L’editor che c’è in te

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Navigando in rete, leggo spesso che da parte degli scrittori alle prese con la stesura del loro romanzo in self-publishing c’è l’esigenza di rivolgersi una volta terminata la loro fatica a un editor professionale in grado di migliorare o verificare la qualità della loro scrittura. Questo per avere qualche certezza in più sul valore della propria opera.

Superata la questione editor sì-editor no, c’è poi il problema di cercare un editor competente, professionale, affidabile, magari basandosi sul passaparola di altri autori che l’hanno già sperimentato.
È probabile che in rete – ma anche in casa editrice – a fianco di editor professionali ce ne siano altri che in buona fede credono di essere professionali, ma non lo sono. Distinguere gli uni dagli altri non è facile, anche perché in fondo ogni libro è unico (si spera) e il giudizio, e l’editing che ne consegue, è giocoforza soggettivo.
L’editor a cui mi sto affidando migliorerà veramente il mio romanzo? Come posso valutare gli interventi che effettua sul testo se un grado elevato di soggettività è connaturata a questa attività editoriale?

Con un po’ di buonsenso, a volte basta quello, mi sento di dire che dietro la parola editing si celano diversi tipi di intervento sul testo. Si va da un editing «leggero», che si limita a risistemare la grammatica e la scorrevolezza della singola frase, a un editing «sostanziale», che interviene sul testo in modo massiccio arrivando a una riscrittura, non dico di capitoli, ma almeno di interi paragrafi; o teso a consigliare all’autore di ridurre l’opera o di ampliarla, condensare avvenimenti e personaggi, alleggerire le parti descrittive, rafforzare i passaggi chiave della trama.
Insomma, tutto un vasto spettro di azioni diventa lecito e possibile. Non esiste una procedura del tipo giusto-sbagliato per questo genere di interventi.
Ma allora qual è l’editing migliore per il nostro libro?

Una cosa è certa: il primo editor della nostra opera siamo noi stessi. Il modo in cui interveniamo sul nostro testo per migliorarlo può costituire, per analogia, un orientamento valido per cercare la gradazione di editing che in un certo senso ci rispecchi e ci rispetti.
Dando in mano il bisturi a chi interverrà sulle nostre parole siamo tentati di strappargli la mascherina da chirurgo per dirgli di incidere con la massima precisione solo nelle parti che lo necessitino, senza toccare altro. Ma noi saremmo capaci di essere altrettanto chirurgici sul testo di altri?

Per scoprire che tipo di editor saremmo, e quindi che tipo di editor cerchiamo, vi propongo allora una sfida con voi stessi: fare l’editing al brano posto in fondo a questo post.

Per una volta invertiamo le parti. Non siete voi lo scrittore, siete invece l’editor professionale che interviene (chirurgicamente?) sul testo malato (ma potrebbe essere anche un malato immaginario…).
Le possibilità di editing diventano infinite. Si va da una situazione dove il brano è già perfetto così com’è, e allora non è necessario nessun intervento di editing, a un’altra dove bisogna riscrivere ampie porzioni di testo. Voi che fareste?

L’invito è quello di provarci, di stare al gioco delle parti, magari copiando il brano e rielaborandolo con calma, per poi incollare l’editing che ne avete fatto nei commenti a questo post.
Oppure potete semplicemente fare delle osservazioni generali, rivolte direttamente all’autore, del tipo: «Gentile autore, dovresti fare così e cosà».

Un favore che potreste però fare a tutti gli altri che vogliono cimentarsi in questa prova, sarebbe quello di non commentare col vostro nome e cognome l’editing che eventualmente svolgerete. Svolgerlo cioè in forma anonima, magari mandandomelo in posta elettronica: provvederò poi io a renderlo anonimo chiamandovi editor 1, editor 2, ecc.
Questo perché? Perché se il blogger B legge l’editing prodotto dal blogger A, che considera maggiormente competente, tenderà poi a esserne condizionato nel giudicare il brano, vanificando in parte il divertimento.

Dietro l’anonimato invece tutti sarebbero liberi di commentare l’editing altrui, senza remore, alla pari. Potrebbe, dico potrebbe, essere un esperimento interessante – o quantomeno un gioco divertente –.
E ora il brano che vi permetterà di scoprire l’editor che c’è in voi.

 

Ero davanti allo scaffale del riso e stavo calcolando se conveniva l’offerta 3×2, tre pacchi di Supernatural Integrale Parboiled a 4,83 euro anziché 7,25, oppure il Chicchilunghi a 1,75 la scatola con buono sconto di 0,50 euro su una confezione gigante di cereali per cani Risocan; non avendo cani, propendevo per il Supernatural, quando una mano lunga, affusolata, maschile ha sfiorato la mia e la voce del proprietario della mano – tenebrosa, scura, profonda come i suoi occhi – ha sussurrato: «Il Supernatural Integrale Parboiled va bene per il riso pilaf?»
Il bel tenebroso non era mai entrato prima in un supermercato e da quando con la coda dell’occhio mi aveva vista china sul banco della carne, incerta se prendere lo scamone a 9,80 o l’offerta del giorno, il controfiletto a 11,80, mi stava seguendo e cercava solo un pretesto per attaccare discorso. Il riso pilaf gli era venuto in mente perché l’aveva mangiato la sera prima al ristorante.
«Forse… forse va meglio il riso arborio. Lei il riso pilaf lo fa sul fuoco o al forno?», gli chiedo e mi perdo nei suoi occhi. In quel preciso istante, mio marito, seduto alla scrivania dell’Istituto di Mediocredito Crescenzaghese, punta i suoi, di occhi, sul cellulitico ma imponente didietro della rag. Pestalozzi che si è piegata in due per raccogliere una matita, quella maledetta civetta, e se dico civetta è solo per non nominare un altro animale di sesso femminile ma mammifero.
«Per dir la verità – confessa lo sconosciuto – non ho mai preparato il riso pilaf. Non è che sarebbe così gentile da salire in casa mia per mostrarmi come si fa? Abito qui vicino.» Ora, preparare il riso pilaf è una sciocchezza e si può spiegare benissimo a voce senza dimostrazione sul campo ma ho pensato agli occhi di mio marito puntati sul didietro della Pestalozzi e ai suoi puntati sulla mia anima e – follemente, vertiginosamente, entusiasticamente – ho mormorato: «Il riso pilaf come lo faccio io non lo fa nessuno.»

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23 commenti

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23 risposte a “L’editor che c’è in te

  1. Non partecipo al gioco per un motivo semplice: sono una pessima editor. Lo dico con cognizione di causa: ho seguito un corso apposito tenuto da un editor di Einaudi. Sono troppo “autrice” quando lavoro su un testo altrui mi faccio influenzare dal mio gusto personale, dalle mie idee stilistiche e finisco per fare correzioni troppo marcate.
    Quello dell’editor è un talento raro, anche più raro di quello dell’autore, perché permette di calarsi in qualsiasi testo per migliorarlo, anche il più lontano dalla propria sensibilità.
    Proprio per questo diffido tantissimo degli editor free-lance che non abbiano un curriculum chiaro (ho studiato questo e quello, ho editato questo e quello) che permetta di farsi un’idea sul loro operate. Mi preoccupa constatare che io sono una pessima editor, ma sono più qualificata del 90% degli editor free-lance che si trovano in rete.

    • Hai elencato con chiarezza i motivi in base ai quali, anche sotto forma anonima, sarebbe stato utile per tutti leggere proprio il tuo editing. Ovviamente la porta resta aperta, dovessi ripensarci.
      Fare l’editor, nel lavoro quotidiano, è difficile. Però questo post stimola un gioco dove nessuno perde e tutti vincono. Potresti forse provare a commentare le varie versioni che sono arrivate finora, magari dando qualche suggerimento o giudizio sull’editing svolto, anche in base alle nozioni che hai appreso all’Einaudi. Anche questo sarebbe un contributo interessante da parte tua. Ti aspettiamo.

      • In realtà l’editor del mio corso avrebbe detto che non si può fare editing su un pezzo decontestualizzato, qui si può fare al massimo la correzione delle bozze, che è un’altra cosa (per la quale io non ho neppure le basi teoriche). L’editing vero e proprio è un lavoro diverso che prende in considerazione l’intero testo. Come faccio a capire qui se, nell’economia generale del testo, gli aggettivi in -mente alla fine sono una caratterizzazione del personaggio e della sua voce narrante o un appesantimento della prosa?

        Altre domande che si farebbe un editor: a chi è destinato il testo? Quanto è lungo? Quali sono i precisi intenti dell’autore?

      • Tutte osservazioni precise e ragionevoli, le tue. Da editor, aggiungo. Ovviamente, per il gioco di ruolo che stiamo affrontando, non è possibile lavorare su qualcosa di lungo, si perderebbe anche il divertimento. Immagina però che il brano proposto è concluso in se stesso, una breve scena al supermercato dove c’è un incontro casuale, che si sviluppa in poche battute, e che si conclude con lei che decide comunque di andare dal nostro misterioso individuo per i motivi che sono da lei stessa indicati: un mini racconto, insomma. Nessuna pretesa di scrivere un romanzo, una breve scenetta umoristica dove si racconta un episodio che ha un inizio, un centro, una fine: tutto qui.

  2. Editor 1

    Ero ferma davanti a quello scaffale da tre quarti d’ora. Le offerte lancio, i 3×2, o i buoni sconto, non centravano nulla con la mia immobilità. Guardando nel vuoto, davanti a me, stavo semplicemente cercando un buon motivo per non chiedere il divorzio.
    L’immagine di mio marito chino sul posteriore della sua collega, proprio mentre entravo nel suo ufficio per un saluto veloce, invadeva la corsia sostituendosi al muro di confezioni di riso.
    I miei occhi guardavano i Supernatural, i Chicchilunghi, i Risocan… ma vedevano lui con i calzoni abbassati e l’uccello di fuori. La cagna, vedendomi entrare, che mi fissa con insolenza, senza neppure l’ombra di un rammarico. Lui che nega l’evidenza a tutti i costi. Io che sbatto la porta e fuggo via, per rifugiarmi lì, in quella corsia.
    «Il Supernatural Integrale Parboiled va bene per il riso pilaf, secondo lei?».
    La voce giunse inaspettata, riportandomi al presente. Una mano maschile, lunga, affusolata, era protesa davanti a me. Impugnava una confezione di riso. Apparteneva al giusto uomo per quel tipo di voce – tenebrosa, scura, profonda – come i suoi occhi.
    Era fermo e mi osservava. Un sorriso appena abbozzato. Un’energia che riusciva a trasmettermi sensazioni proibite.
    «Forse… forse va meglio il riso arborio. Lei il riso pilaf lo fa sul fuoco o al forno?». Fu l’unica cosa che riuscii a dire. I miei occhi non riuscivano a staccarsi dai suoi.
    «La verità?» chiese l’uomo, allargando il sorriso e socchiudendo gli occhi. «Non ho mai cucinato il riso in vita mia. Sono qui, che guardo tutte queste scatole di riso, e non ho alcuna idea di cosa debba fare per preparare un buon risotto… Lei se ne intende?».
    Preparare il risotto è una sciocchezza. Avrei potuto spiegarlo lì, su due piedi. Prima che la mia bocca rispondesse però, la mia mente volò ancora una volta all’immagine di mio marito chino sulla collega.
    «Potrei mostrarglielo…» risposi, «abita vicino?». Forse, avevo davvero trovato un buon motivo per non divorziare…

  3. Editor 2

    Ero davanti allo scaffale del riso e stavo calcolando se conveniva l’offerta 3×2, tre pacchi di Supernatural Integrale Parboiled a 4,83 euro, oppure il Chicchilunghi a 1,75 la scatola con buono sconto di 0,50 euro su una confezione gigante di cereali per cani Risocan. Non avendo cani, propendevo per il Supernatural.
    In quel momento, una mano asciutta, chiaramente maschile, ha sfiorato la mia e la voce del suo proprietario ha sussurrato: «Il Supernatural Integrale Parboiled va bene per il riso pilaf?»
    Il pretesto era così evidente da farmi sorridere; il tizio giocava a fare il bel tenebroso, magari mi stava seguendo da quando era entrata, e il riso pilaf l’aveva letto sul giornale.
    «Andrebbe meglio il Basmati. Lei lo fa sul fuoco o in forno?», gli ho chiesto. Era davvero bello, faceva bene a giocare al tenebroso. Lui mi osservava con cupidigia, non la stessa che avrebbe riservato al riso pilaf.
    L’immagine di mio marito, seduto alla scrivania dell’Istituto di Mediocredito Crescenzaghese, mi è comparsa davanti, come un monito, ma l’ho scacciata subito con un’altra immagine, quella di lui che punta i suoi occhi sul cellulitico ma imponente didietro della rag. Pestalozzi che si è piegata in due per raccogliere una matita. Lei è una maledetta civetta e lui è uno stronzo: se non fossi capitata in banca senza preavviso due giorni fa, non avrei mai saputo.
    «Per dir la verità – confessa lo sconosciuto – non ho mai preparato il riso pilaf. Non è che sarebbe così gentile da salire in casa mia per mostrarmi come si fa? Abito qui vicino.»
    Preparare il riso pilaf è una sciocchezza, e si può spiegare benissimo a voce, ma ho pensato agli occhi di mio marito puntati sul didietro della Pestalozzi e ho mormorato: «Il riso pilaf come lo faccio io non lo fa nessuno.»

  4. Meno male che qualcuno si è già buttato nella mischia e ha rotto il ghiaccio. Temevo che questo post, più di altri, potesse restare senza commenti. Ora non resta che allargare la compagnia, con altre versioni. È qui la festa.

    Solitamente scrivo qualcosa tutti i giorni (mi maledite per questo, lo so). E anche se mi scappasse di farlo, il gioco dell’editing resta aperto fino a lunedì. Anche in seguito, ovviamente, quindi avete tempo. Per ora mi limiterò a proporre le vostre versioni. Settimana prossima farò un breve riassunto di quello che è apparso in questi giorni (be’ se gli editor in erba non aumentano, non è che ci metterò molte parole) e qualche considerazione sull’editing a partire da come è stato affrontato in questo gioco.
    È il caso di dire che si può liberamente commentare le versioni che già appaiono? Non è neppure il caso di dirlo, giudicatele e basta.

  5. Editor 3

    Se fossi un editor freelance andrei a mangiare alla mensa della Caritas, perché un pezzo del genere lo rifiuterei: troppa la distanza tra quel minimo di cura, nella forma e nella sintassi, che pretendo quando leggo qualcosa per cui ho pagato.

    Questo pezzo è un compendio di quello che non andrebbe fatto: punteggiatura, tempi verbali, POV ballerino, terne di aggettivi e di avverbi. Così, solo a memoria. Con il maggior tatto possibile prenderei il mio non-ancora-cliente e lo inviterei a passare molto tempo a leggere. Specialmente classici.

    L’unica cosa che forse salverei è quel minimo di introspezione che sembra avere la protagonista, e che fa la differenza tra questo racconto e il classico tema da elementari: “Cosa hai fatto ieri al supermercato”.

    Mi rendo conto che qualcuno si è impegnato molto, riscrivendolo fino a farlo diventare non male: ma questo è un autore che riscrive e, secondo me, un editor non dovrebbe arrivare così in là.

    Qualcun altro, più pudico, ha cercato solo di correggere gli errori più evidenti: come editor io invece li avrei solo sottolineati, commentando eventualmente con le regole più basilari di buona scrittura.

    Quindi ringrazio di fare altro per portare a casa la pagnotta, perché da quello che si legge in giro è questo il livello medio della roba che arriva alle CE.

  6. L’editor non dovrebbe fare alcun intervento sul testo, ma darti consigli e parlare con te.

    Prima di affidare l’editing, fai fare una prova, per vedere se siete in sintonia. Partecipo al gioco, perché il brano è corto, ma ti mando tutto via email.

  7. Io non ho modificato il testo. Ho fatto esattamente ciò che dice Daniele. E ti ho mandato tutto via mail. Anche io infatti penso che un editor debba dare suggerimenti senza mai sostituirsi all’autore.
    L’editor 1 ha fatto un buon lavoro perché la nuova versione del testo è bellissima, ma non si tratta del testo originale. Per quanto schifo possa fare, se un editor facesse così al mio romanzo glielo farei ingoiare
    L’editor 2 ha prestato maggior fede all’originale. L’editor 3 ho capito chi è! 😀

    • Ci sono persone che davanti a un testo terribile non riescono a restare semplicemente indifferenti… 😛

      • “Un editor è come un eunuco in un harem. Può guardare, commentare, giudicare. Ma non può fare.”

        La frase è di Asimov, ed era rivolta in origine ai critici letterari. Credo però che si adatti molto bene anche agli editor 🙂

      • La frase di Asimov è molto vera. Cioè: se rivolta a un critico, è vero che non può fare. Questi novelli editor, a mio modesto parere, mi sembrano invece portati a disfare più che non fare…

  8. Editor 4

    Ero davanti allo scaffale del riso e stavo calcolando se conveniva l’offerta 3×2: tre pacchi di Supernatural Integrale Parboiled a 4,83 euro anziché 7,25, oppure il Chicchilunghi a 1,75 la scatola con buono sconto di 0,50 euro su una confezione gigante di cereali per cani Risocan. Non avendo cani, propendevo per il Supernatural, quando una mano lunga, affusolata, maschile ha sfiorato la mia e la voce del proprietario della mano – tenebrosa, scura, profonda come i suoi occhi – ha sussurrato: «Il Supernatural Integrale Parboiled va bene per il riso pilaf?»
    Il bel tenebroso non era mai entrato prima in un supermercato e da quando con la coda dell’occhio mi aveva vista china sul banco della carne, incerta se prendere lo scamone a 9,80 o l’offerta del giorno, il controfiletto a 11,80, mi stava seguendo e cercava solo un pretesto per attaccare discorso. Il riso pilaf gli era venuto in mente perché l’aveva mangiato la sera prima al ristorante. (E lei come può sapere cos’ha mangiato uno sconosciuto la sera prima? Ricordo che sta narrando in prima persona. Non è un onnisciente).
    «Forse… forse va meglio il riso arborio. Lei il riso pilaf lo fa sul fuoco o al forno?», gli chiedo e mi perdo nei suoi occhi. In quel preciso istante, mio marito, seduto alla scrivania dell’Istituto di Mediocredito Crescenzaghese, punta i suoi, di occhi, sul cellulitico ma imponente didietro della rag. Pestalozzi che si è piegata in due per raccogliere una matita, quella maledetta civetta, e se dico civetta è solo per non nominare un altro animale di sesso femminile ma mammifero. (Qui c’è un errore di punto di vista. La donna non potrà mai essere certa che il marito sta facendo esattamente quello. È una sua pura supposizione. Occorre quindi modificare la frase. Ad esempio “immagino mio marito che in questo momento…”)
    «Per dir la verità – confessa lo sconosciuto – non ho mai preparato il riso pilaf. Non è che sarebbe così gentile da salire in casa mia per mostrarmi come si fa? Abito qui vicino.» Ora, preparare il riso pilaf è una sciocchezza e si può spiegare benissimo a voce senza dimostrazione sul campo ma ho pensato agli occhi di mio marito puntati sul didietro della Pestalozzi e ai suoi puntati sulla mia anima e – follemente, vertiginosamente, entusiasticamente (pesantissima questa fila di avverbi) – ho mormorato: «Il riso pilaf come lo faccio io non lo fa nessuno.»

    Ma quanti tempi verbali ci sono? Manca uniformità. Il testo è confuso. Le frasi secondo me sono troppo lunghe e ci sono troppe virgole.

  9. Editor 5

    Spero di avere ben interpretato l’editing eseguito dall’editor 5 sul brano incriminato. Non dovessi aver capito alcuni suoi interventi, sa come contattarmi… nel frattempo, eccovi l’editor 5 all’opera.

    Ero davanti allo scaffale del riso e stavo calcolando se conveniva l’offerta 3×2, tre pacchi di Supernatural Integrale Parboiled a 4,83 euro anziché 7,25, oppure il Chicchilunghi a 1,75 la scatola con buono sconto di 0,50 euro su una confezione gigante di cereali per cani Risocan. Non avendo cani, propendevo per il Supernatural, quando una mano lunga, affusolata, maschile ha sfiorato la mia e la voce del proprietario della mano, tenebrosa, scura, profonda come i suoi occhi, ha sussurrato: «Il Supernatural Integrale Parboiled va bene per il riso pilaf?»
    Il bel tenebroso non era mai entrato prima in un supermercato. Da quando, con la coda dell’occhio, mi aveva visto china sul banco della carne, incerta se prendere lo scamone a 9,80 o l’offerta del giorno, il controfiletto a 11,80, mi stava seguendo e cercava solo un pretesto per attaccare discorso. Il riso pilaf gli era venuto in mente perché l’aveva mangiato la sera prima al ristorante (come fa a sapere la protagonista quello che lui aveva mangiato la sera prima?).
    «Forse… forse va meglio il riso arborio. Lei il riso pilaf lo fa sul fuoco o al forno?», gli chiesi, perdendomi nei suoi occhi. In quel preciso istante mio marito, seduto alla scrivania dell’Istituto di Mediocredito Crescenzaghese, punta i suoi (se la donna si trova in un negozio di alimentari come fa a vedere il marito dentro una banca?), di occhi, sul cellulitico ma imponente didietro della rag. Pestalozzi che si è piegata in due per raccogliere una matita, quella maledetta civetta, e se dico civetta è solo per non nominare un altro animale di sesso femminile ma mammifero.
    «Per dir la verità», confessa lo sconosciuto, «non ho mai preparato il riso pilaf. Non è che sarebbe così gentile da salire in casa mia per mostrarmi come si fa? Abito qui vicino.»
    Ora, preparare il riso pilaf è una sciocchezza e si può spiegare benissimo a voce senza dimostrazione sul campo, ma ho pensato agli occhi di mio marito puntati sul didietro della Pestalozzi e ai suoi puntati sulla mia anima e – follemente, vertiginosamente, entusiasticamente – ho mormorato: «Il riso pilaf come lo faccio io non lo fa nessuno.»

  10. Giornata faticosa, che mi ha occupato in faccende senza importanza, ma alla fine ce l’ho fatta a rimettermi in pari con le varie versioni ricevute, l’unica cosa che aveva senso oggi. C’è però ancora tempo e spazio per chiunque voglia giocare un po’ con il nostro brano originale. Fai esplodere l’editor che c’è in te.
    Settimana prossima rifletteremo, tutti assieme, su quanto prodotto. E proveremo a trarre qualche conclusione sull’editing, che spero possa servire a tutti noi.

  11. Negli ultimi giorni questi supermercati sono molto frequentati!
    Non è che, per caso, la protagonista, mentre sogna di tradire il marito fedigrafo, insegnando ad uno sconosciuto dallo sguardo ammiccante come si cucina il riso pilaf, ha intravisto un vecchietto sdentato, una giovane signora stretta in un tubino giallo, un giovane seccato che si sfrega una guancia arrossata… ed una volante della polizia che ha appena parcheggiato?

  12. La versione seria dell’esperimento presto nella mail che ti spedirò! 🙂

  13. Editor 6

    Caro Da dove sto scrivendo, la tua iniziativa è simpatica e diventare editor per un giorno mi diverte. È ovvio che, non essendo questo il mio mestiere, io debba ricorrere a ciò che immagino faccia un editor, o meglio, a ciò che conosco di questa figura. La prima cosa che credo di aver capito è che un editor che sappia ben fare il suo lavoro non trasforma un testo sottoposto alla sua attenzione, cioè non interviene sulla struttura del brano, essendo esclusiva opera del suo autore. L’editor dovrebbe consigliare, smussare, semplificare, aggiustare, guidare. In virtù di questo io riproporrò la storiella specificando tra parentesi quello che per me non va.
    Pronti?

    Ero davanti allo scaffale del riso e stavo calcolando se conveniva l’offerta 3×2, tre pacchi di Supernatural Integrale Parboiled a 4,83 euro anziché 7,25, oppure il Chicchilunghi a 1,75 la scatola con buono sconto di 0,50 euro su una confezione gigante di cereali per cani Risocan; (la lingua si ingarbuglia in tutta questa meticolosa visualizzazione di prezzi e marche) non avendo cani, propendevo per il Supernatural, quando una mano lunga, affusolata, maschile ha sfiorato (qualcosa nell’uso dei verbi crea una stonatura) la mia e la voce del proprietario della mano – tenebrosa, scura, profonda come i suoi occhi – ha sussurrato: «Il Supernatural Integrale Parboiled va bene per il riso pilaf?»
    Il bel tenebroso non era mai entrato prima in un supermercato e da quando con la coda dell’occhio mi aveva vista china sul banco della carne, incerta se prendere lo scamone a 9,80 o l’offerta del giorno, il controfiletto a 11,80 (come sopra), mi stava seguendo e cercava solo un pretesto per attaccare discorso. Il riso pilaf gli era venuto in mente perché l’aveva mangiato la sera prima al ristorante.
    «Forse… forse va meglio il riso arborio. Lei il riso pilaf lo fa sul fuoco o al forno?», gli chiedo (il passaggio dal tempo passato al tempo presente crea una stonatura nella storia, come il gesso su una lavagna!) e mi perdo nei suoi occhi. In quel preciso istante, mio marito, seduto alla scrivania dell’Istituto di Mediocredito Crescenzaghese, punta i suoi, di occhi, sul cellulitico ma imponente didietro della rag. Pestalozzi che si è piegata in due per raccogliere una matita, quella maledetta civetta, e se dico civetta è solo per non nominare un altro animale di sesso femminile ma mammifero.
    «Per dir la verità – confessa lo sconosciuto – non ho mai preparato il riso pilaf. Non è che sarebbe così gentile da salire in casa mia per mostrarmi come si fa? Abito qui vicino.» Ora, preparare il riso pilaf è una sciocchezza e si può spiegare benissimo a voce senza dimostrazione sul campo ma ho pensato agli occhi di mio marito puntati sul didietro della Pestalozzi e ai suoi puntati sulla mia anima e – follemente, vertiginosamente, entusiasticamente (eliminerei questi baroccheggianti avverbi che appesantiscono il racconto) – ho mormorato: «Il riso pilaf come lo faccio io non lo fa nessuno.»

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