Chi, cosa, dove…, 19 febbraio

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Prima di iniziare a scrivere il nostro racconto o romanzo, sono sei le domande a cui dobbiamo dare una risposta: chi, cosa, dove, quando, perché e come.
Guarda un po’ che mi dice Da dove sto scrivendo, se non ci fosse lui non ci sarei mai arrivato! Lo so, è banale, ma proseguendo nel «corso» di scrittura basato sui miei vecchi appunti, questo offre la ditta per la terza «lezione». Tranquilli, che ci sbrighiamo in fretta, anche perché navigando blog e siti dedicati alla scrittura si trovano ben altre risorse, queste sì serie, e approfondimenti a volte anche fin troppo sistematici, che ho ben poco da aggiungere di mio.
Dunque, le cinque W del giornalismo (who, what, where, when, why) più H (how).
Questa dell’acca è una fregatura, rompe la simmetria di un modello che sarebbe perfetto senza questa intromissione. È come quel parente che è stato in carcere e rovina la rispettabilità della famiglia. Meglio non parlarne, o parlarne il meno possibile. Difatti del come non se ne parla molto, almeno non in quanto scelta fondamentale che precede la scrittura vera e propria.
Immaginiamo Omero alle prese con la sua Odissea. Sta in riva al mare in una bella giornata di sole, guarda l’orizzonte verso l’ignoto e a un tratto dice: «Per la gioia dei licei classici che verranno mo’ mi scrivo l’Odissea».
Che parlerà di Ulisse (il chi), raccontando le sue peripezie (il cosa) nel Mediterraneo (il dove) nell’arco di un ventennio (il quando) per ritornare a casa (il perché). Tutto semplice fin qui.
Resta escluso il come. Come pensa Omero di scrivere la sua Odissea? La sua risposta è un po’ da stronzo: in 24 libri, in esametri.
Io che non ho fatto il classico e che Ulisse l’ho visto solo alla tv, non so cosa vuol dire. L’esametro è un verso di sei piedi, costituito da cinque dattili, seguiti da un trocheo o da uno spondeo. Cosa voglia dire tutto questo non lo so, però questo è il come dell’Odissea che ci piaccia o non ci piaccia. E Omero l’ha deciso prima di iniziarla. Poteva scegliere altri come? Certamente, ci saranno stati altri generi di versi a quell’epoca, come altre forme poetiche nel Medioevo per la Divina Commedia anziché in cento canti in endecasillabi per Dante, come altri generi di scrittura nell’Ottocento per I promessi sposi anziché sotto forma di romanzo storico tratto da un manoscritto immaginario per Manzoni.
Cioè, il come è tutto per un libro. Anzi, è il libro stesso.
Se non hai pensato al come, è inutile iniziare. Eppure quando chiedo a qualcuno come scriverà il suo romanzo, non sempre colgo che l’autore ha chiaro il suo progetto. Il come spesso viene scambiato per la trama: come si muovono i personaggi, come affrontano i conflitti, come cambiano nel corso della narrazione, come va a finire. Ma tutto questo non è il come, è il cosa.
Il come è meglio stia in galera.

Qual è il come di questo post? Una prosa ironica. Ora ve lo riscrivo in modo serio, scientifico. Tranquilli, sto scherzando, non lo riscriverò. Vi dico solo che se cambio il come, cambieranno anche le parole e forse anche i concetti espressi.
Il vostro romanzo, so che siete all’opera da tempo, che risposte dà alle sei domande? E soprattutto, che mi dite del parente in carcere?

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5 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

5 risposte a “Chi, cosa, dove…, 19 febbraio

  1. Le cinque W ci sono… è questa H che si intromette creando i guai… I personaggi sanno dove vogliono andare, ma si dimenano avanti e indietro senza ben riuscire a capire COME arrivarci. Uffa, non potevano lasciare la bella simmetria intatta?

    • Cara Lisa, il tuo “come”, i personaggi che si dimenano come accenni tu, se ci pensi bene rientra nella trama, che risponde alla domanda “cosa” e non “come”. Per questo ho voluto puntare l’attenzione su questo aspetto a volte del tutto rimosso da chi scrive. Prima di iniziare la stesura, che tipo di narrazione vogliamo realizzare? Non è facile identificare questo punto, ma da esso scaturiscono tutta una serie di scelte linguistiche, stilistiche, di trama e personaggio. I Promessi Sposi sono un romanzo storico, La caduta di casa Usher un racconto horror, Pollicino una favola per bambini. Ciò non impedirebbe di raccontare I Promessi Sposi come un racconto horror, Pollicino come un romanzo storico e La caduta di casa Usher come una favola. Quindi cambierebbe il “come”, restando invariati gli altri 5 punti.

  2. Grazie per avermi spiegato la differenza tra cosa e come, ora ho capito bene. Il mio problema per ora è il come, il come al momento lo lascio all’istinto e in fase di revisione sarà una bella gatta da pelare. Qualche idea ce l’ho, ma è tutto un work in progress!

  3. E io che stavo per rispondere: “…con il computer!”. 🙂

    P.S. Le prime cose che mi vengono in mente quando penso a una storia sono: l’inizio (incipit); il finale (il vero fine, cioè lo scopo, il senso, della storia stessa). Poi provo a scrivere una scena di getto, così scopro anche il come. Non con il computer o la penna, ma lo stile, il taglio, e la divisione (capitoli, paragrafi, ecc.) che intendo usare con quella storia. Nel mio caso però, almeno all’inizio, nulla è razionale.

    • La prima cosa che mi viene in mente quando penso a una storia è… niente! La seconda, una situazione che mi interessa sviluppare. Poi il personaggio, poi di nuovo niente, poi il finale. Poi spengo la luce e ci penserò domani.

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