Corsia tre

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Doveva seguire i consigli dell’allenatore, solo così avrebbe affrontato la gara con tranquillità. Cosa gli diceva sempre Brian Pepper prima della partenza? Inclinati in curva e conserva un’azione fluida a ogni passo. Ma la gara di oggi era diversa. Nelle altre competizioni gli avversari avevano tutti il suo stesso handicap. Certo, non identico. A qualcuno mancava la gamba destra, a qualcun altro la sinistra. In pochi però correvano i duecento metri piani con un’amputazione bilaterale delle gambe. Ma questo non penalizzava Wang Chin, anzi il suo handicap simmetrico gli garantiva una maggiore stabilità. Wang Chin però poteva contare soprattutto su due grandi risorse: una volontà fortissima e un’organizzazione sportiva, quella di Centuria, che seguiva con interesse la sua personale rincorsa alle Olimpiadi, che lo avrebbero visto oggi gareggiare in batteria nei duecento piani in corsia tre contro atleti normodotati.
Wang Chin era un eroe nel suo Paese. La tecnologia offerta dalle Forze armate di Centuria aveva prodotto il «miracolo» di creare un atleta con due protesi in carbonio al posto delle gambe, che era sceso sotto i ventuno secondi netti nei duecento piani. L’Ufficio propaganda aveva coniato lo slogan «noi uguali a noi» per sostenere la sua impresa. A Centuria tutti uguali, a Centuria tutti cittadini, a Centuria tutti con pari opportunità di sviluppo.
Il governo aveva investito somme ingenti per portare Wang Chin alle Olimpiadi tra gli atleti definiti «normali». Dietro la sponsorizzazione traspariva però anche il messaggio politico: se Wang Chin si confronta alla pari con i normodotati dei cinque continenti, il popolo di Centuria è superiore agli altri sotto molti aspetti.
Wang Chin correva invece per dimostrare a se stesso la propria dignità morale, al di là di un handicap invalidante. Voleva correre per chiunque fosse menomato, affinché si potesse un giorno dire che tutti gli uomini erano degni dello stesso rispetto da qualunque punto di vista.

«Inclina il corpo in curva e cerca l’azione fluida a ogni passo», il consiglio ossessivo di Brian.
Centuria non amava quell’omone canadese venuto dall’Ontario per preparare Wang Chin alle Olimpiadi, soprattutto dal punto di vista psicologico. Avrebbero voluto un centuriano per Wang, per rendere la sua impresa ancora più epica; ma l’ostinazione di Wang per avere Brian Pepper come allenatore alla fine fu accettata. Imposero solo la condizione che alle Olimpiadi ci sarebbe stato il cambio di coach, per un successo tutto di Centuria.
L’addio tra Wang e Brian avvenne negli spogliatoi: «Azione fluida e andrà tutto bene», le ultime parole dell’uomo che per quattro anni l’aveva preparato passo dopo passo, nel senso più stretto del termine. Ora Wang avrebbe dovuto proseguire con le proprie forze.
Wang lo vide uscire dallo spogliatoio bruscamente, senza cerimonie, mentre il nuovo allenatore giungeva al suo fianco.
«C’è la Bbc per l’intervista», furono le prime parole del nuovo coach.

Monica Wilson della Bbc, la tv che aveva l’esclusiva della gara, entrò col cameraman nello spogliatoio. Wang sedeva su una panca e aveva già montato le sue protesi.
Assomigliava a un’aquila, le zampe artigliate da rapace maestoso in volo, ma impacciato quando camminava attorno al nido. L’immagine piacque alla giornalista, se ne sarebbe servita per l’apertura del servizio dopo la gara. Non era facile avere l’esclusiva con l’uomo bionico, così era definito Wang Chin dalla stampa sportiva. La protezione di Centuria attorno al suo atleta-simbolo era stretta e le domande venivano filtrate da un commissario politico dell’Ufficio propaganda che seguiva Wang Chin ovunque.
Solite domande, solita banale intervista. A Wang sembrava di essere a metà tra un uomo ammirato e un fenomeno da circo. Però ora accadeva un fatto nuovo: la prima volta di un handicappato alle Olimpiadi per normodotati.
Il peso psicologico gravava per una volta almeno più sugli avversari che su di lui. Vedendo le sue protesi in carbonio avrebbero perso sicurezza, sarebbero stati costretti a lottare contro una tecnologia superiore alle loro forze. In realtà le protesi erano inerti. Solo la volontà di Wang le metteva in moto e dava loro la libertà di correre oltre il traguardo.
Una domanda arrivò a bruciapelo, la giornalista chiedeva cosa avesse pensato quando la Commissione olimpica aveva bocciato l’uso delle protesi nelle competizioni, in quanto erano un evidente vantaggio rispetto alla corsa dei normodotati, poiché diminuivano l’attrito della pista.
«Ho pensato ai bambini senza istruzione, alle donne senza diritti, ai popoli senza libertà. Alla storia di ogni giorno: milioni di senza gambe, ma che nessuno vuole fare camminare.»
«Intende dire che Centuria è invece una nazione di eguali?»
«Questa domanda non è consentita», disse il commissario politico. «Wang parla solo di sport. Niente politica.»
«Resta il fatto – replicò la giornalista – che Centuria oggi ha interrotto la produzione per dare a tutti nelle fabbriche, nei ministeri, nelle scuole, la possibilità di seguire in tv la gara di Wang. Siamo oltre il semplice fatto sportivo.»
«Volevate impedire a un nostro atleta, per di più invalido, di esprimersi alla pari con gli altri, usando cavilli burocratici di nessun conto: tant’è che Centuria ha vinto il ricorso contro la decisione dei giudici. Tutto il popolo corre oggi a fianco di Wang Chin.»
«Oggi farò il botto», disse Wang. «Di questa gara se ne parlerà a lungo.»
«Glielo auguro di cuore», concluse la Wilson.

Ai blocchi di partenza il nuovo coach era tranquillo. Non sarebbe stato lui il responsabile di un’eventuale sconfitta. La batteria era impegnativa: il giamaicano in seconda e lo statunitense in quinta corsia si sarebbero qualificati facilmente. Restava il terzo posto: se Wang ce l’avesse fatta lo stadio sarebbe crollato sotto gli applausi. Ma Wang aveva già conquistato con la sua storia l’opinione pubblica mondiale. Si trattava ora di incassare quella stima e provare a battersi alla pari con gli altri. L’allenatore sapeva che Wang doveva solo affrontare la curva con la giusta torsione del busto. Le protesi in carbonio davano potenza, ma non erano Wang e Wang non era in fibra di carbonio. L’unico modo per sfruttare le protesi a suo vantaggio era costringerle a girare in curva eseguendo una precisa torsione del busto per mantenere un’azione fluida a ogni passo. Se l’inclinazione non fosse stata perfetta, Wang avrebbe perso aderenza, deragliando fuori pista.
Quando lo starter alzò la pistola tutti gli occhi erano sulla corsia tre, come se Wang fosse stato l’unico atleta in gara.
Poi partì un colpo.

Otto uomini scattarono. Wang partì lento, doveva imprimere forza alle protesi per metterle in moto, solo negli ultimi cento metri gli avrebbero restituito la potenza che andava ora creata. L’allenatore capì che il busto di Wang restava rigido, non si inclinava per permettergli di affrontare la curva. Avrebbe invaso la corsia alla sua destra, sarebbe deragliato in quarta, in quinta e oltre, andando diritto anziché curvare. Ai cinquanta metri era in terza corsia, ai sessanta in quarta, ai settanta in quinta. Sul rettilineo finale Wang non ci arrivò, proseguì diritto a 35 chilometri orari, volando verso l’uscita dello stadio.
In trentamila si alzarono in piedi e si curvarono in avanti per scorgere Wang che imboccava il tunnel, senza più seguire degli altri sette che correvano verso il traguardo. Lo videro sparire. Anche la Wilson tra il pubblico si era alzata pensando alle ultime parole di Wang: «Se ne parlerà a lungo.»
Ebbe un lampo, chiese all’elicottero della Bbc che volteggiava sullo stadio di riprendere dall’alto. Dopo un attimo la telecamera inquadrava l’atleta bionico che superava i cancelli esterni dello stadio, tra steward attoniti, e correva, eccome se correva, sull’ampio boulevard tra passanti curiosi e bambini stupefatti nel vedere un’aquila volare rasoterra. Sugli schermi dello stadio, sui televisori del pianeta, ovunque a Centuria, videro Wang sfrecciare verso un edificio bianco a duecento metri, sorvegliato da due guardie armate. I militari se lo videro arrivare addosso a una velocità inconsueta per un uomo senza arti, ma non provarono a fermarlo. Wang superò il cancello, spiccò un salto volando sui gradini, varcò un portone, sfrecciò con azione fluida lungo un corridoio e si fermò davanti a due uomini immobili sul fondo. Quello piccolo e tarchiato dei due si tolse il sigaro di bocca, soffiò una nuvola di fumo, poi scandì bene.
«Benvenuto nell’ambasciata del Canada. Desidera?»
Wang per la prima volta notò che un uomo non aveva abbassato lo sguardo verso le sue protesi, ma restava fisso su di lui, da uomo a uomo.
«Desidero essere anch’io un uomo. Un uomo libero», disse. «Chiedo asilo al Canada.» Poi guardò l’altro. Era Brian Pepper.
Da buon canadese dell’Ontario l’allenatore fece una gran risata e gli diede una pacca sulla spalla. «Corsa davvero fluida, hai fatto il botto.»

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2 commenti

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2 risposte a “Corsia tre

    • Grazie. Useremo questo spunto per parlare di scrittura, da qui il motivo della pubblicazione del racconto. Per partire da qualcosa di concreto, in modo che ognuno possa fare poi delle riflessioni più generali, almeno questo è il mio intento.

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