Invenzione di giornalisti

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Il problema si presentò prepotente alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento. Le poesie e i romanzi si potevano sempre scrivere in quella lingua fittizia, l’italiano dei letterati, ricca di idiomi arcaici e ornata di iridescenti parole incomprensibili, estratte, come relitti da una città sepolta, dalla prosa degli autori di molti secoli addietro. […] Le lettere commerciali e i documenti giuridici potevano essere stesi sempre nel loro gergo. […]

Ma i giornali no. Non si potevano empire di arzigogolata prosa incomprensibile. Bisognava riflettessero una lingua chiara, rapida, moderna, quella che avrebbero parlato gli italiani se avessero parlato italiano come gli inglesi parlavano l’inglese e i francesi il francese. A dire il vero, un certo numero di italiani (la nuova borghesia nata dal Risorgimento e dalla rivoluzione industriale) cominciava a parlare italiano. I molti matrimoni interregionali, per esempio, costringevano i coniugi, tra loro e con i figli, a parlare un idioma comune, semplificato per uso di famiglia.

Per questo i giornalisti furono tra i primi a dovere inventare l’italiano moderno. Non era facile. […] La faticosa e laboriosa ricerca di una lingua moderna che non fosse sciatta, generica, imprecisa, e inelegante, continuò per decenni. All’inizio della mia carriera i colleghi più vecchi pensavano, con commiserazione, che io fossi quasi analfabeta, perché non ravvedevano nella mia prosa quei vocaboli inusitati e rari e quel tortuoso e lungo periodare, senza soste per tirare il fiato, che apprezzavano sopra ogni cosa. Non si rendevano conto che io, e tutti i miei colleghi coetanei, evitavamo a bella posta quei vezzi, così come le nostre case non avevano più il salotto bello e non ci vestivamo in modo diverso nei giorni di festa.

Luigi Barzini jr, L’italiano moderno? Un’invenzione di giornalisti in “Corriere della Sera Illustrato”, supplemento al Corriere della Sera 12/05/79

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