Piuttosto che

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Già qualche anno fa qualcuno ogni tanto mi chiedeva se piuttosto che con valore disgiuntivo, cioè al posto di o, oppure, per indicare un’alternativa, fosse giusto o sbagliato. Allora rispondevo che non era né giusto né sbagliato, né corretto né scorretto, era semplicemente una forma regionale, come l’Italia ne ha tante. E consigliavo però di non usarlo al di fuori delle regioni d’origine, perché poteva essere frainteso. Infatti, in questa parte d’Italia dove vivo, il nord, si sente dire: al bar beve sempre un’aranciata piuttosto che un chinotto e significa, «beve una bibita, che può essere un’aranciata o un chinotto». C’è chi considera questo un gravissimo errore o, come il noto scrittore Beppe Severgnini, un «mostriciattolo»; ma non si tratta di errore (sul mostriciattolo non mi pronuncio, è questione di gusti), perché gli usi regionali in Italia sono diversi e tutti legittimi. Quel mio amico romano che dice il bambino sta malato sbaglia usando così il verbo stare? Io settentrionale non lo userei mai, ma lo capisco, e mi va bene così. Non mi domando se sbaglia.

Il problema di piuttosto che, allora, era un altro: detta in una regione diversa, la frase beve un’aranciata piuttosto che un chinotto poteva significare «non gli piace molto l’aranciata, ma la beve pur di non bere un chinotto, che gli piace ancora meno». E questo era un argomento con il quale molti sconsigliavano, o anche duramente vietavano, questo uso di piuttosto che. Ma in pochi anni le cose sono molto cambiate: piuttosto che al posto di oppure lo usano ormai in tanti, tantissimi, e di tutte le regioni italiane. E tutti capiscono. Ma il divieto continua: ci sono in internet blog, forum, pagine Facebook, e i miei amici professori Della Valle e Patota hanno addirittura pubblicato un libro intitolato Piuttosto che nel quale mettono alla berlina chi lo ha usato in pubblico, parlando o scrivendo. Nell’introduzione citano trionfalmente scrittori che lo detestano, e si lamentano di quelli che invece lo usano. Addirittura affermano che «ormai questa espressione la usano un po’ tutti: giornalisti, conduttori televisivi, medici, avvocati, stilisti, politici e professori universitari. La crescente ostilità che ha suscitato è il segno evidente del suo dilagare: chi mai se la prenderebbe con il vezzo linguistico di pochi?». Appunto: per loro il largo uso non è un motivo di accettazione, ma di condanna.

E i motivi della condanna sono tre: «è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua» (proprio come lui al posto di egli, mi vien da dire); «non ne possiamo più» (e sono fatti vostri, mi vien da pensare); «crea ambiguità nella comunicazione» (e questo sarebbe un discorso più serio).

Anni fa, quando lo sconsigliavo fuori dalle regioni settentrionali, in effetti era così: poteva non essere capito. Ma le cose cambiano: ormai è così diffuso che lo capiscono tutti. Anche perché le parole non vanno in giro da sole, ma stanno in un discorso, in un contesto, il quale rende quasi impossibile non capire. Altrimenti dovremmo vietare l’uso di parole come casa, o base, o piede, che su qualsiasi dizionario sono registrate con almeno una decina di significati; eppure nei loro contesti tutti le capiscono. E non solo le parole, anche le espressioni. Facciamo una prova con mettere sotto: metti lo scatolone sotto il tavolo; in classe ci sono due bulli che mettono sotto i compagni più deboli; un suv l’ha messo sotto mentre attraversava sulle strisce pedonali. Tre significati diversi che hai capito benissimo, vero? E così, caduto anche l’ultimo motivo di condanna, possiamo dire che il «mostriciattolo» piuttosto che nel significato di «0ppure» ha vinto la sua battaglia, da forma limitata geograficamente è diventato una forma dell’italiano comune: chi lo vuole usare nel parlare o nello scrivere è libero di farlo, e chi non lo vuole usare, naturalmente, non lo usi; ma per favore, lasci in pace gli altri.

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3 commenti

Archiviato in Dove vanno le parole

3 risposte a “Piuttosto che

  1. A volte ho l’impressione che qui sul web si portino avanti crociate del tutto ridicole, e quella che citi è una di queste. Lo stesso vale per la “d” eufonica, improvvisamente diventata, dopo tanti anni di uso indisturbato, un nemico da debellare a tutti i costi.

    • Hai ragione, assolutamente. In effetti sembrano crociate, con fedeli e (ed?) infedeli da eliminare. Questa serie di post, molto sentiti da scriventi e scrittori, la cui redazione è affidata a una lessicografa, fanno solo il punto sulla lingua e non hanno nessuna intenzione normativa. Non trattano di ciò che è giusto o sbagliato, ma spiegano le tendenze legate al cambiamento linguistico. Spero che possano allargare le scelte linguistiche, parlate e scritte, di chi li leggerà, anziché frenarle.

  2. Personalmente capirei il secondo significato piuttosto che il primo, ma nel contesto giusto capirei anche il primo.

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