Idea forte, idea debole

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Leggo spesso sui blog che si occupano di scrittura che per per poter concepire un romanzo occorre prima di tutto avere «un’idea forte».
Questa idea dell’idea forte è in grado di mettere tutti d’accordo. Certo, avere un’idea forte è sempre meglio che averne una debole: il ragionamento è inattaccabile, anche se mi ricorda un comico degli anni 80, tale Catalano, che spacciava dei luoghi comuni per pensieri geniali.

Chi mi segue sa che quando tutti dicono di puntare a destra, mi viene voglia di dirigermi a sinistra, anche solo per snobismo. Però in questo caso non ce n’è bisogno, perché se è giusto parlare di idee forti, è altrettanto giusto parlare di idee deboli. Le une e le altre servono entrambe per realizzare dell’ottima prosa, perché un’idea debole non è il niente contrapposto al tutto delle idee forti.

Per essere precisi un’idea forte è quella che meglio si adatta ad un racconto. Avete letto bene: racconto, e non romanzo. Uno scrittore che ha intuito narrativo sa esattamente quanto può sfruttare un’idea all’interno della narrazione, quanto spazio serve per svilupparla efficacemente, ottenendo l’effetto più pirotecnico rispetto alla lettura. Le idee forti, che qualche volta andrebbero anche definite più precisamente, altrimenti restano parole generiche buttate sulla pagina, raggiungono il massimo della loro potenzialità all’interno di un racconto. Il racconto, infatti, si basa proprio su un nocciolo potente, non convenzionale, imprevedibile. Magari è un paradosso che ribalta la realtà, una concezione diversa del mondo, una morale rovesciata, un finale completamente inaspettato, una riflessione che mette in crisi il comune modo di pensare. Quando un autore ha in mano un’idea che rientra in una di queste casistiche, vuol dire che ha concepito un’idea forte. Se la sviluppa in un racconto l’idea verrà ricordata da chi legge, che magari a partire da ciò che emerge dal racconto farà delle riflessioni più ampie e scoprirà qualcosa del mondo che lo circonda e che fino a un attimo prima non aveva intravisto, perché è stato colpito a freddo dal pugno dell’idea forte che stava al centro del racconto.

Quando parliamo di romanzi, l’idea forte è invece inutile, anzi dannosa.
In questo caso molto meglio partire da un’idea debole, e svilupparla nelle 150 o mille pagine del nostro romanzo. So che qualcuno sta pensando che io sia un matto. Però un po’ di esempi letterari possono far capire meglio di una dichiarazione generica che i romanzi più famosi al mondo non sono basati su idee geniali. I Promessi Sposi, tanto per cambiare, si regge su una banalità assoluta: due giovani vogliono sposarsi, un cattivo glielo impedisce, ma con l’aiuto della Provvidenza tutto andrà a posto. Moby Dick è la caccia ossessiva a una balena. Cinquanta pagine su 700 parlano della balena bianca, tutto il resto sviluppa altre questioni. Il ritratto di Dorian Gray, Il master di Ballantrae, Lo strano caso del dottor Jackyll e di mister Hyde hanno al centro l’idea del doppio, il conflitto bene-male, l’eterna lotta dell’anima. E la Divina Commendia, con pagine di grande creatività, in realtà non fa che riprendere il tema del viaggio di un pellegrino nell’oltretomba verso la salvezza. Anna Karenina sviluppa un’incipit di due righe in 500 pagine di narrazione dove si parla di tradimenti e se essi portano alla felicità o alla disperazione.

Qualche giorno fa ho postato una citazione di Edith Wharton, dove si dice che ogni scrittore prima di affrontare una trama dovrebbe sapere se la sua idea è più adatta a un racconto o a un romanzo. È l’altra faccia della medaglia di questo post: hai un’idea forte? Usala per un racconto. La tua idea è invece vaga, quindi debole? Sei pronto per un romanzo. Mi pare banale tutto questo. Però poi leggo romanzi con un’idea formidabile, ma spalmata su 200 pagine di noia, che sarebbe diventata un grande racconto alla Edgar Allan Poe se concentrata in 10 pagine. E altri con idee per un romanzo che ti fanno sbadigliare nelle 10 pagine di racconto. Infine c’è una terza immensa categoria: quelli senza idee. Non aggiungo altro.

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16 commenti

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16 risposte a “Idea forte, idea debole

  1. Io mi iscrivo honoris causa alla terza. Che poi: forte, debole… cosa starà mai a significare? L’importante è avere un’idea. Una, nella vita, è già un lusso, perché molti non hanno neppure quella.

    • Niente scuse, le idee le hai per ogni cosa che scrivi. È vero invece che avere un’idea è un lusso non alla portata di tutti. L’idea è come un motore, serve a mettere in moto tutta una serie di elementi. Ci sono motori che bruciano tutto per dare un’accelerazione impressionante in un tempo limitato, e valgono per il racconto. Altri, più lenti ma costanti, permettono di percorrere a velocità di crociera lunghe distanze, ed ecco il romanzo. Usare il motore sbagliato rispetto allo scopo crea una narrazione meno efficace ed è un errore tipico dell’esordiente.

  2. Secondo me l’idea è un’idea, punto! (un po’ come sostiene Michele) che però può diventare forte in corso d’opera se le diamo il giusto spazio, la infarciamo con i giusti ingredienti, la guidiamo sulla giusta strada: Anna Karenina parla di amore e tradimenti, ma chi e cosa ruotano attorno al suo personaggio? C’è un periodo storico magistralmente raccontato e occhi puntati su coprotagonisti che fanno diventare una storia “quella” storia.
    È vero, comunque, che nel racconto l’idea forte è il racconto stesso, perché le poche righe non consentono un lento sviluppo, ma devono subito focalizzare l’attenzione sull’idea vincente, per risultare efficaci e lasciare traccia di sé. Infatti, continuo a sostenere che, paradossalmente, sia più facile scrivere un romanzo piuttosto che un indimenticabile racconto.

    • Dici benissimo, cara Marina. È proprio quello che sostengo nel post, ma tu l’hai approfondito. Per un romanzo non è l’idea che conta, ma altri elementi: caratterizzazione, coprotagonisti, descrizione delle atmosfere, trama, stile, scrittura. In ogni pagina ci dev’essere qualcosa di magistrale, ma questo qualcosa non riguarda l’idea di partenza, che conta poco. Conta invece come verrà sviluppata la narrazione. Invece nel racconto non va così. Lì bisogna essere davvero grandi, avere un’idea ben precisa e unica, perché tutto il resto non può essere sviluppato durante la narrazione. Tutto dev’essere ben definito, in grande economia di spazio. Scrivere racconti sì, è molto più difficile che scrivere romanzi.

  3. Giuse Oliva

    Son d’accordo con gli altri. Le idee sono idee.
    Sta allo scrittore capire se quella avuta si debba trasformare in un romanzo o in un racconto…
    😀

    • Certo, hai ragione. È compito dello scrittore stabilire come si debba trasformare la sua idea. Ti faccio un esempio povero: Io, robot di Isaac Asimov. In base alle sue tre leggi sulla robotica (idea forte) poteva scrivere un romanzo. Però preferisce scrivere tutta una serie di racconti. Il motore narrativo che si sviluppa dalle tre leggi è molto più efficace se sfruttato in tante brevi narrazioni differenti, anziché in un’unica sola storia che avrebbe finito per banalizzarle e renderle meno efficaci e famose. Le sue tre leggi sono così potenti che altri scrittori le hanno sfruttate per ricavarne altre storie che nella quasi totalità hanno avuto successo perché anch’esse presentate sotto forma di racconti.

  4. Io mi trovo in sintonia sul post. Aggiungo che secondo me ogni storia ha il suo giusto respiro, costringerla in un recinto più angusto o spalmarla in un territorio troppo vasto è in ogni caso snaturarla.
    Comunque meglio un’idea qualsiasi che niente.

  5. Concordo in pieno, non avrei saputo dirlo meglio. Bravo Hell, una bella idea la tua. 😉

  6. Scrivo, scrivo… Ho ripreso il ritmo e, be’, non ti anticipo nulla, ma sto lavorando su un romanzo… e sono felice. A proposito, in genere non lo faccio, non invito la gente nel mio blog, ma dovresti proprio passare a dare un’occhiata in questo caso. 😉

  7. Poche idee… ma ben confuse!

  8. Pingback: Self Publishing Digest - Dai blog questa settimana (04/04 - 10/04)

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