L’incipit, 17 febbraio

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Qualche giorno fa vi ho detto che rimettendo le mani in un vecchio scatolone è riemersa un’agendina dove in un’epoca remota annotai appunti e osservazioni sulla scrittura, per poi non farne nulla.
Mi tornano utili ora in questo blog, sperando che possano servire come consigli di scrittura, e magari invogliare anche voi ad aprire un file di word (io ne aprirò uno di open office) e iniziare a scrivere una storia, breve o lunga che sia.

Pagina sinistra della mia moleskine, 17 febbraio, domenica.
Annoto tre gruppi di parole, collegati tra loro con delle frecce. Ecco cosa ho scritto:

1. Incipit efficace (in media res)
2. Studiare la prima frase (non accontentarsi)
3. Preposizione semplice! Pronome!

Be’, che un incipit debba essere efficace mi pare ovvio. Chi vorrà mai trasmettere un senso di noia all’inizio di una storia? Che la storia inizi nel mezzo della storia, altrettanto ovvio. Quando don Abbondio rientra dalla passeggiata e al bivio incontra i bravi, Lucia e Renzo da una parte e don Rodrigo dall’altra hanno già progettato i loro piani contrapposti e passeremo la prima parte del romanzo a ripercorrere ciò che precede la fatidica frase «questo matrimonio non s’ha da fare».
C’è bisogno di ulteriori commenti? Penso di no.

Più interessante è la seconda annotazione: studiare la prima frase (non accontentarsi).
Queste parole meritano una riflessione. Bisognerebbe sì studiare attentamente la prima frase della nostra storia, capire se produce non un qualche effetto su chi legge, ma esattamente l’effetto che noi scrittori vogliamo che produca.
Ammettiamolo, ci accontentiamo. Quando riusciamo a mettere un po’ di parole una dietro l’altra che abbiano un senso compiuto, ci sentiamo soddisfatti e sazi. Sbagliato. Dovremmo produrre invece vari incipit per la nostra storia, affinché le prime parole ci trasportino in un attimo al centro dell’azione, riportandoci così al primo punto su cui ho sorvolato.
Della moltitudine di incipit che ci circondano in letteratura e di quanto sia utile studiarli ho già accennato altrove. Recuperatelo o, in alternativa, avvicinatevi alla vostra libreria e iniziate a rileggere gli attacchi dei romanzi e dei racconti che più vi piacciono. Non c’è modo migliore per trarne ispirazione.

Più interessante di tutte mi pare però la terza osservazione: preposizione semplice! Pronome!
Che volevo dire, e perché quell’enfasi segnalata dall’esclamativo?
In realtà volevo ricordare a me stesso con quel punto esclamativo una cosa semplice: se parti da una preposizione o da un pronome il tuo incipit sarà sicuramente interessante. Proviamo? Metto parole a caso.

«Fra voi e me c’è una terra di mezzo che nessuno ha il coraggio di percorrere».
«Di tutto quello che successe nella notte di Halloween del 1994 nella cittadina di Midwest, solo al comando di polizia hanno un verbale dettagliato».
«A tutti quelli che incrociano il mio sguardo pianterei una pallottola in fronte».
«Da casa mia alla farmacia della Quattordicesima si arriva in tre minuti, se non ti sparano».
«In tutta la mia vita non ho mai visto un ricco che aiuta un povero».

Chissà se questi incipit possono condurre a delle storie. Ve li regalo, magari possono ispirarvi (datemi almeno un centesimo di copyright); ma quello in cui credo è che se iniziate una storia con una preposizione, le possibilità di destare l’interesse del lettore crescono a dismisura perché quella piccola parola che sta all’inizio rende dinamica la frase. Se poi passiamo a un pronome, raggiungiamo l’apice dell’interesse e della curiosità in chi sta dall’altra parte del libro, il lettore. Non ci credete? Non c’è nulla di meglio che provare, sempre con parole scelte a caso.

«La vide avvicinarsi a velocità inaudita, palesarsi con un bagliore folgorante, fu accecato dalla sua pelle bianca che baluginava sotto il sole».
Avete capito di cosa parlo? No? In effetti non lo so neppure io. Ma non importa. L’effetto che si ricava dall’uso del pronome iniziale è comunque quello di aumentare la curiosità del lettore nel tentativo di comprendere chi mai sarà il soggetto della frase. Il pronome lo tiene in sospeso, per adesso; forse nella frase successiva si avrà la spiegazione. Ma il lettore è già dalla tua parte, ha già detto sì inconsciamente alla tua storia. Chi è che si avvicina folgorante, con la pelle bianca, a tutta velocità? Un’auto? Una stella cadente? Una visione immacolata? Una donna? Ditemelo voi.

Ovviamente quanto detto non implica che dobbiamo scrivere per forza così per risultare interessanti. Per fortuna la letteratura offre infiniti modi per avvolgerci nelle sue spire. La lezione che però dobbiamo trarne, almeno quella che ne traggo io, è che non tutti gli incipit sono uguali, che non tutti gli esordienti sono consapevoli dell’importanza delle prime parole, che non dobbiamo accontentarci, e che forse dovremmo ricopiare gli incipit più belli che leggiamo per scoprirne i segreti più reconditi.
Per oggi basta così, mi sembra già fin troppo.
Ci vediamo lunedì 18. Scrivete intanto il vostro incipit.

2 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

2 risposte a “L’incipit, 17 febbraio

  1. Io ho deciso di scrivere il mio incipit per ultimo in quanto le vicende non seguono un andamento temporale lineare, però i tuoi consigli sono ugualmente validi.
    Sapevo anche io che iniziare con una preposizione o un pronome rende la frase molto efficace, perché lascia una sospensione che invoglia il lettore a continuare. Sono contenta che tu mi abbia dato conferma di ciò 🙂

    • Decisione saggia la tua. L’incipit è materialmente la prima frase che i lettori leggeranno di una storia. In quel momento scatterà qualcosa che potrà unirli per sempre a quel libro. Ma la genesi di quella frase ha una gestazione lunga e complessa che va messa in relazione con le altre parti del romanzo. Quando consiglio di scrivere vari incipit, non intendo solo versioni diverse della prima frase sul foglio ancora intonso, ma soprattutto come dici tu: versioni successive in base al resto del lavoro. Mentre la storia procede diventa anche più chiara nella mente dell’autore, che quindi sentirà il bisogno di tornare sui propri passi per rielaborare sotto una luce nuova tutte le parti precedenti, incipit incluso. Basta confrontare l’inizio dei Promessi sposi con il Fermo e Lucia per rendersi conto di questa verità. Ma credo sia una prassi che valga per ogni libro pubblicato e per ogni scrittore.

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