Scrivere per immagini

foto_finestre_contrasto_hd

Abbiamo già detto delle caratteristiche personali che devono far parte del bagaglio culturale di uno sceneggiatore; delle qualità innate che deve possedere e di quelle che deve coltivare nel tempo per affrontare in modo professionale questa attività.

Passiamo ora alla scrittura vera e propria. Ciò che distingue l’attività di uno sceneggiatore da tutti gli altri tipi di prosa nel mondo della scrittura, è la sua capacità di scrivere per immagini.
In quanto narratore di una storia che si dipana in un susseguirsi di immagini, azioni e dialoghi mostrati sullo schermo, lo sceneggiatore non può utilizzare però gli stessi strumenti a disposizione di uno scrittore di narrativa. Quest’ultimo può entrare nella mente dei personaggi e scavarne le motivazioni, le emozioni, le paure, le ansie, i sogni. Al contrario, chi scrive per il cinema può solo mostrare le azioni compiute dai personaggi.
Ma cosa vuol dire scrivere per immagini? Cerchiamo di capirlo con un esempio.

Per non allontanarci troppo dalla narrativa, ed evidenziarne le differenze rispetto alla scrittura cinematografica, apro un libro a caso tra quelli della mia libreria. Mi ritrovo in mano La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Perfetto, anche perché ne è stato tratto un film. Ma questo ora non ci interessa, fingiamo di non aver visto il film  (molto probabile) e neppure letto il libro (altrettanto probabile, se non vivete al traino dei fenomeni letterari costruiti a tavolino).
Leggiamo le prime dieci righe di Giordano e cerchiamo di capire se possono essere trasposte al cinema.

«Alice Della Rocca odiava la scuola di sci. Odiava la sveglia alle sette e mezza del mattino anche nelle vacanze di Natale e suo padre che a colazione la fissava e sotto il tavolo faceva ballare le gambe nervosamente, come a dire su, sbrigati. Odiava la calzamaglia di lana che la pungeva sulle cosce, le moffole che non le lasciavano muovere le dita, il casco che le schiacciava le guance e puntava con il ferro sulla mandibola e poi quegli scarponi, sempre troppo stretti, che la facevano camminare come un gorilla.
“Allora, lo bevi o no questo latte?” la incalzò di nuovo suo padre».

Ciò che abbiamo appena letto è letteratura. Uno scrittore presenta un personaggio e ci dice alcune cose riguardo al suo carattere. In poche frasi, ben studiate, scopriamo molte cose di Alice, e iniziamo a conoscerla.
Tra i consigli che più spesso vengono suggeriti nei manuali di scrittura creativa c’è il famoso «mostra, non dire».
L’incipit appena letto segue questa regola. Giordano mostra Alice e suo padre, una sveglia, un’ora precisa del mattino, una colazione, delle gambe che ballano sotto il tavolo, calzamaglie che pungono, moffole (che cavolo saranno le moffole?, sul mio vocabolario non ci sono, e allora mi immagino dei guanti dove le dita non sono separate), casco, scarponi, gorilla.
Scrivere per immagini vuol dire mostrare come fa Giordano? La sceneggiatura si scrive come la prosa di questo incipit? No, scrivere per immagini non vuol dire scrivere in questo modo.

Entriamo allora nella mente di uno sceneggiatore e vediamo come valuterebbe il brano in funzione della sceneggiatura.

Che Alice odia la scuola di sci al cinema non si può vedere. In realtà non è possibile vedere neppure Alice, vediamo solo una bambina a noi sconosciuta, a meno che il nome non appaia sullo schermo in sovrimpressione.
Non potendo rappresentare visivamente l’odio per la scuola di sci, figurarsi altre forme di odio. Niente odio verso la sveglia, né verso il padre. Niente gambe che dicono sbrigati (al cinema le gambe non parlano); niente calzamaglia che punge (al cinema non abbiamo sensazioni tattili); niente dita immobili dentro le moffole. È impossibile riprodurre anche la sensazione del casco sul viso.
Forse potremmo mettere gli scarponi ai piedi della piccola e farla camminare per un po’, con passo incerto e ciondolante. A qualcuno potrebbe ricordare un gorilla (pochi, per la verità, e dotati di una grande immaginazione), altri potrebbero pensare che stia camminando sulle uova, e se poi – per dare la sensazione del gorilla – le facessimo esprimere uno sguardo da scimmione, ci chiederemmo il perché di questa strana espressione. Quindi anche il «troppo stretto» non è riproducibile al cinema: sono parole chiare per la mente del lettore, ma non fruibili agli occhi dello spettatore.
Nulla nell’incipit del libro può essere trasferito sullo schermo.

Di questa scena, quello che potrebbe conservare uno sceneggiatore è l’ambientazione: una cucina in una casa di montagna; una colazione; due personaggi, un adulto e una bambina, seduti a tavola; e l’adulto che le rivolge la parola in tono di rimprovero: «Allora, lo bevi o no questo latte?».
Se ci interessasse spiegare il rapporto che lega i due personaggi potremmo trasformare la battuta: «Allora, Alice, lo bevi o no questo latte?». Se la bambina rispondesse «Sì, papà» avremmo esplicitato quanto meno i legami famigliari.
Faccio però osservare che un dialogo dove A e B si chiamano rispettivamente per nome mentre parlano è del tutto innaturale. Quando in un film i dialoghi si svolgono in questo modo è lecito sparare sul dialoghista. Quindi tornerei al dialogo originale di Giordano.
Cos’altro possiamo aggiungere alla scena del film? Un alberello di Natale sullo sfondo, gli sci appoggiati al muro, il casco e le misteriose moffole messi sul tavolo vicino al pacco dei biscotti.
Potrebbe essere questa la prima scena del film? Potrebbe.
In realtà sarebbe un incipit così fiacco che lo sceneggiatore cercherebbe altre strade più stimolanti.
In generale, ciò che funziona, e bene, in un libro, non funziona altrettanto bene al cinema, o funziona in grado minore. Da qui la difficoltà per uno scrittore di narrativa a intraprendere una carriera da scrittore cinematografico, se non cambiando modo di scrivere.

Scrivere per immagini è perciò una competenza lontana dal mostrare narrativo, perché la scrittura cinematografica deve tener conto della riproducibilità di ciò che viene scritto, riproducibilità che si realizza grazie a mezzi tecnici ed espressivi – telecamere, luci, recitazione, movimenti di macchina – completamente assenti in letteratura.
Lo sceneggiatore è uno scrittore che riesce a narrare sulla carta due ore di immagini per il cinema. Sembrerebbe quasi impossibile, e lo è se non si cambia ottica nella scrittura.

Mi rendo conto che sto facendo di tutto per dissuadervi dall’intraprendere questa professione. Siete ancora lì? Volete proseguire o rinunciate? Scrivere per il cinema non è una professione alla portata di tutti. Ma consolatevi, non lo è neppure scrivere narrativa.

Un piccolo spunto finale per chi vuole provare, anche se intuitivamente, questo cambio d’ottica: avrete scritto sicuramente anche voi, in un racconto o in un romanzo, dieci righe come Giordano. Be’, provate a riscriverle annotando solo ciò che si può vedere, escludendo tutte le sensazioni, i pensieri, ciò che in letteratura è evidente, ma che l’occhio che guarda non può cogliere. Cambiate, insomma, il punto di vista. Immaginate di riprendere la scena con una telecamera mentale. Questo è il punto di vista cinematografico. È in effetti ciò che fa tutti i giorni uno sceneggiatore, la sua particolarità. Se la cosa vi piace, se vi sfruculia, forse non siete lontani dalla visione cinematografica, perciò iniziate a cercarvi un regista a cui proporre una storia. Magari il regista siete voi stessi, ce l’avete una telecamera in casa?

3. Continua

Annunci

3 commenti

Archiviato in Scrivere per il cinema

3 risposte a “Scrivere per immagini

  1. Volta la testa da un lato all’altro, per guardarsi attorno, ma la stanza è vuota. È solo. A parte l’uomo che ha davanti, non c’è nessun altro. Alza le spalle, imperturbabile, e torna a fissare il maestro.

    «Perché alcuni chiamano certa narrativa: cinematografica? Che differenza c’è tra la narrativa tradizionale e una narrativa cinematografica? Soprattutto che differenza c’è tra scrivere per immagini e scrivere narrativa simulando, però, la scrittura per immagini del cinema?» chiede.

    L’uomo, il maestro, ha gli occhi bassi, fissi su un libro. È quello di Giordano. Forse non l’ha sentito, quindi riprova: «Maestro, si sente bene?».

    • Il MAESTRO porge il libro a SALVATORE

      MAESTRO
      «No, oggi in effetti sono influenzato».

      Il ragazzo caccia il libro in borsa.

      MAESTRO
      «Saranno stati gli accidenti che mi hanno mandato gli aspiranti scrittori di ieri».

      Salvatore sorride.

      SALVATORE
      «Lo crede davvero?».

      Il maestro apre la porta e segue il discepolo sul pianerottolo.

      MAESTRO
      «C’è tanta cattiveria on line. Vai, ora».

      Il ragazzo si fionda per le scale. Il maestro lo guarda mentre scende i gradini due alla volta.

      MAESTRO (a voce alta)
      «Salvatore!».

      Il ragazzo si blocca, sporge la testa nel vano delle scale per guardare il maestro da sotto.

      MAESTRO
      «Ne riparleremo».

      Salvatore riprende la discesa lentamente. Poi accelera. L’eco dei suoi passi che rimbalzano sui gradini rimbomba nello stabile.

      Con le mani appoggiate alla ringhiera il maestro aspetta lo scattare della serratura del portone prima di rientrare e chiudersi la porta alle spalle. C’è una targa in ottone sull’anta della porta, incisa in caratteri maiuscoli. Recita semplicemente: DA DOVE STO SCRIVENDO.

      DISSOLVENZA A NERO

  2. tizianabalestro

    Mostra non dire…
    Devo leggere due volte, o più credo per capire bene.
    Non è facile😯😔

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...