L’ambientazione, 24 febbraio

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Archiviate le questioni relative al punto di vista, passiamo ora a un argomento solo apparentemente meno popolare e affascinante: l’ambientazione.

L’approccio che in rete si dà a questo aspetto del romanzo mi lascia sempre perplesso. Tanto è approfondita l’analisi che i vari blogger dedicano al punto di vista, quanto è spannometrica quella legata alle questioni sull’ambientazione. Dipenderà forse dal fatto che la descrizione dei luoghi viene considerata alla stregua di un comprimario, importante sì, ma non decisivo per il libro, quasi un male necessario alla scrittura, un momento statico del romanzo che fiacca la trama e va quindi limitato all’essenziale.

Ovviamente così non è: l’ambientazione, insieme con la trama e i personaggi, forma la base del romanzo. Nel caso mancasse o fosse solo accennata, la narrazione non avrebbe fondamenta e tutta la storia, per quanto ben articolata e con la presenza di personaggi a tutto tondo, sarebbe comunque sghemba e asettica.

Forse qui dovrei ora fare una precisazione. Per ambiente non intendo un luogo fisico dove i personaggi agiscono, come invece implicitamente dicono certi consigli di scrittura in rete. L’ambientazione non è Milano, Parigi, New York o la campagna inglese in quanto tale. Né un castello medievale o una megalopoli del futuro. Al contrario, è un luogo per nulla fisico, tutto mentale – tutta la narrativa avviene nella mente – che dev’essere:

1. Caratterizzante
2. Simbolico
3. Emotivo

Se l’ambientazione non ha queste proprietà, male. Quasi sempre nei racconti in rete degli aspiranti scrittori, spesso nei romanzi in self-publishing di chi è agli esordi, qualche volta anche nei libri pubblicati dagli editori tradizionali, noto la mancanza di spessore nel descrivere i luoghi dell’azione nell’intreccio narrativo. Questo non perché siano raccontati sommariamente o in modo sfocato. Avviene anzi il contrario: l’ambientazione è talmente nitida e precisa che si potrebbe pubblicare direttamente la fotografia per uso turistico.

Ma che significa ambientazione caratterizzante, simbolica, emotiva?
«In una giornata triste, cupa, silenziosa, verso il finire dell’anno, con le nubi che pendevano basse e opprimenti in cielo, avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi, mentre già si allungavano le ombre della sera, in prossimità della malinconica Casa Usher […] Contemplai la scena che mi si offriva alla vista: la casa, il semplice assetto della tenuta, le mura fredde, le finestre simili a orbite vuote, i pochi giunchi fetidi, i radi tronchi d’albero bianchi per il marciume…». Significa quello che avete appena letto: un luogo non fisico, ma mentale, che racconta già l’orrore, il confine tra vita e morte fin dalle mura fredde, dal cielo che opprime, dalle finestre che richiamano le orbite del cranio, il fetore, il marciume, il bianco che riferito ai tronchi d’albero richiama le ossa bianche di uno scheletro. L’ambientazione come protagonista del racconto di Casa Usher, una casa viva ma prossima alla morte, che morirà sprofondando sottoterra.

Potreste dire che tutto ciò è barocco, che l’esempio è estremo. Forse avete ragione: cambiano storia e genere, allora.

«Fu il 15 giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco». L’avete riconosciuto? È l’incipit del Barone rampante di Calvino, un romanzo dove l’ambientazione è l’idea forte della storia che si lega al protagonista fin dal titolo. L’abbandono di una visione dal terreno per guardare il mondo in modo libero il mondo da lassù, dai rami degli alberi, entra già dalla finestra alla terza riga di romanzo, dove il narratore può scorgere solo il folto dei rami dell’elce adiacente alla villa. Cosimo, il protagonista, e i rami formano già un intrico inseparabile nel primo paragrafo del romanzo. Quell’elce che appare alla finestra non è una cartolina, è l’ambientazione, senso profondo del racconto.

E finisco con Manhattan. Ci siete mai stati? Come la descrivereste in un romanzo? Parlereste degli edifici, del traffico, dei ponti, del movimento, della folla, ovvio… Ma in letteratura edifici, traffico, ponti, movimento, folla che cosa sono se non vuote parole? Identificano al massimo il paesaggio su una cartolina. Ma c’è anche un’altra Manhattan: caratterizzante, simbolica, emotiva.

«Ecco la città insulare degli abitanti di Manhattan, circondata di banchine, come le isole indiane sono circondate di barriere coralline, avvolta nella spuma del commercio. A destra e a sinistra le strade portano all’acqua»… e l’acqua porterà Ismaele in mezzo a una distesa d’acqua che tutto e tutti abbraccerà in un gorgo, per lasciarlo unico testimone narratore, come all’inizio di Moby Dick in mezzo all’acqua, a destra e a sinistra.

Non devo certo ricordarvi io che ne sarebbe della Divina Commedia, di 1984, di Gente di Dublino, dell’Infinito senza un’ambientazione caratterizzante, simbolica, emotiva.

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7 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

7 risposte a “L’ambientazione, 24 febbraio

  1. Un’analisi molto interessante, la tua. Credo che con queste considerazioni aggiornerò le mie schede dove tengo traccia dei “luoghi” dei miei romanzi.

    • Sono considerazioni che possono essere fatte a partire soprattutto dalla seconda versione di un racconto o di un romanzo. Credo che nella prima stesura la mente debba viaggiare libera. Tornando successivamente sullo scritto si può, forse si deve, cercare invece profondità, caratterizzazioni, simbolismi. Anche geometrie narrative. Ma senza esagerare, sempre con una buona dose di buonsenso, cioè non concettualizzando troppo la narrazione, altrimenti l’opera diventa pretenziosa. Come ho letto forse sul tuo stesso blog, scavare per riportare alla luce quello che nell’opera c’è già, ma che noi abbiamo sepolto sotto parole sbagliate. Era una considerazione del genere, da archeologo. Forse di Calvino?

  2. Anch’io, alla luce delle tue interessantissime considerazioni, ho pensato al tipo di ambientazione venuta fuori dal mio romanzo: forse qualche passaggio “modello cartolina” c’è, però credo di aver tentato anche di trasmettere la sensazione di una certa atmosfera che si respira dentro la storia (!?!)
    Per quel romanzo, ormai, il dado è tratto, ma farò tesoro di questa giusta visione nel prossimo.

    • C’è sempre, per fortuna, un’altra storia per far meglio delle volte precedenti. Ma come dico anche a miscarparo non bisogna nemmeno pretendere troppo e subito da noi stessi. Va benissimo descrivere oggettivamente un luogo. Se poi in un secondo tempo riusciamo a dargli nuovi e più profondi significati, una seconda vita che in qualche modo interagisce e influenza la storia, ancora meglio: vuol dire che quel luogo era stato scelto bene e ora parla alla storia, diventando vivo e non è solo una piatta scenografia sullo sfondo.

  3. Sono assolutamente d’accordo con te!
    Avevo in mente un post affine da scrivere per uno dei prossimi aggiornamenti. Ora devo riflettere un po’ su come fare per evitare di “scopiazzarti” …

    • Cara Chiara, che bislacca che sei a pensare codeste cose. Primo, repetita iuvant; secondo, chi pensa che scopiazzi peste lo colga; terzo, Appunti a margine è un blog originale, è lui che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, non il contrario; quarto, chi ti dice che anch’io non abbia scopiazzato; quinto, scrivilo al più presto!

  4. Pingback: Palestra di dialogo – il contorno – Scrivere per caso

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