Caratterizzare i personaggi, 22 febbraio

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L’asta sul conflitto è andata deserta. Peccato, vorrà dire che i rapporti tra personaggio e conflitto resteranno per sempre in un limbo.

Nella pagina successiva della mia moleskine si continua comunque a parlare dei personaggi, non più in relazione al conflitto che genera la trama, bensì rispetto alla caratterizzazione.

Per sviluppare un personaggio, specie se si è agli esordi e si vuole evitare di renderlo piatto – quando poi si diventa famosi e si deve sfornare un best seller ogni sei mesi, i personaggi piatti aiutano (non so perché ho scritto questa considerazione, ma qualcuno di voi la troverà sicuramente vera) – si possono seguire due strade.

1. Accentuare una caratteristica del personaggio.
2. Scavarne la psicologia.

Se il primo punto mette sotto i riflettori le caratteristiche esteriori dei protagonisti di un romanzo al fine di renderli subito riconoscibili, la seconda soluzione sviluppa l’analisi psicologica dei personaggi per dare loro un’interiorità realistica.
Magari in una scheda personaggi un po’ più approfondita di quella di cui ho parlato cento e passa post fa, che può essere utilizzata solo come base di partenza, si possono aggiungere entrambe le vie per costruire personaggi a tre dimensioni.

Accentuando una caratteristica esteriore potremmo, per esempio, creare un personaggio balbuziente, o incredibilmente magro e alto, un nano di 50 centimetri (tranne che nelle favole e nel fantasy), un extraterrestre identico a un umano (ideale per invasioni silenziose), un vigile mutilato a un braccio, un calvo dai capelli rossi (usa la parrucca, ma in questo caso precipitiamo nello scavo psicologico di cui dirò tra poco), un serial killer guercio, un fantasma con la gobba: insomma, una serie di personaggi che potrebbero tutti insieme su un pullman partire per Lourdes.

Non è detto che la caratteristica esterna dev’essere solo in levare, ovviamente. Si può anche aggiungere: donne con sei dita, uomini con due membri, politici con due teste ma inutili.

Se ci spostiamo su caratteristiche, sempre oggettive, ma un po’ più sofisticate, vi segnalo un personaggio secondario che conosce a memoria tutte le fermate della metropolitana di Tokio. L’ho incontrato circa vent’anni fa nell’ultimo film di Kurosawa, Il compleanno (una palla unica), e non l’ho più scordato. Qualcosa vorrà dire, narrativamente parlando: se un comprimario di tanto tempo fa mi è rimasto impresso in modo indelebile, vorrà dire che è stato costruito in maniera ottimale ed efficace.

Nel Giovane Holden, che sto leggendo in questi giorni – ho appena concluso il capitolo 7, in cui Holden Caulfield lascia definitivamente la scuola Pencey – due suoi compagni occupano in maniera significativa la prima parte del romanzo: Stradlater e Ackley. Il primo, belloccio, disinvolto e sicuro con le ragazze, grande amante del proprio aspetto (mezza giornata solo per pettinarsi), sempre pronto a riflettersi in uno specchio. L’altro, brufoloso, sporco ed estremamente religioso.
Nessuno scavo psicologico da parte di Salinger, è sufficiente l’esteriorità per familiarizzare con entrambi. Mi chiedo perché alla Holden – intesa come scuola di scrittura – non partano da esempi simili, semplicissimi, per spiegare come si caratterizza efficacemente un personaggio. Forse perché con esempi semplicissimi non sarebbe giustificato il prezzo del corso, chissà.

E poi c’è lo scavo psicologico, cioè il mondo interiore dei personaggi, e credo che questo sia un aspetto molto amato e praticato dagli scrittori, specie agli inizi della loro «carriera».
Se accentuare una caratteristica fisica porta i personaggi a Lourdes, scavare nelle loro menti conduce dritti in analisi, quando va bene. Altrimenti serve un neurologo e finanche lo psichiatra.

Scava, scava, è ovvio che l’eroe finirà per sentirsi una schifezza, perderà fiducia in se stesso, fino a diventare un antieroe poco adatto agli obiettivi del romanzo. E infine vomiterà tutto il suo passato infelice sulla scheda personaggi, che si tramuterà senza che ve ne accorgiate in un trattato di psicologia che vi riguarda personalmente.
Considerate che la fatica di redigere una scheda personaggi così profonda e corposa vi spingerà poi a servirvene ampiamente nel romanzo, producendo ripetuti e ingiustificati flashback ogni tot pagine. Flashback che, purtroppo, affosseranno la freschezza e l’azione che il romanzo possedeva in origine.

Se poi malauguratamente scaverete nella psiche di un serial-killer, addio. Durante il climax finale vi sentirete autorizzati a fargli confessare tutte le sue turbe mentali, che risiedono nella prima infanzia, e che hanno provocato la macelleria di cui è stato capace, dando il tempo ai soccorsi di arrivare un istante prima che infierisca sull’ultima vittima, cioè il vostro protagonista.

Da tutto ciò che ho detto lo avrete già capito: sconsiglio vivamente lo scavo psicologico a priori. Lasciate che i vostri personaggi agiscano come cavolo gli pare, e senza una ragione, o inizieranno a somigliare troppo a voi, o peggio, ai vostri parenti, amici, amanti, e finirete col dover convincere un giudice che ogni riferimento a persone e fatti accaduti è puramente casuale.
Datemi retta: lo scavo psicologico, se proprio dovete, fatelo a posteriori in fase di revisione. Apparterrà così un po’ di più al personaggio e meno a voi.

A questo punto ne approfitto per togliermi un sassolino dalla scarpa. Che Achab rechi una ferita inconscia dall’età di tre anni, a noi lettori non ce ne può fregare niente se poi la prima volta che lo incontriamo ha circa sessant’anni. Aggiungete il fatto che la sua ferita nel Moby Dick è conscia, anzi coscia tutta mancante fino al piede, e capirete che la migliore caratterizzazione è quella esteriore e non certo la psicologia (che l’ha inventata Freud non troppo tempo fa, prima come facessero gli scrittori a costruire i personaggi non si sa). E Achab, senza quella semplice gamba, resta unico e intramontabile dal 1851, ed è una motivazione più che lecita per inseguire per tutta la vita la balena bianca.

E se proprio devo raccontare i traumi dell’infanzia del mio personaggio, il rapporto con la madre oppressiva, col padre alcolizzato, con la nonna linfomane, come faccio? Se proprio non puoi farne a meno fai alla David Copperfield: parti dalla nascita e finisci al funerale, almeno leggeremo i traumi mente accadono e non con centosei flashback.

Ho quasi finito, manca solo la cosa più importante: le fermate della Ginza line di Tokio. Shibuya, Omotesando, Gaienmae, Aoyama-itchōme.

Non si dica poi che Da dove sto scrivendo non pubblica contenuti informativi. Akasaka-mitsuke, Tameike-Sannō, Toranomon, Shimbashi, Ginza.

Se avete perso questo, sappiate che il prossimo metrò passa tra cinquantadue secondi esatti.

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8 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

8 risposte a “Caratterizzare i personaggi, 22 febbraio

  1. In genere “catalogare” un personaggio grazie alle sue caratteristiche fisiche lo trovo un modo davvero obsoleto di scrivere, al pari delle seghe mentali di chi scava troppo a fondo senza metodo.
    Per il serial killer, è assolutamente necessario conoscere due cose: 1. Il suo obbiettivo; 2. Il metodo. L’obbiettivo non è il tipo di preda di cui si “ciba”, ma quello che cerca veramente. Per fare un esempio scontato, parlando di cinema visto che mi trovo di fronte a uno sceneggiatore (ma non è il regista a scrivere le sceneggiatura?), nel Silenzio degli innocenti ciò che spinge il killer ad agire è il suo desiderio di cambiare identità. Egli non si accetta per com’è, e spera di trasformarsi come una crisalide. Per farlo: sceglie le sue vittime, le cattura, le uccide, e ne prende alcune parti del corpo che poi cuce assieme, come se stesse realizzando un vestito. Ecco, questo è il suo obbiettivo, l’obbiettivo del killer. Mi sa che ci tirerò fuori un post… 😉
    Tornando al tuo, invece, di post, scavare nella psicologia del personaggio è necessario, questo però non significa che poi bisogna spiattellarla tutta. Solo… in base al passato il personaggio agirà nel presente, puntando a un futuro che desidera. Tutto qui. 🙂

  2. In realtà la difficoltà credo sia scavare la psicologia, ma non spiattellarla, ma mostrare il personaggio in azione. Così ad occhio non credo che Achab venisse da una famiglia amorevole e che gli abbia insegnato ad affrontare le sconfitte. L’autore, suppongo, avrà saputo tutto di lui. A noi lo mostra in azione e ci va benissimo così.

    • Hai ragione, e io in effetti scherzando estremizzo fin troppo su questi aspetti. Ogni volta che però un personaggio agisce, noi ci scordiamo che stiamo leggendo e scivoliamo al suo fianco dentro la storia. Quando invece inizia a riflettere su se stesso, sul perché si comporta come si comporta, lo scrittore fa capolino dalla tasca e si perde la sospensione dell’incredulità.
      In realtà, lo confesso, Achab l’ho citato per tirare acqua al mio mulino: uno come lui è talmente sopra le righe che forse non è più nemmeno umano.

  3. Non sono molto d’accordo sul fatto di trascurare le caratteristiche psicologiche del personaggio. Io tendo a definire sia l’aspetto fisico sia il carattere e cerco di conoscere il più possibile i miei compagni di viaggio, soprattutto se hanno un ruolo rilevante nella storia. Ci sono dettagli che magari non utilizzerò mai, ma è importante sapere cosa ordina al ristorante e quali libri legge (se legge) per tutelarsi da eventuali incoerenze. Poi, se un personaggio è fatto bene, tenderà ad emergere spontaneamente. Ci sarà un momento, durante la stesura, in cui inizierà a camminare con i propri passi. Questo è il segnale che ci comunica che è stato fatto un buon lavoro.

    Le caratteristiche fisiche marcate di solito si usano per i personaggi minori, in quanto il lettore ha più facilità a riconoscerli. 🙂

    • Anche tu hai ragione. Però non ho detto di trascurare la psicologia, ho detto di non riversarla pari pari sulla pagina, come dici bene tu. Specie quando si è agli inizi e si è lavorato molto alla scheda personaggi, la voglia di trasferirla nel libro è una tentazione, una sirena che attrae. Il romanzo, dice Hemingway, è solo la punta dell’iceberg. Molti esordienti purtroppo riversano tutto l’iceberg sulla pagina. Uno strazio. Ma anche tenero come errore.
      Se è vero che le caratteristiche fisiche vengono marcate soprattutto per i personaggi minori non bisogna però liquidarle come banali: in fondo vediamo Samsa solo come insetto, e a Pinocchio gli si allunga il naso a ogni bugia. C’è un gobbo a Notre-Dame e un Cyrano de Bergerac che anche lui col naso ha dei problemi. Quando parlo di caratteristiche esteriori più raffinate, ma che non arrivano ancora alla psicologia, penso per esempio della timidezza esasperante di Lucia Mondella, alla furbizia proverbiale di Ulisse, all’avarizia assoluta di Scrooge, al pallore cadaverico di Dracula. Senza tutte queste unicità, che non arrivano ancora alla motivazione psicologica, non ci sarebbero personaggi sui quali sono stati scritti trattati, anche di psicologia. Da non dimenticare poi che il barone Cosimo Piovasco di Rondò è salito sopra un albero per un capriccio futile, non per una scelta che scaturisce dalla psiche, e non è più sceso. Qui non si tratta di psicologia, si tratta di caratterizzazione. Anzi, forse la psicologia si sviluppa meglio a partire dalla caratterizzazione.

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