L’angolo di Donata

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Quando ho un dubbio linguistico, per risolverlo dovrei prendere in mano il vocabolario. Ma poiché il mio vocabolario – io uso il Garzanti – è stato lavorato dalle mani di Donata e della sua banda, preferisco telefonare direttamente a lei e chiederle la spiegazione a voce.
Per mia sfortuna, e anche sua, ho molti dubbi linguistici, quindi faccio molte telefonate: «Donata, posso dire ministra?», «Donata, devo usare l’ausiliare avere o essere abbinato al verbo tal dei tali?», «Donata, posso scrivere lui al posto di egli?».
Le spiegazioni di Donata alle mie incertezze lessicali si trasformano ogni volta in un viaggio affascinante nei meccanismi, più che nelle regole, della lingua italiana scritta e parlata.

Ho convinto Donata a occupare un piccolo spazio in questo blog, l’Angolo di Donata, che a partire da oggi ci parlerà delle parole, che in fondo sono la materia prima con cui costruiamo le nostre narrazioni. Penso che l’argomento vi interessi (o vi interessa?… «Donata, quand’è che devo usare il congiuntivo?»).

Lascio quindi a lei la parola, in senso figurato e no.

 

Tre modi per starnutire

Le lingue cambiano, e meno male; se no, sarebbero lingue morte.
A volte una parola, o una forma, entra nella lingua dove c’è uno spazio vuoto: allora si installa lì e non ci sono problemi. A volte una parola invece entra in concorrenza con un’altra, e succede qualcosa che può in qualche modo somigliare alla selezione darwiniana: una delle concorrenti è più forte e porta via lo spazio alla parola che c’era prima; oppure la parola che c’era è più forte, ed è la nuova a soccombere; ma naturalmente la lotta non si svolge in cinque minuti, e per un po’ di tempo le due parole convivono; poi, può anche succedere che restino tutte e due molto a lungo, addirittura sempre. Molti tendono a pensare che se ci sono due parole, o due forme, per dire la stessa cosa, una delle due debba essere per forza sbagliata. Non è così, anzi quando due concorrenti convivono è meglio per noi, che possiamo scegliere.

Un campione di convivenza di forme diverse della stessa parola è il verbo starnutire; perché si può anche dire starnutire, oppure sternutare o sternutire. Non sei contento di poter scegliere quella che ti piace di più?

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6 commenti

Archiviato in Dove vanno le parole

6 risposte a “L’angolo di Donata

  1. Seguirò questo angoletto e spero che duri a lungo. Io sono contento di poter scegliere fra più parole, molto contento. Non sapevo dell’esistenza di sternutare però…

    • Neppure io. Avere più possibilità espressive è sicuramente una risorsa. La lingua parlata e scritta è ricca di sfumature che dobbiamo imparare a cogliere, ed è meglio abbandonare logiche del tipo giusto-sbagliato. La nostra prosa deve essere sempre elastica, mai rigida. Scoprendo che la lingua cambia nel tempo, forse anche le nostre scelte lessicali diventano più libere, meno standard, ma ugualmente valide, anche grammaticalmente.

      • Sottoscrivo e in un certo senso, anche se da un punto di vista diverso, fa il paio con il mio post: Refusion. Il concetto di quel post, in fondo, era proprio questo, cioè di svincolarsi dai soliti vincoli mentali per mettere al centro dell’attenzione quello che conta davvero: raccontare una bella storia.

      • Ho letto il tuo post ai tempi. L’ho commentato spero simpaticamente. Mi ritrovo però più in linea con Pennablù, che come vedi, scherzosamente o seriamente, cito spesso. Il refuso, se refuso vero, va sistemato perché altrimenti squalifica lo scritto. Ci sono alcuni casi però, e forse l’angolo di Donata prima o poi ne parlerà, dove parole ed espressioni che giudichiamo “errate”, in realtà col tempo potrebbero diventare espressioni lecite della lingua italiana al pari di altre. Pensa soltanto a tutte le questioni degli apostrofi. Po’ e è il primo esempio che mi viene in mente. Vai su un social e vedrai che la frequenza degli uni e degli altri si equivale. Come dovremmo comportarci da scrittori se dovessimo riprodurre nel nostro romanzo uno scambio di messaggi tra personaggi tramite facebook: usare l’italiano “corretto”, e un po’ elitario della letteratura, o riprodurre la “realtà” dei personaggi, con le loro sgrammaticature?
        Comunque tu sei un disastro irrecuperabile quando batti alla tastiera, dovresti fare un corso di dattilografia, non di grammatica…

  2. Ci comporteremo come facciamo con i dialoghi: che sembrino reali senza che, però, lo siano davvero. Anche perché al lettore non piacerebbe leggere in un libro, pur nel contesto realistico di un sms, un messaggio scritto come invece lo scriverebbe nella realtà. Di questo c’è un buon esempio nell’ultimo libro di Irvine Welsh: La vita sessuale delle gemelle siamesi.

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