Punti e virgole

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Navigando in internet trovo blog o singoli post che parlano di grammatica, dando suggerimenti preziosi per migliorare la qualità della scrittura. Uno dei temi più popolari proposti da questi blog è quello che riguarda l’uso della punteggiatura. Usare in maniera appropriata punti e virgole è indispensabile per produrre una scrittura accettabile. E in questi articoli vengono perciò elencate le regole fondamentali che presiedono a un uso corretto dei segni d’interpunzione.

Applicando questi principi si crea un’efficace comunicazione scritta, ma questo può anche generare un rischioso irrigidimento della libertà stilistica quando si passa dalla scrittura di testi di natura informativa ad altri di genere narrativo. L’uso corretto delle regole di punteggiatura aiuta sì a scrivere meglio, ma l’utilizzo dei segni d’interpunzione in funzione solo grammaticale non basta a produrre una prosa incisiva ed emozionante, qual è per esempio quella dei romanzi. Spesso i blogger che elargiscono i consigli del caso dimenticano, o ignorano del tutto, che esiste anche una funzione espressiva dell’interpunzione e che il ritmo della prosa è trasmesso soprattutto dalla punteggiatura.

Assisto perciò a uno strano fenomeno: lo scrittore – soprattutto esordiente – si limita a un uso meccanico della punteggiatura, applicando pari pari le regole. Ma la prosa che produce non decolla perché risulta troppo appiattita sul rispetto di quelle stesse regole. Un cane che si morde la coda. Una narrazione dev’essere invece innanzitutto incentrata sull’espressività, sull’abbandono della grammatica in cerca di altre strade.

Quando leggo un brano d’autore resto sempre stupito di quanto si allontani dal politicamente corretto dell’uso standard della punteggiatura, a favore di un utilizzo più libero e spavaldo, ma intrigante, dei segni d’interpunzione.
Avete mai provato a eliminare la punteggiatura dalle vostre letture preferite? Salta subito all’occhio la perdita di emozione della prosa. Le frasi sbiadiscono, perdono smalto, svaporano. Ci si accorge allora che le virgole e gli altri segni interposti tra le parole non sono l’elemento debole della composizione, la variabile dipendente, la parte che si può fare a meno di pensare razionalmente. Al contrario, l’elemento forte dello stile, della narrazione e del ritmo, è dato più da una sapiente disposizione della punteggiatura all’interno del brano che da un uso accorto di tutte le altre parti del discorso.

Da qui l’idea di oggi di sottoporvi un brano d’autore spogliato della punteggiatura. Se avete voglia di cimentarvi con punti e virgole, copiate il brano che appare alla fine di questo post, sedetevi al computer e lavoratelo con le vostre scelte d’interpunzione. Man mano che procederete tra le parole – ne sono sicuro – troverete l’esperimento istruttivo, divertente, anche avvincente. Infine ricopiate la vostra versione nei commenti.
Scommetto già fin d’ora che pur in presenza delle stesse parole identiche per tutti, le vostre scelte di punteggiatura risulteranno diverse da quelle che faranno tutti gli altri. Di più. Ogni brano, quindi anche il vostro, rispecchierà non le regole grammaticali sulla punteggiatura che avrete appreso negli anni, ma le vostre convinzioni narrative più profonde su come si racconta una storia.

Quando abbiamo giocato al «gioco dell’editor» vi ho suggerito l’anonimato. Direi che per questo esercizio non è necessario. Settimana prossima pubblicherò il brano originale, punteggiatura inclusa. A quel punto, ci scommetto, la versione «d’autore» non sarà che una delle tante possibili versioni, e forse neppure la migliore.

Perché non sfidare il grande scrittore? Forse sa scegliere le parole meglio di noi, forse la sua trama risulterà più geniale delle nostre. Ma a punteggiatura, chi dice che sia lui il migliore?

 

I dinosauri stavano morendo i grandi rettili ne erano consapevoli e discutevano sempre più lentamente i grandi eventi di una storia che era stata grande gloriosa impareggiabile i vecchi si chiudevano in una accidiosa conversazione o meditazione solitaria consapevoli ormai che nessun gesto avrebbe avuto senso che nessuna ulteriore grandezza era loro riservata che essi potevano peccare o non peccare tutto era indifferente qualcuno cercò di scrivere in stile piano una Storia dei dinosauri scritta dal punto di vista dei dinosauri dell’ultima generazione ma si rese conto che per quanto semplice e nudo il suo linguaggio sarebbe stato pur sempre incomprensibile a qualunque razza avesse preso il loro posto al governo del mondo le nonne le madri non volevano sentir parlare della fine dei dinosauri custodivano gli ultimi dinosauri giocavano con loro insegnavano loro a pregare con parole semplici per i loro morti per ottenere l’aiuto dei sùperi e vivere una vita innocente e laboriosa ma i padri i giovani si torturavano perché i dinosauri incontrastati padroni del mondo cui la mole e una pacata violenza conferivano l’immunità nei confronti di qualsiasi altro animale perché mai stavano morendo l’Archimandrita dalla pelle rugosa e gli occhi sporgenti aveva accusato la mollezza dei costumi e alluso all’ira dei sùperi il Libero Pensatore agile e liscio aveva parlato di scarso spirito di indipendenza e impropria alimentazione come rimedi erano stati proposti il libero amore l’abolizione del divorzio la pena di morte l’apertura delle carceri era chiaro che nessuno capiva niente eccetto il fatto che ogni capodanno vedeva sulla terra un numero più esiguo di dinosauri non discutevano più di confini di diritti di doveri di morale né di società con rassegnazione con ira con tristezza parlavano dei sùperi si rammentavano che nessuno era mai riuscito a risolvere il problema quanti erano i sùperi e nemmeno a parlare veramente con i sùperi il meglio che avevano ottenuto erano certi giochi di carte che una profetessa tentava ancora nelle paludi i sùperi li avevano abbandonati intanto nell’abisso dei cieli si chiedevano perché mai loro i sùperi ignari di malattia stessero morendo secondo la convinzione più diffusa la colpa era dei dinosauri che li avevano abbandonati che non facevano sacrifici e avevano smesso di contarli.

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10 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

10 risposte a “Punti e virgole

  1. Bello!
    Comincio io… però non vedo l’ora di andare a casa a leggere l’originale.
    Non sarà interpunzione stretta, ma io ho messo anche la suddivisione in paragrafi: l’aria, tra le righe, fa respirare anche le parole. 😉
    ***
    I dinosauri stavano morendo. I grandi rettili ne erano consapevoli e discutevano, sempre più lentamente, i grandi eventi di una storia che era stata grande, gloriosa, impareggiabile. I vecchi si chiudevano in una accidiosa conversazione, o meditazione solitaria, consapevoli ormai che nessun gesto avrebbe avuto senso, che nessuna ulteriore grandezza era loro riservata, che essi potevano peccare o non peccare. Tutto era indifferente. Qualcuno cercò di scrivere in stile piano una Storia dei dinosauri, scritta dal punto di vista dei dinosauri dell’ultima generazione ma si rese conto che, per quanto semplice e nudo, il suo linguaggio sarebbe stato pur sempre incomprensibile a qualunque razza avesse preso il loro posto al governo del mondo.

    Le nonne, le madri, non volevano sentir parlare della fine dei dinosauri; custodivano gli ultimi dinosauri, giocavano con loro, insegnavano loro a pregare con parole semplici, per i loro morti, per ottenere l’aiuto dei sùperi e vivere una vita innocente e laboriosa ma i padri, i giovani, si torturavano. Perché i dinosauri, incontrastati padroni del mondo, cui la mole e una pacata violenza conferivano l’immunità nei confronti di qualsiasi altro animale, perché mai stavano morendo? L’Archimandrita, dalla pelle rugosa e gli occhi sporgenti, aveva accusato la mollezza dei costumi e alluso all’ira dei sùperi. Il Libero Pensatore, agile e liscio, aveva parlato di scarso spirito di indipendenza. E impropria alimentazione.

    Come rimedi erano stati proposti il libero amore, l’abolizione del divorzio, la pena di morte, l’apertura delle carceri. Era chiaro che nessuno capiva niente; eccetto il fatto che ogni capodanno vedeva sulla terra un numero più esiguo di dinosauri. Non discutevano più di confini, di diritti, di doveri, di morale, né di società. Con rassegnazione, con ira, con tristezza parlavano dei sùperi: si rammentavano che nessuno era mai riuscito a risolvere il problema, quanti erano, i sùperi, e nemmeno a parlare veramente, con i sùperi. Il meglio che avevano ottenuto erano certi giochi di carte, che una profetessa tentava ancora nelle paludi. I sùperi li avevano abbandonati. Intanto, nell’abisso dei cieli, si chiedevano perché mai loro, i sùperi, ignari, di malattia stessero morendo. Secondo la convinzione più diffusa la colpa era dei dinosauri, che li avevano abbandonati, che non facevano sacrifici e avevano smesso di contarli.

    • Giustissimo. In realtà, passare dal primo volume di un libro al secondo, dalla prima parte di un romanzo alla seconda, da un capitolo al successivo, saltare una riga all’interno del testo, fare un a capo sono tutte pause più forti del punto fermo e rientrano nella punteggiatura. Grammatiche e manuali di scrittura non ne parlano mai, però ci sono qui io a dirvelo. Sono megalomane, o no?
      Quasi quasi questo esercizio lo faccio anch’io appena ho un minuto. Perché in realtà avevo preparato il testo senza punteggiatura parecchi mesi fa, non mi ricordo certo la punteggiatura del brano…

  2. I dinosauri stavano morendo. I grandi rettili ne erano consapevoli, e discutevano sempre più lentamente i grandi eventi di una storia che era stata grande, gloriosa, impareggiabile. I vecchi si chiudevano in una accidiosa conversazione, o meditazione solitaria, consapevoli ormai che nessun gesto avrebbe avuto senso; che nessuna ulteriore grandezza era loro riservata; che essi potevano peccare o non peccare: tutto era indifferente. Qualcuno cercò di scrivere in stile piano una Storia dei dinosauri, scritta dal punto di vista dei dinosauri dell’ultima generazione: ma si rese conto che per quanto semplice e nudo, il suo linguaggio sarebbe stato pur sempre incomprensibile a qualunque razza avesse preso il loro posto al governo del mondo. Le nonne, le madri, non volevano sentir parlare della fine dei dinosauri. Custodivano gli ultimi dinosauri, giocavano con loro, insegnavano loro a pregare con parole semplici per i loro morti, per ottenere l’aiuto dei sùperi e vivere una vita innocente e laboriosa. Ma i padri, i giovani, si torturavano. Perché i dinosauri, incontrastati padroni del mondo, cui la mole e una pacata violenza conferivano l’immunità nei confronti di qualsiasi altro animale, perché mai stavano morendo? L’Archimandrita dalla pelle rugosa e gli occhi sporgenti aveva accusato la mollezza dei costumi e alluso all’ira dei sùperi. Il Libero Pensatore, agile e liscio, aveva parlato di scarso spirito di indipendenza e impropria alimentazione. Come rimedi erano stati proposti: il libero amore, l’abolizione del divorzio, la pena di morte, l’apertura delle carceri. Era chiaro che nessuno capiva niente, eccetto il fatto che ogni capodanno vedeva sulla terra un numero più esiguo di dinosauri. Non discutevano più di confini, di diritti, di doveri, di morale, né di società. Con rassegnazione, con ira, con tristezza, parlavano dei sùperi. Si rammentavano che nessuno era mai riuscito a risolvere il problema: quanti erano i sùperi? E nemmeno a parlare veramente con i sùperi. Il meglio che avevano ottenuto erano certi giochi di carte che una profetessa tentava ancora nelle paludi. I sùperi li avevano abbandonati. Intanto, nell’abisso dei cieli, si chiedevano perché mai loro, i sùperi ignari di malattia, stessero morendo. Secondo la convinzione più diffusa la colpa era dei dinosauri che li avevano abbandonati, che non facevano sacrifici. E avevano smesso di contarli.

  3. Sicuramente ho usato la punteggiatura in modo mooolto creativo… 😛
    ***
    I dinosauri stavano morendo. I grandi rettili, ne erano consapevoli. E discutevano sempre più lentamente i grandi eventi di una storia che era stata: grande, gloriosa, impareggiabile… I vecchi si chiudevano in una accidiosa conversazione, o meditazione solitaria, consapevoli, ormai, che nessun gesto avrebbe avuto senso, che nessuna ulteriore grandezza era loro riservata. Che essi potevano peccare, o non peccare, tutto era indifferente.

    Qualcuno, cercò di scrivere in stile piano una Storia dei dinosauri. Scritta dal punto di vista dei dinosauri dell’ultima generazione. Ma si rese conto che per quanto semplice e nudo, il suo linguaggio sarebbe stato pur sempre incomprensibile a qualunque razza avesse preso il loro posto al governo del mondo.

    Le nonne, le madri, non volevano sentir parlare della fine dei dinosauri. Custodivano gli ultimi dinosauri, giocavano con loro, insegnavano loro a pregare con parole semplici… per i loro morti, per ottenere l’aiuto dei sùperi e vivere una vita innocente e laboriosa. Ma i padri, i giovani, si torturavano. Perché i dinosauri, incontrastati padroni del mondo, cui la mole e una pacata violenza conferivano l’immunità nei confronti di qualsiasi altro animale, perché mai stavano morendo?

    L’Archimandrita, dalla pelle rugosa e gli occhi sporgenti, aveva accusato la mollezza dei costumi e alluso all’ira dei sùperi. Il Libero Pensatore, agile e liscio, aveva parlato di scarso spirito di indipendenza e impropria alimentazione… Come rimedi, erano stati proposti: il libero amore, l’abolizione del divorzio, la pena di morte, l’apertura delle carceri… Era chiaro che nessuno capiva niente, eccetto il fatto che, ogni capodanno, vedeva sulla terra un numero più esiguo di dinosauri!

    Non discutevano più di confini, di diritti, di doveri, di morale; né di società. Con rassegnazione, con ira, con tristezza, parlavano dei sùperi. Si rammentavano che nessuno era mai riuscito a risolvere il problema: quanti erano i sùperi? E nemmeno a parlare veramente con i sùperi, il meglio che avevano ottenuto, erano certi giochi di carte che una profetessa tentava ancora nelle paludi… I sùperi, li avevano abbandonati, intanto, nell’abisso dei cieli. Si chiedevano: perché mai loro, i sùperi, ignari di malattia, stessero morendo? Secondo la convinzione più diffusa, la colpa era dei dinosauri che li avevano abbandonati. Che non facevano sacrifici e avevano smesso di contarli.

  4. Ciò che conta davvero è condividerla, l’erba.

  5. Bello, sembra di essere a scuola, quando i maestri facevano fare esercizi di punteggiatura agli alunni! Mi cimento anch’io, anche se – lo ammetto – ho trovato questo racconto lievemente incomprensibile (ma che roba è?).
    Posto la mia versione e poi vado a leggere quelle che mi hanno preceduto (non volevo farmi influenzare) 🙂

    I dinosauri stavano morendo. I grandi rettili ne erano consapevoli e discutevano, sempre più lentamente, i grandi eventi di una storia che era stata grande, gloriosa, impareggiabile.
    I vecchi si chiudevano in una accidiosa conversazione, o meditazione solitaria, consapevoli ormai che nessun gesto avrebbe avuto senso, che nessuna ulteriore grandezza era loro riservata, che essi potevano peccare o non peccare… tutto era indifferente. Qualcuno cercò di scrivere, in stile piano, una Storia dei dinosauri scritta dal punto di vista dei dinosauri dell’ultima generazione, ma si rese conto che, per quanto semplice e nudo, il suo linguaggio sarebbe stato pur sempre incomprensibile a qualunque razza avesse preso il loro posto al governo del mondo. Le nonne, le madri non volevano sentir parlare della fine dei dinosauri; custodivano gli ultimi dinosauri, giocavano con loro, insegnavano loro a pregare con parole semplici per i loro morti, per ottenere l’aiuto dei sùperi e vivere una vita innocente e laboriosa; ma i padri, i giovani si torturavano perché i dinosauri, incontrastati padroni del mondo, cui la mole e una pacata violenza conferivano l’immunità nei confronti di qualsiasi altro animale, perché mai stavano morendo? L’Archimandrita dalla pelle rugosa e gli occhi sporgenti aveva accusato la mollezza dei costumi e alluso all’ira dei sùperi; il Libero Pensatore, agile e liscio, aveva parlato di scarso spirito di indipendenza e impropria alimentazione come rimedi: erano stati proposti il libero amore, l’abolizione del divorzio, la pena di morte, l’apertura delle carceri. Era chiaro che nessuno capiva niente, eccetto il fatto che ogni capodanno vedeva sulla terra un numero più esiguo di dinosauri. Non discutevano più di confini, di diritti, di doveri, di morale né di società; con rassegnazione, con ira, con tristezza parlavano dei sùperi, si rammentavano che nessuno era mai riuscito a risolvere il problema. Quanti erano i sùperi? e nemmeno a parlare veramente con i sùperi, il meglio che avevano ottenuto erano certi giochi di carte che una profetessa tentava ancora nelle paludi. I sùperi li avevano abbandonati, intanto, nell’abisso dei cieli; si chiedevano perché mai loro, i sùperi, ignari di malattia, stessero morendo secondo la convinzione più diffusa: la colpa era dei dinosauri, che li avevano abbandonati, che non facevano sacrifici e avevano smesso di contarli.

    • Sì, è un bel gioco. E il brano non è tanto facile da comprendere, anch’io che l’ho proposto poi mi sono trovato in difficoltà, in qualche passo ho temuto anche di essermi mangiato delle parole, perché non trovavo la frase completa. Vedremo settimana prossima i risultati (anche se non esiste la versione giusta, esistono solo varie versioni, la tua compresa). Certo è che la punteggiatura è importante quanto le parole. Anzi, è quella che conferisce significato alle parole.

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