Cagare le parole

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«Uno dei servizi peggiori che potete fare alla vostra scrittura è pompare il vocabolario, cercare paroloni perché magari vi vergognate un po’ della semplicità del vostro parlare corrente. È come mettere il vestito da sera al vostro cagnolino di casa. Il cane sarà imbarazzato e la persona che si è resa colpevole di questo atto di meditata affettazione dovrebbe esserlo ancora di più. Giurate solennemente seduta stante che non userete mai “emolumento” quando intendete “mancia” e non direte mai “John si fermò per una evacuazione” quando intendete “John si fermò a cagare”. Se pensate che “cagare” possa essere considerato offensivo o inopportuno dal vostro pubblico, sentitevi liberi di mettere “John si fermò per andare di corpo” (o magari “John si fermò per un bisogno impellente”). Non vi sto incitando al linguaggio sporco, solo a un linguaggio semplice e diretto. Ricordate che la regola fondamentale del vocabolario è: usate la prima parola che vi viene in mente, se è appropriata e colorita. Se esitate e vi mettete a riflettere, vi verrà in mente un’altra parola, è ovvio, perché c’è sempre un’altra parola, ma probabilmente non sarà buona come la prima o altrettanto significativa».

Stephen King

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5 commenti

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5 risposte a “Cagare le parole

  1. Concordo pienamente. Penso che un linguaggio “quotidiano” avvicini il lettore allo scritto. Quando il punto di vista è interno, diventa quasi obbligatorio. Un bambino non può parlare come un accademico del settecento 🙂

    • Sì, è vero. E non riguarda solo il parlare, ma anche il pensare. King tocca un punto che non è limitato solo al dialogo, ma coinvolge tutta la costruzione del punto di vista della narrazione. Opinioni, comportamenti, giudizi, motivazioni della voce narrante sono troppo spesso più la nostra voce reale che quella del narratore della nostra storia. Non è facile sdoppiarsi.

  2. Giustissimo! L’energia della prima parola che hai pensato difficilmente la ritrovi nella seconda. Comunque King ammette alternative al turpiloquio, cosa che mi sembra molto intelligente. Certe volte la parola forte è irrinunciabile, altre volte è inopportuna.

    • Hai ragione, Grazia, sull’irrinunciabilità o l’inopportunità del turpiloquio a seconda delle situazioni. Mi pare che King sia però più radicale: anche emolumento può essere considerata una parolaccia, una scelta linguistica inappropriata, se la prima opzione era mancia ed è stata cambiata solo per mostrare al lettore il nostro grado di cultura. Anche un termine colto può essere inadatto in un certo contesto perché, come dice per esempio Chiara, un bambino non può parlare come un accademico. Invece i romanzi – specie di esordienti, ma non solo – abbondano di parole inopportune.

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