Il signor G

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Uno degli ultimi grandi editori del Novecento, Livio Garzanti, testimone e simbolo di una stagione editoriale e culturale irripetibile si è spento domenica scorsa a 93 anni. Ho chiesto a Donata di raccontarci qualcosa di lui.

 

Ieri sono stata al funerale di Livio Garzanti, l’editore per il quale avevo lavorato una trentina d’anni. Non ero in lutto: aveva 93 anni ed era uno degli uomini più cattivi che abbia conosciuto. Una bella cerimonia laica, nella sala che noi chiamavamo la «Nave», meravigliosamente dipinta da Tullio Pericoli, con bella musica, bellissime luci, diversi interventi intelligenti (solo uno noiosissimo) e alla fine un’Ave Maria vagamente jazz cantata dalla nuora, moglie del suo unico figlio Eduardo. Ha avuto tre mogli, la prima vive a Ibiza, la seconda è morta, la terza, di quarant’anni più giovane di lui, era lì. E c’eravamo in tanti che avevamo lavorato in quella casa editrice dove abbiamo lasciato una parte di noi e dove abbiamo avuto molto, imparato molto, coltivato amicizie che sono ancora vive; anche con quelli che non rivedevamo da anni.

Gli articoli di giornale, come la maggior parte dei discorsi di oggi, lo descrivono come colto e intelligente, anzi un genio, con qualche problemino di carattere. Solo don Ciotti, forse perché i preti non devono mentire, ha raccontato che le sue opere sono state beneficate da lui, ma che per il carattere, per il comportamento, era un uomo veramente impossibile.

Lo era. Anche se era colto e intelligente. Per lui avevo inventato un nuovo complesso, il complesso del maragià, quello che quando muore fa bruciare sul rogo la moglie perché non sia mai più di nessuno. La sua vera moglie, quella che più amava, era la casa editrice e lui ha fatto così: l’ha distrutta scientemente per non doverla lasciare a nessuno, neppure a suo figlio. E infine l’ha venduta a pezzi, perché almeno nessuno potesse averla intera.

Fine anni Settanta, un pomeriggio ero nell’atrio del primo piano, aspettavo un collaboratore e guardavo dalla finestra, verso il cortile. Lui mi si avvicina e mi dice: Vorrei essere un signore del Rinascimento, che dalla finestra guarda nel cortile il boia che taglia la testa al suo nemico vinto; lei non vorrebbe vivere in quel tempo? No, gli rispondo, perché io sarei quella in cortile che attende il taglio della testa.

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4 commenti

Archiviato in Arti e mestieri

4 risposte a “Il signor G

  1. Questo è uno di quei post in cui mi piacerebbe davvero molto poter commentare qualcosa. Ma sono del tutto inadeguato, a farlo, e mi tocca lasciare solo un “mi piace”.

    • Siamo in due. Qui mi limito anch’io a pubblicare le parole che mi sono giunte, ma non prendo posizione. L’unica considerazione che mi viene spontanea è che dietro ai libri ci sono sempre delle persone in carne e ossa, nel bene e nel male. E che i libri spesso, soprattutto quelli che sopravvivono nel tempo, valgono di più di chi li ha scritti o pubblicati.

  2. Giuse Oliva

    Non avevo mai considerato il fatto che dietro a una casa editrice ci fossero persone, con amori e odi. Molte volte si identifica un gruppo di persone con l’attività. In questo caso con la casa editrice, ma leggere queste righe dà una sorta di scossa.

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