Post con tutte le nove parti del discorso

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Qualcosa di male devono per forza averlo fatto aggettivi e avverbi perché sono in tanti che consigliano di eliminarli nella prosa, o quantomeno di ridurli all’osso. Dicono che non servono a molto, che il lettore si conquista a suon di sostantivi e verbi, che se devo qualificare il nome o aggiungere in bell’avverbio in -mente significa che non ho scelto accuratamente (ecco qui subito un caso da esaminare) il termine giusto per esprimere un concetto. Se non ricordo male Italo Calvino e Stephen King sono tra coloro che sostengono questa linea di pensiero.
Oggi, coadiuvati dai software di scrittura si può contare, per esempio, il numero di avverbi in -mente in un romanzo – sono i primi, ahimè, a cadere sotto i colpi dei censori – e decidere quanti eliminarne durante la seconda stesura, riducendoli a un numero accettabile, che li renda quasi invisibili.
Forse era meglio quando non si avevano troppe informazioni e la prosa risultava più spontanea. Credo che la spontaneità racchiuda la scelta giusta e mi immagino che tutte le parole, anzi che tutte le nove parti del discorso scaturiscano dalla inevitabile necessità di usarle al momento giusto e solo in quello. D’altra parte se la lingua italiana è composta da tutte quelle parti ci sarà pure un motivo. Nei secoli qualcuno avrà sperimentato che per descrivere la complessità dell’animo umano e del divino servissero dagli articoli alle interiezioni, dai verbi agli aggettivi, dai pronomi alle congiunzioni, e poi avverbi, sostantivi, preposizioni. Tutta questa roba, niente di più, niente di meno. Il voler limitare una di quelle non fa che rendere la scrittura più opaca, più insignificante, più sfocata.
Il mondo è cambiato, certo. La comunicazione non ha più tempo, dev’essere veloce, incisiva. Deve bucare con un tweet. Un avverbio in -mente in una pubblicità, in un dialogo, nell’incipit di un libro sembra quasi una caduta di tono, per qualcuno una bestemmia narrativa.

Sto rileggendo in questi giorni i Promessi Sposi, qualcuno se ne sarà anche accorto se frequenta questo blog. E il terzo capitolo inizia così: «Lucia entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stava angosciosamente informando Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava». In sedici parole un avverbio in -mente, e pure ripetuto. Adorabilmente necessario.

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12 commenti

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12 risposte a “Post con tutte le nove parti del discorso

  1. La prenderò alla lontana. Chi, per lavoro, mangia lontano da casa tutti i giorni, ha fatto una scoperta incredibile. Per i primi tempi ha vissuto una specie di luna di miele: mangiare al ristorante tutti i giorni e pure spesato. Wow! Roba da Paese dei Balocchi.
    Però, nel giro di qualche tempo, ha cominciato a ridurre i piatti e le porzioni, fino ad andare in cerca di quei posti che fanno la pasta in bianco. Perché?
    Perché certi condimenti e certe spezie, a lungo andare, diventano pietrate nel fegato.
    Aggettivi e avverbi sono la stessa cosa. Molto facili da usare, alla piena portata degli chef alle prime armi. Qualsiasi piatto, con un po’ di burro o di panna sembra diventare buono. Ma i cuochi davvero bravi usano pochi ingredienti, sceltissimi e lavorati il meno possibile.
    La scrittura è come la cucina: nessuno morirà di avverbi o aggettivi, per fortuna. Però non è difficile scoprire che, con tanta fatica, si possono risparmiare producendo, al contempo, pagine migliori. Con più ritmo. Più coinvolgenti. Che non “stomacano” chi legge.
    Questo non significa non usare tutte le parti del discorso; solo che, volendo distillare una regola facile per tutti, si dice: “non usateli”. Bisogna essere Alessandro per capire al di là delle regole che la panna sui tortellini, in quel particolare frangente, va messa perché… 🙂

    • Il tuo commento è appetitoso. Se però bisogna essere Alessandro per capire cosa mettere sui tortellini, bisogna essere Manzoni per capire cosa togliere dai tortellini e non finire nell’insipido. Se troppo gusto può disgustare, anche mangiare sempre in bianco perché qualcuno dice di non usare certi ingredienti è ugualmente fallimentare. Le regole facili producono solo faciloneria in chi scrive già stentatamente, e sfornano narrativa senza sapore.

      • Ma se io fossi Francesco Tommaso e dovessi aprire una scuola di cucina per corrispondenza, direi ai miei iscritti di non usare panna, burro e dado. Di certo farebbero da mangiare come all’ospedale, ma almeno non avrei sulla coscienza dei morti di colesterolo…
        Ci vorrebbe qualcuno che sia stato alla Holden e non che abbia solo letto dei manuali, per dirimere la questione.

  2. Perché non facciamo intervenire i latini, che non si sbagliavano mai?
    “In medio stat virtus”, no?
    Cioè, se invece di abbuffarci di cibo ed avverbi facessimo una sana dieta equilibrata con pochi grassi e parti del discorso ben distribuite? 😉

  3. A me piacciono molto gli avverbi con -mente, non potrei mai farne a meno!

  4. È passato un anno e mezzo e la penso sempre uguale. Devo solo decidere se sia consolante oppure avvilente.

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