Punti di vista, 23 febbraio

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È da tempo che non vi parlo più della mia moleskine con i cari vecchi appunti di scrittura. In realtà è una dimenticanza strategica, perché dovrei trattare ora del «punto di vista narrativo».
Questo argomento, tra i più gettonati nei manuali di scrittura e nei blog degli scrittori esordienti, mi fa tremare i polsi. Non solo perché ne so poco, ma soprattutto perché ne capisco ancora meno: forse sarebbe meglio soprassedere e passare alla questione successiva legata all’ambientazione, molto più semplice da dipanare. Però un tentativo, anche se disperato, lo voglio fare.

Inizierò col dirvi che prima di tutto c’è l’autore, e fin qui tutto ok. La storia nasce nella sua testa, testa che magari odia le donne. Nel momento in cui però scrive la prima riga del romanzo, ecco comparire per incanto il narratore.
Questo narratore magari è misogino anche lui. Quindi vuol dire che autore e narratore coincidono? No, non coincidono affatto, anche se purtroppo la pensano nello stesso modo e calzano le stesse scarpe.

Se l’ultima affermazione è vera, ma sarà poi vera?, allora Ismaele non è Melville, Dante non è Dante e l’Infinito non è Leopardi. Ismaele, Dante, colui che dice «sempre caro mi fu quest’ermo colle» non sono altro che una maschera, una finzione letteraria dell’autore.

Se ho capito bene, quindi, sto dicendo a me stesso che autore e narratore sono in parte legati e in parte no: il primo usa il secondo per fargli dire e vivere quello che lui può, non può o non vuole dire e vivere. Non c’è cosa migliore di questa: poter trattare di argomenti anche osceni, politicamente scorretti, «atti a turbare l’ordine pubblico» che tanto poi di mezzo ci andrà il narratore. Io non ne so niente, sono solo il segretario che trascrive sotto dettatura: è lui – il narratore – che racconta la storia, io che c’entro se il professor Humbert Humbert va matto per le lolite?

Questa nuova consapevolezza mi ubriaca di libertà e mi fa affrontare con spensieratezza, direi con leggerezza, i vari punti di vista del narratore, che ridotti all’osso per i minorati letterari come me, si limitano a quattro possibilità, divise a coppie di due.

1. Narratore in prima persona. Questo è facile, se sei agli inizi usalo.
2. Narratore in prima persona che parla di altri. Anche questo è facile, ma più intrigante, usalo a partire dal secondo romanzo.

3. Narratore in terza persona immersa nelle azioni e nei pensieri del protagonista. Questo è difficile: già dalla definizione si capisce che non è intuitivo. Servirebbe un esempio chiarificatore, il primo che mi capita a portata di libro: «Il signor Palomar ha deciso che la sua principale attività sarà guardare le cose dal di fuori. Un po’ miope, distratto, introverso, egli non sembra rientrare in quel tipo umano che viene di solito definito un osservatore. Eppure gli è sempre successo che certe cose – un muro di pietre, un guscio di conchiglia, una foglia, una teiera – gli si presentino come chiedendogli un’attenzione minuziosa e prolungata: egli si mette a osservarle quasi senza rendersene conto e il suo sguardo comincia a percorrere tutti i dettagli, e non riesce più a staccarsene. Il signor Palomar ha deciso che d’ora in avanti raddoppierà la sua attenzione: primo nel non lasciarsi sfuggire questi richiami che gli arrivano dalle cose; secondo, nell’attribuire all’operazione dell’osservare l’importanza che essa merita». Se non è un punto di vista fantastico questo… però l’importante è capire che cosa si intenda per narratore immerso. Usalo se sei Calvino.
4. Narratore onnisciente. Questo è come una mia collega di lavoro, che lei sa tutto, sa fare tutto lei. È facile, ma non piacevole. Ve lo posso assicurare.

Se passate di qui e volete arricchire con un commento il post, per favore, non dite «uso un narratore immerso», oppure «nell’ultimo romanzo ho usato un narratore in prima persona multipla che poi finisce immerso nell’onnisciente». Riportate uno stralcio del vostro testo, che da lì si capisca che narratore sia. Si accettano soprattutto esempi di terza persona immersa: ho bisogno di capire soprattutto quella. Grazie della collaborazione.

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21 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

21 risposte a “Punti di vista, 23 febbraio

  1. Commento spassionato: sei un mito! 😀 Secondo me sei un prof. attento e rigoroso che viaggia sul web in incognito e mette alla prova i suoi lettori per tracciarne un profilo ben preciso! Ihih!
    Detto ciò, ero qui di passaggio, ma più tardi mi soffermerò sul tuo intervento e sottoporrò alla tua attenzione uno stralcio del mio testo: mi diverte l’idea di ciò che ne penserai! 😉

  2. Michela non aveva voglia, quella sera. Altre volte se n’era fregata, se era molto stanca. Anche oggi era quasi a quel punto. Quasi. Così s’era fatta coraggio e s’era piazzata davanti allo specchio. Ringraziò il correttore che, dopo dodici ore, ancora tentava di coprirle le occhiaie, pur se con scarso successo. Quindi lo maledì perché, per tanto che era sparito, avrebbe potuto farlo del tutto e risparmiarle il problema di doverlo togliere, insieme al resto del trucco. Si sorrise, al di là del vetro: non era mica l’unica cosa maschile ad essere sparita, da quella casa.

    Un autorE che usa una narraTRICE per raccontare la propria vita, riflessa nello specchio del genere sessuale. Roba da mal di testa (e da conati di vomito).

    • Ok, mi torna. Una lei narrata da una terza persona che ne sa molto di lei, per esempio che quella sera non aveva voglia, e altre se n’era fregata. Però, se invece volessimo passare a un narratore onnisciente il brano cambierebbe o resterebbe praticamente identico?

      • io lo cambierei. l’idea che seguo è questa: nella terza limitata sto usando una cinepresa montata sulla (e nella) testa del personaggio. Ecco perché non va bene avere scene in cui il pov salta di qua e di là: l’effetto per il lettore è straniante, perché non sa più in chi si deve identificare.
        l’onniscente fa una “telecronaca” e, di solito, mentre legge nella mente dei personaggi ci infila anche qualche commento. magari sarcastico. tipo: “michela non aveva voglia, quella sera, anche perché con la vita squallida che s’era ridotta a fare, senza neppure rendersene conto, non aveva alternative divertenti.”
        michela non penserebbe mai così, di se stessa 🙂

  3. In narratore in prima persona non è facile! Mai al primo romanzo! È molto più facile prendere maschere e pinne e iniziare con l’immersione…

    “Carlo torna a guardare la moglie, il pasto è finito senza che il suo sguardo l’abbia scalfita. Si alzano insieme, portano i piatti al lavello sfiorandosi senza incrociarsi, senza toccarsi: quello tra il tavolo e il lavandino è uno spazio da occupare, non da vivere. Si accumulano i piatti utilizzati, macerie di un pasto consumato.

    Dovrebbero inventare anche detersivi per le anime, lavatrici di sentimenti, che portino via i rimpianti come briciole. Come le briciole che cadono dalla tovaglia che Carlo scuote oltre la finestra. Qualche passero domattina le troverà. Qualche uccello dovrebbe venire a mangiare anche i rimasugli di un amore finito, portarne via i segni e lasciare il mondo pulito…”

    • Bello il brano, che avevo già letto sul tuo blog ma non con l’attenzione dovuta. Molto musicale. Hai ragione da vendere sulla prima persona: dico facile però so di mentire. Non c’è nulla di facile per chi scrive seriamente, dilettante o professionista che sia.
      Venendo al brano, invece, comprendo l’uso che fai della terza persona immersa. Tante cose di Carlo e del suo rapporto di coppia, raccontate da una terza persona che scava nella sua mente e riporta i pensieri, le sensazioni, lo stato d’animo del protagonista. Ripeto però anche a te la domanda che ho fatto a miscarparo70: se volessimo abbandonare la terza persona immersa e passare a un narratore onnisciente, il brano cambierebbe o resterebbe praticamente identico?

      • Cambierebbe tantissimo. Avremmo ad esempio “Carlo pensa che dovrebbero inventare anche detersivi per le anime”. E, sopratutto, avremmo anche i pensieri della moglie! Ne uscirebbe proprio un altro racconto

  4. Rieccomi con l’incipit del mio nuovo romanzo:

    Chiuse il suo libro e rimase per qualche secondo distesa sul letto con gli occhi fissi al soffitto. Stava leggendo un classico di poesia contemporanea, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master ed era come se le brevi storie narrate dalle anime dei trapassati riecheggiassero nell’aria di quella stanza fuggite via dagli epitaffi in cui erano racchiuse. Mentre le voci fantasma sembravano pacatamente trasudare dalle pareti, la sua mente si era inabissata in un’atmosfera surreale in cui lei riusciva a percepire persino il battito del suo cuore ed il respiro, calmo ed equilibrato, si allargava in un’eco evanescente per diradarsi nell’immediatezza di quell’attimo.
    Dalla finestra i colori del tramonto proiettavano ombre nella piccola mansarda; si alzò dal letto e si avvicinò ai vetri scoperti dietro tende tenute da un cordoncino ai lati della parete. Il sole basso aveva riempito di ombre anche il suo viso, gli zigomi più scuri tracciavano dei solchi fino agli angoli della bocca e i suoi occhi brillavano in modo straordinario, riflettendo quella trasparenza che li aveva sempre caratterizzati: erano verdi, verdi come il mare dell’isola che la ospitava ormai da un anno e tre mesi.

    (Primissima stesura!)

    • Ammazza, che incipit! Se questa è la prima, dobbiamo opzionarlo da Mondadori. Anche tu usi quindi una terza persona immersa. E la mia domanda è identica a quella che ho già fatto a chi ti ha preceduto: se invece volessimo passare a un narratore onnisciente il brano cambierebbe o resterebbe praticamente identico?
      Mi piace molto la tua chiusura dell’incipit. Da lettore mi chiedo istintivamente: come mai vive su un’isola ormai da un anno e tre mesi? È quell’ormai che mi intriga…

    • Ora che di penso, questo è uno scoop… un tuo inedito sul mio blog!

  5. Io mi gioco l’aiuto di Salvatore, se passa da queste parti, visto che ne ha parlato ampiamente in un vecchio post che mi ha messo una confusione pazzesca!
    Bene, posso dire di essermi guadagnata il primo lettore quando chiuderò l’intero romanzo? Solo così potrai sapere perché ormai Eva (nome della protagonista) vive in un’isola da un anno e tre mesi! 😉

  6. Nel mio romanzo volevo usare la terza limitata ma sono passata all’onnisciente pigro, il narratore sta sulla spalla della protagonista e si fa solo un giretto ogni tanto per sgranchirsi.

    • Cara Lisa, il tuo commento va benone, però perché non concedermi anche un piccolo assaggio del tuo narratore? L’hanno già fatto in due… come si dice, non c’è due senza tre. E poi se ci metti un passo del tuo romanzo capisco meglio il tuo commento. Ti prego… dai! Non puoi non partecipare alla festa…

  7. Giuse Oliva

    Ecco i primi paragrafi del mio incipit del romanzo che sto scrivendo.
    è la prima volta che pubblico uno stralcio del lavoro al quale mi sto dedicando. 😛

    “Respiri… È fondamentale” disse un’ostetrica.
    La donna sdraiata di fronte a lei, con le gambe aperte, era in evidente difficoltà. Ormai erano ore che era entrata in travaglio, ma la conclusione di quel parto era ancora molto lontana. La donna sudava e tremava, stava esaurendo le forze. Alzò una mano per stringere quella di un’infermiera.
    Spinse.
    Respirò e spinse ancora una volta.
    “Vedo la testa! Ancora! Spinga ancora!”
    La donna obbedì e all’improvviso si sentirono le urla di un neonato. Era tutto sporco di sangue, ma sembrava in buona salute. La madre sorrise. Ce l’aveva fatta, ma qualcosa in lei cambiò rapidamente. Sentì una fitta lancinante.

    • Allora il mio è uno scoop! Mancava uno scoop in questo blog. Gente, l’inedito di Giuse, per la prima volta a disposizione del pubblico. Vedo che anch’esso, come quello di Marina, è in terza persona immersa. Allora la considerazione di Tenar è giusta: gli esordienti non prediligono la prima persona, come credevo io, ma la terza persona immersa. Sarà anche una statistica basata su pochi numeri, però per ora è un dato certo, considerando i commenti fatti in questo post.
      Sono contento che ti sei fatta avanti. In fondo anche da poche righe si traggono degli insegnamenti e in più c’è il piacere di leggere un incipit, che è sempre un passo interessante. Mi piace che esordisci con qualcosa di bello come una nascita, anche se… quel dolore lancinante non promette nulla di buono… Sbaglio?

      • Giuse Oliva

        Già, immagini bene! Ho sempre prediletto la terza persona, la prima la trovo alienante e distante da me.
        Sono contenta che ti sia piaciuto il pezzo, quando sarò pronta pubblicherò il primo capitolo, l’incipit. 🙂

      • Io torno nel cliché: i miei primi due romanzi erano in prima persona. Al presente addirittura. Il primo rimarrà così, il secondo lo riscriverò al passato…
        La prima ha molti vantaggi ma dà anche tanti problemi: è problematica da usare…

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