Thriller paratattico con sviluppo metaforico

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Dopo aver giocato con la similitudine, riprendiamo il nostro brano di partenza per sbizzarrirci con la regina delle figure retoriche, la metafora.

Caspita, la metafora! Questa sì che ti rende scrittore, anzi poeta.
Dicono che la metafora di tutte le figure sia la più pregiata, la più antica, la più sfuggente e misteriosa. Dicono anche la più intuitiva. Sono poco intuitivo allora, perché scrivere che il cielo piange è un processo mentale che fatico ad applicare. Ognuno ha dei limiti, uno dei tanti della mia persona riguarda le metafore. È che mi sfugge proprio il meccanismo per crearle, come certi amori in metropolitana, che mi piacerebbe trovare la soluzione per attaccar bottone, ma non mi viene in mente niente e non posso certo rivolgermi a una sconosciuta accennando alle mie lacune metaforiche. Mi verrebbe da dirle «sei bella come un fiore», ma lei risponderebbe che no, non è una metafora, è una similitudine. E il suo fidanzato a fianco aggiungerebbe, guardandomi in cagnesco, che è una similitudine copiata pari pari da Jovanotti. Certo, potrei dirle direttamente sei un fiore, una similitudine accorciata che diventa una metafora. Lasciando perdere che a questo punto la direi senza più i denti – il fidanzato è passato direttamente a un altro tipo di linguaggio – credo però che una metafora non si possa aggirare solo eliminando il come.

Comunque ora ci provo, provateci anche voi, vi prego. Com’è già successo quando ho parlato del punto di vista narrativo, per capire ho bisogno degli esempi. E da chi potrei averli se non da voi? Non mi vorrete lasciar nell’ignoranza, spero. E allora di nuovo il brano di partenza, metaforicamente da riscrivere.

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

Alfred Hitchcock con Helgaldo

 

P.s. Aspettando le vostre versioni mi sono già messo all’opera. Inizierò con una giovane cavalla al galoppo senza meta… sto andando bene? Ma è una metafora, codesta? Vedete, sono già in dubbio alla prima riga…

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17 commenti

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17 risposte a “Thriller paratattico con sviluppo metaforico

  1. Un’interpretazione marinara.

    Una giovane donna, naufraga alla deriva, è chiusa nella notte del quartiere parigino di Montmartre. La giovane scivola fra i vicoli, sotto costa a un lungo muro. Ha paura e ormeggia, salva, in una casa. Sale le scale; trova l’alba di una luce, ma finisce tra i marosi di un bar frequentato da uomini ubriachi. Uragano maledetto, si avventano senza pietà: la sommergono e cercano di attingere a lei, nonostante i suoi sforzi per non farsi schiantare. Un tifone di terrore ulula in risposta dai suoi polmoni, ma è in una gabbia di corde; divenuta inutile zavorra, finisce nel fiume: sa che sarà banchetto per milioni di topi. Rolla e beccheggia, preda della fame d’aria. Un salvagente l’avviluppa: è una mano. Scossa, foglia ai venti impetuosi della primavera, sente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

  2. Allora, prima vado a ripassare la lezione sulla “metafora” (sfrutterò il link di Michele) e poi farò il mio compito per casa! 🙂

  3. Ho faticato e nemmeno so se le metafore sono tutte al loro posto! 🙂

    Un bocciolo di rosa in carne ed ossa si trova sperduto nel quartiere di Montmartre, teatro della bellezza parigina. La donna è avvolta dal manto scuro della notte e percorre le lingue di asfalto che si appoggiano ad un lungo muro. Pervasa dai fantasmi della paura fa il suo ingresso in una casa. Sale le scale e la luce ad un tratto le giunge da un covo infestato da belve feroci. Gli uomini ubriachi fiutano l’odore della preda e le corrono incontro: vogliono sbranarla e dividerne le carni. La giovane spacca i timpani urlando più forte che può, le belve le ricamano attorno una trama di corde e poi la danno in pasto ai pesci del fiume, aspettando che anche i topi ne facciano un lauto pranzo. La donna scivola nel suo imbuto d’acqua, rubando all’aria qualche boccata. Un’ancora nel mare aperto, la mano che la riporta alla realtà. Si sveglia dal suo incubo e finalmente la voce amica del dentista le dice: “Tutto fatto, signora. Mezza corona, prego!”

    Adesso è il tuo turno, Helgaldo!

    • Cara Marina, trovo che la tua versione ha molte analogie con la mia, e mi piace molto. Dal bocciolo di rosa in carne e ossa all’imbuto d’acqua, al teatro della bellezza parigina. Chissà se in un romanzo ci starebbero a pennello o sarebbero troppo smaccate. Intanto ci divertiamo a pensarne di rischiose. Se poi abbiamo scritto solo metafore o chissà quali altre diavolerie ce lo diranno i professori. Mezza corona, prego.

      • Avrebbe un bel da fare l’editor leggendo le versioni super retoricizzate del nostro romanzo bello e nel contempo nauseabondo come una cassata siciliana (sono rimasta affezionata alla similitudine!) 🙂

  4. Passi leggeri in oscuri porticati, vetta di Parigi, antica Lutezia: Montmartre. Ombre su ombre iniettano fervente timore nel petto palpitante di una giovane pulzella. Lei, costeggia tesa un erto vallo, bastione dei suoi turbamenti. Una luce in lontananza indica salvezza. La pulzella si precipita con impeto, spalancando l’uscio di una malfamata bettola. Occhi libidinosi le puntano il petto: sottrarne la verginità, ecco cosa mirano. Lei intona il proprio canto disperato, loro ne fanno una zattera per le acque della Senna. Sulla riva puntano denari ridendo, scommettendo su quanti abitanti del putridume le si avventeranno addosso. Il nero liquame la risucchia nel proprio ventre, ma non la fagocita: la culla. Quando apre infine gli occhi, una voce conosciuta le dice: «Mezza corona, prego!». Le parcelle dei dentisti, al solito, son acque salate.

  5. Dopo quello che avete scritto voi mi dovrò dare all’ippica… Inizio subito.

    Una giovane cavalla al galoppo senza meta nel cuore di Montmartre, viene avvolta dalla coperta della sera. La puledra trotterella fra rigagnoli d’asfalto accarezzando le staccionate dei maneggi, sprigiona adrenalina, trova riparo finalmente in una stalla. Si inerpica lungo una salita, intravede l’occhio di un faro, finisce al centro di una fabbrica di Guinness. Mosche attratte dalla sua criniera: interessate alla sua biada, vorrebbero saltarle in sella tutte assieme. La puledra nitrisce, gli scommettitori le mettono le briglie, la fanno correre all’ippodromo, attendono sulla linea del traguardo di vederla schiumare. La cavalla è azzoppata, barcolla sugli zoccoli. Il morso in bocca le toglie il fiato. Una spazzola la striglia, via il paraocchi, finalmente è arrivata in soccorso la cavalleria: «Percorso netto donna di cuori. Due bottoni d’oro, prego!»

  6. Secondo voi, uno psicologo, anzi uno psichiatra, non ci andrebbe a nozze con queste nostre interpretazioni, per tracciare i profili di ognuno di noi? 😀

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