane o vecchia? Non si sa, per ora. Non si sa nemmeno se è ancora viva. Sarà viva? E dove sarà andata? E perché non dà notizie? E che relazione c’è tra chi è partita senza dare notizie e quel Va’ dove ti porta il cuore del titolo? Questo romanzo parlerà di un viaggio? Di un distacco, forse. Per ora non lo sappiamo, ma quante domande hanno scatenato le poche parole apparentemente banali della Tamaro. Domande così sospese da obbligarci a procedere se vogliamo saperne di più. Ed è proprio la mancanza di determinazione del soggetto e del complemento oggetto che ci spinge a proseguire nella lettura.

In Verga, altro che verismo. Tutto è finzione nel suo incipit, a partire dall’inversione della frase. Se scrivessimo in maniera naturale, seguendo le regole grammaticali, cioè mettendo per benino soggetto, verbo e complemento l’incipit diventerebbe questo: «Questa storia, che convenienze particolari mi obbligano a velare sotto la forma di un romanzo, dirò come mi sia pervenuta». Notate quanto sia priva di tensione drammatica rispetto a quella di Verga? Lo scrittore mette la parola chiave della frase, romanzo, in fondo all’incipit. Lo struttura apposta in questo modo per obbligarci a leggere tutta la frase per approdare alla parola più importante, che è anche una rivelazione: la parola romanzo, appunto. Cosa vuole comunicarci tra le righe?
Attenzione, lettore: stai per leggere un romanzo, qualcosa di più complesso di una semplice storia. Il «nostro» incipit, all’opposto, poiché ha come parola chiave quella posta in testa alla frase, cioè storia, comunica esattamente il concetto opposto. In questo caso la parola romanzo è debole  perché sta all’interno della frase, nascosta tra le altre. Sparisce, perdendo quell’intensità che Verga invece voleva dargli. Anche qui, inoltre, come per la Tamaro, si accennano questioni che restano in sospeso: chi narra, di chi si parlerà, e quali siano queste convenienze. Per ora non si sa, ed è il caso di proseguire nella lettura. Però anche senza dirci nulla sentiamo già nell’aria un mistero, e forse addirittura un mistero torbido.
Infine Calvino. «In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso di passaggio». Non viene subito in mente Dante («Nel mezzo del cammin di nostra vita»)? Però anche Verga! Anche qui c’è l’inversione sintattica. Anche qui potevamo scrivere: «Un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso di passaggio in mezzo a un fitto bosco», ma così la frase diventa piatta e banale.
Calvino, con quell’«in mezzo a un fitto bosco» posto in testa, vuole già farci perdere l’orientamento, forse anche la nostra identità. Mischiando la frase, siamo costretti a cercare il soggetto all’interno della stessa, e ci prepariamo inconsciamente a seguire una vicenda fantastica basata sull’intreccio dei destini, sulle carte che mischiate in vari modi portano a storie sempre diverse. Incrociate. I destini si incrociano, ma anche le parole. Anzi, prima ancora dei destini, sono le parole a incrociarsi. La costruzione sintattica «racconta», precede e prepara il tema e la trama di Calvino.
E adesso? Adesso non resta che prendere altri libri a caso dalla vostra biblioteca e riscoprirne gli incipit.

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