Thriller paratattico con sviluppo da favola

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Dopo aver giocato con le similitudini, le metafore, ed esserci confrontati anche con una prosa di genere ipotattico, giochi che hanno messo a dura prova la nostra capacità di affrontare qualsiasi tipo di testo e poter dire al mondo che siamo scritturi universali, ecco una nuova divertente sfida: la favola, o se preferite, c’era una volta.

Scrivere favole non è facile, forse occorre ancora più precisione, accuratezza e senso della misura linguistica di quanta ne serva per tuffarsi in un giallo o in un saggio scientifico. Per me è uno dei generi più difficili, non l’ho mai praticato, anche perché quando si scrive per dei giovani lettori, che poi sono i veri lettori forti in Italia, aumenta il senso di responsabilità per ciò che si pubblica.

Ripartiamo quindi dal solito brano del maestro del brivido e vediamo cosa abbiamo assorbito da piccoli della prosa di Andersen o Collodi, Fedro o Rodari. Poi lo postiamo come al solito. Per fortuna il brano di Hitchcock è a lieto fine, proprio come nelle favole…

 

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

Alfred Hitchcock con Helgaldo

Post scriptum: chi si fosse perso le puntate precedenti, per distrazione o timidezza, ma abbia voglia di far parte della truppa anche per il passato, non c’è che da accomodarsi. I post precedenti sono sempre aperti a tutti, ovviamente. Arricchiteli con la vostra versione dei fatti.

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6 commenti

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6 risposte a “Thriller paratattico con sviluppo da favola

  1. Questa volta parto prima io con i compiti per casa, voi fate pure con calma, prendetevi tutto il tempo che vi serve 🙂

    C’era una volta una giovane donna che si perse nel bosco e mentre calavano le ombre della sera e una scura e minacciosa coltre di buio iniziava ad avvolgerla, si trovò alle porte di una città dalle alte mura, forse Montmartre, dove non era mai stata, ma che si diceva essere una grande città, famosa in tutto il regno di Francia. La giovane superò il primo ponte levatoio che incontrò sui suoi passi e si incamminò verso il centro della città per trovare rifugio in una locanda che la potesse ospitare. Cammina cammina tra i vicoli deserti, costeggia i lunghi muri, ma in giro non si vede nessuno. Così iniziò ad avere paura e si infilò nel primo uscio che vide socchiuso. «Meno male, qui troverò sicuramente qualcuno che possa ospitarmi per la notte», pensò. «C’è qualcuno?», disse con una vocina flebile e tremante. Non udendo risposta iniziò a salire una scala a chiocciola che portava al piano superiore. E mentre saliva incominciò a intravedere una lucina dall’alto e mille voci che ridevano e urlavano come cento giganti. Arrivata in cima alla scala, si ritrovò davanti a una porticina piccola piccola, bassa bassa, che solo un nano poteva passarci senza doversi piegare. La giovane allora aprì la porta ed entrò a carponi. Con sua grande meraviglia si ritrovò in un bar frequentato da orchi ubriachi. «Ciao, piccina, come ti chiami?», gli disse un omone alto alto, brutto brutto. «Vieni qui che ti offro da bere», aggiunse un altro che gli puzzava l’alito. «Vuoi giocare con me?», le domandò un terzo uomo con un occhio guercio. E tutti le si avvicinavano, circondandola fino a soffocarla. «Non fatemi del male, aiuto!», urlò la poverina. «Hai delle monete d’oro?», disse il più feroce dei presenti, un vecchiaccio pelato e con un solo dente in mezzo alla bocca. «Accomodati sulle mie ginocchia!», urlarono tutti assieme e la legarono. «Non fatemi del male, vi prego, sono solo una povera giovane che ha perso la strada di casa». «Cosa ne facciamo, capo?», disse il più intelligente di tutti, che faceva paura solo a guardarlo. «Legatela e gettatela nel fiume, ci penseranno i topi a tenerle compagnia», disse il capo, quello dall’occhio guercio. «Al fiume! Al fiume!», fu un coro di consensi. Detto fatto, legata e gettata nel fiume, se ne stavano sulla riva per vederla affogare o divorata dai topi, bevendo e bestemmiando come solo gli orchi sanno fare. Ma la poverina non affogava, dondolava tra le onde. «Aiuto! Mi sento soffocare», piangeva.
    Ma all’improvviso, quando ormai era sicura di morire, ecco una mano che viene in suo soccorso e la scuote. «Sveglia, sveglia, signorina! È tutto finito!». La giovane aprì gli occhi, e chi le apparve davanti? Un giovane bellissimo, dall’aspetto nobile e con due occhi chiarissimi. «Sei il principe azzurro?», chiese con un filo di voce. «No, signora, sono il dentista. Tutto fatto, mezza corona, prego». Tutto è bene quel che finisce bene. E se volete sapere come andò a finire vi dirò che la giovane sposò poi quel dentista, e vissero felici e contenti. Come nelle favole.

  2. Pronta per la sfida, maestro!
    Non ho letto la tua versione, voglio prima postare la mia. Eccola:

    C’era una volta una bellissima principessa, aveva i capelli color grano e la pelle vellutata come una pesca, ma, ahimè, aveva un dente cariato e per non pensare al dolore che esso le recava, ogni giorno si distraeva portando il suo amabile cane a passeggio per le vie di Parigi. Un pomeriggio, allontanatasi come sempre dal suo castello, si trovò sperduta in mezzo ai vicoli bui e paurosi del quartiere di Montmartre. Gira di qua, svolta di là, la fanciulla non riuscì più a trovare la strada del ritorno, così, spaventata dalle ombre che lei vedeva disegnate lungo i muri dei palazzi, decise di trovare rifugio in una casa che vide illuminata. Aprì una porta cigolante e a passi affrettati salì su per le scale attratta dalle voci provenienti da una stanza. Vi entrò, ma la sorpresa fu grande: si trovò, infatti, in mezzo a uomini brutti e sporchi, che mostravano denti neri e unghie affilate. Quegli uomini, in realtà, erano degli orchi malvagi che avevano intenzione di mangiarla per cena. Quando la videro si leccarono i baffi, uno le si avvicinò pericolosamente e le disse: “Benvenuta, piccolina! Desideri unirti al nostro banchetto?”, ma la fanciulla sgranò gli occhi terrorizzata e provò a scappare. Il più grosso l’afferrò per un braccio e lei cominciò ad urlare, così la presero prigioniera, la legarono e la lasciarono cadere nel fiume, in balia di topi affamati, in mezzo agli schiamazzi e alle loro orribili risate. La principessa, allora, cominciò a muovere le braccia disperata, non respirava ormai più, quando una mano le sfiorò appena il viso: era il principe azzurro che venne a risvegliarla dal suo incubo. “Coraggio, mia amata, è tutto finito: il dente cariato non ti darà più problemi! Adesso pago il dentista e poi ti riporto al castello”.

  3. Ecco, ora ho letto la tua versione: abbiamo in comune la visione di orchi brutti sporchi e cattivi ed un principe azzurro anche se il tuo è soltanto citato!
    Divertente esercizio, come sempre! 😉
    Qualcosa, però, mi dice che non sarei, forse, tanto ferrata come narratrice di favole! Tu sì. 🙂

    • Vedi, orchi e principi azzurri sono comuni, ma anche altri aspetti più tecnici. Per esempio la necessità di narrare al passato remoto, un richiamo irresistibile. Ottima l’idea del dente cariato all’inizio della storia, una principessa con un’imperfezione del genere non si era mai vista nelle fiabe. E si sposa bene con il finale, ovviamente. Il tuo principe è moderno, innamoratissimo, premuroso nell’accompagnarla dal dentista, e paga pure il conto. Anche il leccarsi i baffi è un must irrinunciabile.

  4. Signor Maestro: sono in ritardo perché il cane mi ha mangiato i compiti. Che il problema poi è stato aspettare che il papà lo portasse a spasso, il cane, per fare i suoi bisogni. Solo dopo ho potuto… ma le risparmio la scena. Solo ne tenga conto, se non sono lindi come al solito.
    Questo è uno sviluppo in stile Rodari, per quel che si può fare.

    Giovanna da Forlimpopoli era una bimba assai carina. Il suo papà era pittore di dentiere e lei lo aveva seguito in giro per il mondo perché lui era il più bravo di tutti a dipingerle. Alla fine erano andati ad abitare a Montmartre e tutti i giorni c’era la coda di vecchietti per farsela dipingere dal suo papà; gli altri pittori, invece, se ne stavano ignorati in disparte e borbottavano che per colpa di quell’italiano avevano perduto il loro lavoro.
    Ma lei si annoiava, a stare là. Lo guardava svogliata, mentre lui roteava i pennelli. Che noia, pensò.
    Si incamminò per le strade della città, giocando con le ombre che la inseguivano sui muri, fin quando non si trovò per certe stradine come non se ne trovano neanche a Gualdo Tadino. C’era una porta, che si apriva su di una scala, e decise di salirvi per vedere se ci fosse un telefono per chiamare a casa e dire che si era perduta. Al piano di sopra, però, si ritrovò nel covo dei pittori rimasti senza lavoro: «Prendetela! È la figlia dell’italiano! Adesso sì, che ci vendicheremo!»
    Giovanna urlò, ma non c’era nessuno che potesse sentirla. La legarono come un salame e la gettarono nel fiume, ridendo sguaiati. Pensò che sarebbe affogata, ma si ritrovò a dondolare cullata da una mano gentile: «Sono la fatina dei dentini» disse una voce flautata, «e se mi regali un canino, ti riporterò dal tuo papà.»
    Guarda caso, a Giovanna stava proprio per cadere quel dentino tutto lungo. Avutolo in pegno, la fatina tirò fuori dalla tasca un grosso molare e lo trasformò in una zucca… no, pardon! in una carrozza, e la portò a casa in un battibaleno, in tempo per vedere il papà dipingere l’ultima dentiera.

    • NOTA

      Cara signora Scarparo, le risparmio le scuse che ha accampato Michelino per non consegnarmi il compito alla scadenza che avevo imposto alla classe. Per questo meriterebbe quattro. Poiché però l’ho costretto a fare l’esercizio direttamente a scuola, e lui l’ha svolto veramente bene, e senza copiare, le comunico che suo figlio è stato scelto dalla direzione didattica per rappresentare la nostra scuola al concorso Calvino nella sezione Favole per alunni elementari. Michele scrive davvero bene, ha cuore e fantasia, e credo che lei lo debba indirizzare verso degli studi classici per i quali mi sembra discretamente portato. Potrei sbagliarmi ma ha la stoffa non dico che fare lo scrittore o il giornalista, che di questo non si mangia, ma il blogger sì. Distinti saluti.

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