Thriller paratattico con sviluppo digressivo

foto_luna_horror

Archiviata la parentesi saggistica, torniamo alla letteratura per misurarci in una nuova sfida con il nostro solito brano di Hitchcock. Questa volta affrontiamo noi stessi in una deviazione creativa dal thriller originale.
Vi invito perciò a riscrivere il thriller paratattico, che ormai conoscete a memoria, abbandonandolo momentaneamente per sviluppare temi concomitanti, per inserire spiegazioni, per narrare episodi atti a chiarire particolari argomenti rispetto al tema principale. In pratica l’invito è quello di fare una digressione.

La digressione è una figura retorica interessante e dalle enormi potenzialità. Non lo dico io, ma un signore di nome Italo Calvino, il quale ha scritto: «La rapidità dello stile e del pensiero (avrà forse avuto in mente un brano paratattico simile a quello che da tempo stiamo affrontando su questo blog e che vedo essere molto apprezzato, almeno a livello di lettura, da chi viene a leggermi – ecco un esempio di digressione che capita a fagiolo – e che spero questa volta, diversamente dalla precedente, induca in voi una maggiore partecipazione attiva? Non siate timidi, mi raccomando) vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte. […] La divagazione o digressione è una strategia per rinviare la conclusione, una moltiplicazione del tempo all’interno dell’opera, una fuga perpetua».

Permettetemi un appunto (altro sinonimo di divagazione). Non è questa l’occasione per affrontare il tema delle differenze tra digressione letteraria e infodump, che da un po’ di tempo è l’argomento cardine del dibattito sui blog degli aspiranti scrittori ossessionati dal timore di dare informazioni superflue, non coerenti con la trama, in poche parole di annoiare. Sono però convinto che una certa dose di quello che chiamano infodump, e che magari leggono anche in testi pubblicati da autori importanti, e che vorrebbero eliminare dai libri, altro non sia che una divagazione, che esalta e non mortifica la scrittura. Ovviamente i manuali di scrittura creativa non considerano mai la possibilità che un autore possa divagare, perciò chi legge, dando molto credito a questi testi come a nuove tavole della legge, elimina automaticamente dal proprio bagaglio letterario, la cassetta degli attrezzi direbbe qualcuno, la bellezza di certe fermate nella trama (le prime che mi vengono in mente: I Promessi Sposi e Moby Dick). Questa digressione ad hoc, per lasciarvi una riflessione che mi stava da tempo sul gozzo. Quando mi segnalerete un manuale di scrittura creativa che parla con competenza dell’arte di divagare, segnalatemelo che lo acquisterò. Ma dubito: di solito chi scrive questo genere di manuali è tutto meno che uno scrittore, e anche come scribacchino se la cava male.

Sono stato un po’ polemico, ma che ci volete fare, è nella mia natura di blogger. Vi chiedo scusa e concludo queste lunghe inutili divagazioni con una divertente digressione tratta dal mondo di Mafalda, a opera di uno dei più grandi personaggi che abbia mai incontrato nelle mie letture.

 

Manolo (a Felipe):
«Sai che all’angolo aprono un negozio di giocattoli?»

Felipe (a Susanita):
«Sai che all’angolo aprono un negozio di giocattoli?».

Susanita (a Mafalda):
«Sai che all’angolo, accanto al sarto che ha fatto il vestito da sposo per il figlio della manicure e alle nozze glielo voleva far pagare in chiesa perché quello faceva lo gnorri ed era venuta fuori una rogna che ci si era messa anche la madrina che dicono che aveva fatto un regaluccio da niente anche se prende la pensione del marito e in più quello che ricava affittando il locale all’elettricista zoppo, aprono un negozio di giocattoli?».

 

Basta divagare! Di nuovo il nostro brano di Hitchcock. Buon divertimento.

 

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

Alfred Hitchcock con Helgaldo

Annunci

44 commenti

Archiviato in Moleskine

44 risposte a “Thriller paratattico con sviluppo digressivo

  1. Ma la digressione dove sta? troppo facile se sta dentro 🙂

    Sai la Giusy? Non ci crederai mai! Che non si capisce neppure come faccia ad avere un ragazzo, svampita com’è. Certo, lui, è un bravo ragazzo. Onesto. Lavoratore. Poteva avere tutte le ragazze del paese. E invece s’è andato a prendere la Giusy: è proprio vero che l’amore è cieco. Figurati che lui adesso ha trovato lavoro in banca; pare che sia un posto di responsabilità e che debba anche fare carriera. Ha fatto bene a studiare, e pensare che suo padre voleva mandarlo a lavorare in officina.
    La Giusy, dici? Ah, sì. Che poi, come ti dicevo, quella è svampita forte: figurati che la Clara mi ha raccontato che, quando la Giusy e il suo ragazzo sono andati a Parigi in vacanza, due anni fa, lei è riuscita a perdersi per Montmartre, che non ci si perde neanche un bambino. E poi le era venuto un male ai denti insopportabile e lui, poveretto, era anche riuscito a trovarle un dentista. In Francia, figurati. Che chissà come si saranno spiegati. A gesti, dico io. Insomma, quello le fa l’anestesia e lei sembra addormentata. Finito di fare quello che doveva fare, la scuote per svegliarla e la Giusy fa un salto e caccia un urlo che l’hanno sentita fino alla Tour Eiffel. Il suo ragazzo s’è tanto vergognato, che ancora adesso diventa rosso al pensiero. E lei, invece, lo racconta a tutti e ride. Povero ragazzo, se si dovrà sposare una così. Una vita d’inferno, gli toccherà fare. Figurarsi il dentista poi: la Giusy smanacciava blaterando di topi e ubriaconi. Quando il suo ragazzo è riuscito a calmarla, è saltato fuori che lei si era sognata di essere stata prima violentata dagli ubriaconi e poi gettata nel fiume. Che se tanto mi dà tanto, con queste belle fantasie che si fa venire, quel povero ragazzo va a finire che mi diventa un grattasoffitti, te lo dico io.
    Ah, lo sapevi già. Te l’ho detto: quella lo racconta a tutti.
    Ma comunque non è questo che ti volevo dire. Sai la Giusy? Non ci crederai: l’ho vista stamattina al centro commerciale.
    E niente. Ti manda a salutare.

  2. Prima una mia riflessione a proposito delle digressioni. Anch’io trovo che non siano da demonizzare quando si narra una lunga storia: certe volte non è un allungare il brodo, ma il completare un quadro scarno. Poi, ho scoperto solo leggendo i blogger più preparati che tutto l'”in più” di un racconto si chiama “infodump”, una parola che sconoscevo.
    Detto questo, ho provato a fare le mie digressioni sul nostro intreccio paratattico:

    Una giovane donna si trova sperduta tra le vie di Montmartre; che poi cosa ci faccia da quelle parti una donna alle dieci di sera, tutta sola e con quel buio, è tutto da capire! “Colpa del marito” – dicono le amiche – “esce con la scusa delle sigarette e sparisce per ore.” Stavolta lei si è rotta di aspettare ed è scesa in strada a cercarlo. Il tabaccaio è proprio dietro l’angolo, ma la donna, distratta da una comitiva di vacanzieri giapponesi di ritorno dalla visita nel famoso quartiere parigino, perde l’orientamento e, costeggiando un lungo muro, si ritrova davanti al portone aperto di un palazzo. Decide di entrare. Intravede una luce in cima alle scale e comincia lentamente a salire: a ogni gradino sente più vicine le voci alterate di un uomo che urla parole incomprensibili contro qualcuno. Si ricorda dell’ultimo litigio avuto col marito, quando avrebbe voluto fuggire di casa o, meglio, sbattere fuori lui, dopo l’ennesima sua ammissione di tradimento questa volta con una sciacquetta di periferia (“se la becco, le risparmio i soldi del chirurgo plastico: una faccia nuova gliela faccio io!”).
    Si sofferma dietro la porta dell’appartamento da cui sente provenire quelle voci concitate e poi corre in cima alle scale. Si trova, improvvisamente, in un bar frequentato da uomini ubriachi.
    Il più giovane di essi ha ancora in mano il suo whisky e quando la donna fa il suo ingresso nel posto lercio dove lui ha deciso di consumare la sua vita, rivede per un attimo la fidanzata che lo ha mollato ai piedi dell’altare il giorno del matrimonio. Il suo primo istinto è di avventarsi contro la donna indifesa: vuole picchiarla e violentarla per vendicarsi, ma si accorge di non essere il solo a guardarla con occhi bramosi: sono in tanti a volerle fare del male. La donna urla di terrore (sembra avverarsi il suo ultimo incubo, la notte in cui ha sognato di essere legata e gettata nel fiume, preda di un’affamata banda di maniaci sessuali) e con le mani cerca di non annegare nelle acque putrescenti della Senna dove cade dopo una feroce colluttazione. “Ma questo posto è pieno di topi! Maledetti topi di fogna, maledetto sindaco che nella sua ultima campagna elettorale ha rubato i voti dei cittadini promettendo bonifiche e disinfestazioni delle zone ormai invase da queste orribili bestiacce!” Si sente soffocare, “aiuto!” – grida disperata – ma una mano la scuote e lei si sveglia: l’ennesimo incubo! Apre gli occhi, ancora in preda al panico e di fronte si trova l’ex marito, che lei ha lasciato dopo avere scoperto la sua tresca con l’infermiera del suo studio dentistico. Purtroppo è lui che gli ha risolto un grosso problema ai denti, scoperto quando loro stavano ancora insieme e lei non aveva alcun sospetto del tradimento in corso.
    Si alza dal lettino e il dottore le dice:” Tutto fatto: mezza corona, prego!”
    “E hai pure la faccia di chiedermi questi soldi! Vergognati”.

    • Mi pari Susanita, sei peggio di Michele. Forse la digressione è… donna. Potrei fare una digressione sul fatto che la digressione è un termine femminile. Ma no, la lascio a te che sei una professionista di questa figura retorica. 🙂
      Ora mi toccherà fare l’esercizio. 😦

      • E non mi hai visto all’opera con le amiche al bar! Roba da fare impallidire Susanita e le più allenate “digressioniste” donne! 😀

    • Una storia bellissima!. Ma… (perché c’è sempre, un “ma”). Lo dico non certo per Marina, ma per me: io ho una mia idea di infodump e vorrei condividerla e magari modificarla con il vostro contributo.

      A mio modo di intendere quelle di Marina non sono digressioni. Ha completato la storia, arricchendola di mille particolari. Questo non è infodump e, secondo me, al limite sono incisi che perfezionano il casus belli paratattico perché inseriscono elementi che sono funzionali a definire più a fondo protagonisti e situazione.

      Nel mio caso (secondo la mia idea) ho fatto dell’infodump a tutto spiano. La storia prevede che il narratore abbia visto “la Giusy” al centro commerciale, che s’è raccomandata di salutare il narratario. Tutto qua. Per completare la mia storia Parigi, la Senna, i topi, il fidanzato non servono a nulla. Ho solo allungato il brodo con una cosa che, se tolgo, non cambia di una virgola la mia trama.

      Cosa ne pensate?

      • Giusto, hai ragione: allora l’infodump non è una digressione vera e propria, è un intruso che allunga il brodo inutilmente. Cioè, per capire, digressione e infodump non sono la stessa cosa: io ho fatto digressione tu infodump. O continuo a essere confusa?

      • Il dilemma del post, digressione o infodump, è nato un po’ per caso partendo dalla figura retorica della digressione, figura nobile come testimonia Calvino, ma anche Quino che se ne serve per creare l’effetto comico. In realtà volevo, al di là del gioco linguistico tra noi, essere provocatorio proprio perché si riflettesse assieme su una fermata narrativa che però fosse un valore per la storia. E se è possibile riconoscerla rispetto all’infodump che per definizione è una divagazione negativa e maldestra. Intanto stasera cercherò di scrivere la mia versione che contenga una digressione e non un infodump (spero di riuscirci, ma non è affatto scontato); ne parlerei però dopo averla postata in modo da offrire un caso in più su cui discutere. Se intanto Marina, o chiunque altro, volesse dire la sua, prego. Mezza corona.

      • La discussione è bella e intrigante. Sono poco d’accordo sul fatto (se ho ben capito) di mettere sullo stesso piano l’infodump e la digressione. Per come la vedo io, si tratta di fenomeni diversi: uno è fornire esplicitazione ridondante di informazioni deducibili dal contesto, l’altra è l’arte di sviluppare concatenazioni di pensiero per sviluppare, partendo dalla trama, un contenuto a sé stante, come una specie di livello meta-narrativo. Il primo è un inconveniente del testo, che lo rende pedante e inutilmente prolisso, il secondo (se ben gestito) è una forma d’arte.

      • Sono d’accordo, peraltro sei in linea con il senso del post. La tua variazione al thriller paratattico lo dimostra. Credo che però Michele volesse giungere a un paradosso: meglio l’nfodump che prose corrette, ma grigie e senza sorprese. Poi tanto lui infodump non ne fa…

  3. Ecco la mai versione: digressione o infodump? A voi il giudizio. Poi mi difendo e contrattacco, ovvio. 🙂

    Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Non pensate però che Montmartre sia sempre stata così: fra Ottocento e Novecento aveva l’aspetto di un caratteristico villaggio arroccato su una collina, costeggiato da mulini e rigogliose vigne; era un luogo vivace e ricco di fascino; meta prediletta di pittori del calibro di Van Gogh, Renoir, Picasso, Toulose-Lautrec, Modigliani; popolata di bancarelle, negozi e bistrot; punto di ritrovo di venditori ambulanti e turisti. Di tutto questo glorioso passato, fagocitato nell’espansione edilizia di Parigi, che l’ha degradata a zona di periferia cittadina, è rimasto poco o nulla. Non è quindi strano che ci si possa ritrovare, come sta capitando alla nostra giovane donna, in un bar malfamato senza quasi rendersene conto. Ed ecco che già gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

    • Ecco: secondo me, questo è il classico infodump che non andrebbe messo in una storia. Perché, con o senza, la storia in sé non cambia. È solo la voce dell’Autore, che ci comunica delle informazioni di cui il lettore reale non ha bisogno; ci dice che ha studiato, che ha fatto un ottimo world-building, che ha sviluppato le back-story: peccato che chi legge voglia solo sapere come andrà a finire 🙂

      • Ho capito: la digressione è una divagazione che aiuta il lettore ad avere una visione completa della storia, dunque non è così fuori luogo; l’infodump è un andare fuori le righe che, invece, distrae dal discorso centrale, dunque è da evitare.
        Ma in questo esercizio dovevamo divagare o infodumpare?

      • E chi lo sa? Al Maestro l’ardua sentenza 🙂

      • Maestro a chi? Qui ci sono solo ripetenti…

      • Dovevamo divagare e invece… Come ho scritto nel commento di Michele la tua definizione di digressione e infodump mi pare perfetta. 🙂

      • Accidenti, sono stato cassato. Dunque, onestamente ho cercato di scrivere una digressione, secondo quanto dice Calvino. Trovo il giudizio sintetico di Marina perfetto: la digressione è una divagazione che aiuta il lettore ad avere una visione più completa della storia. Forse la nostra storia è talmente breve che qualsiasi pur piccola digressione suona come infodump.

        Non sono d’accordo con Michele, invece. Se l’infodump è solo la voce dell’Autore (chissà perché con la maiuscola) che ci comunica delle informazione di cui il lettore reale non ha bisogno perché chi legge vuole solo sapere come andrà a finire, vorrebbe dire che Manzoni, solo per fare un esempio, quando tronca sul nascere l’incontro tra don Abbondio e i bravi per scrivere quattro pagine di grida, sta facendo infodumping. E Melville scrive tre quarti di Moby Dick come infodump.

        La digressione, è solo il mio parere, è quasi sempre voce dell’autore (con la minuscola), non può essere dei personaggi. Proprio perché abbandona la vicenda per poi ritornarci e riprenderla. L’infocomecavolosichiama è tale proprio perché è messo in bocca ai personaggi, che non avrebbero in quel momento nessuna esigenza narrativa di spiegare durante un duello come si cuoce un uovo. Caro Michele, come vedi, siamo all’opposto.

        Concludendo, sempre il mio parere, ma in rete siamo solo in tre?, sarebbe interessante sentire cosa ne pensano altri, la mia variazione è digressione, o si avvicina a esserlo, mentre quella di Michele non mi sembra nessuna delle due cose, perché semplicemente racconta un’altra storia. Quella di Marina mi suona come una serie ininterrotta di flashback che danno informazioni non utili allo sviluppo (mischiando anche i punti di vista: passa infatti dalla mente della protagonista a quella di un ubriaco che racconta esperienze sue), tutte aggiunte che mi sembrano infodump.

        Aggiungo che la digressione la intendo anche come una prova di stile narrativo che deve essere percepita come tale. E non da meno conta anche il posizionamento della digressione nella storia. Di fatto la digressione è una parentesi (che si può anche saltare) per poi riprendere il discorso principale. Importante è il punto dove collocarla. Sempre Manzoni la mette all’inizio di una scena, non nel mezzo, perché poi non venga spezzata la dinamica della scena stessa. Sia Marina che tu avete invece mischiato “gli arricchimenti” con l’azione principale, il che rende difficile capire quale sia la storia principale. Voi lo sapete perché conoscete bene il brano di partenza. Ma se fate leggere la versione nuova a chi non conosce l’originale non saprà ricostruire la vera storia, che è andata persa, affogata in tutto il resto. Nel mio caso, tiro l’acqua al mio mulino, sono intervenuto con l’aggiunta prima che l’azione raccontata diventasse più frenetica, proprio per non perdere la narrazione originale. Altro punto dove potevo pensare a una digressione è sulla Senna, quando la donna inizia a dondolare. Fino a lì tutto come da originale, poi sul dondolio potrei partire a parlare della Senna, di quanto sia bello per me, autore, cullarsi nell’acqua e poi tornare per riprendere il discorso, scusarmi per la divagazione e finire la storia.
        Tocca ora a voi dirmi le vostre riflessioni. 🙂

      • La maiuscola di Autore, naturalmente, era per te 😛
        Premetto e ammetto che io, Moby Dick, non sono riuscito a finirlo. Proprio per le digressioni.
        Quanto a Manzoni, sempre a mio parere, a volte esagera e a volte s’è trattenuto. Le grida le ha messe, ma della monaca è rimasto solo un “la sventurata rispose”.
        Infine il posizionamento non cambia la qualità e/o utilità, ma certo cambia il fastidio percepito in chi legge. Messo nel punto giusto, anche l’infodump può essere gradevole: mette una pausa per tirare il fiato in una narrazione piena di ritmo, accresce la suspense ecc. (senza virgola prima, mi raccomando!)

      • Mi sento preso per il culo, con la c maiuscola 😀

        Sinceramente, Moby Dick l’ho finito per dovere. Tifavo Achab!
        “La sventura rispose” è un’altra figura retorica interessante, forse un’ellissi totale, ma non ci giurerei. La digressione a me piace, anche perché, aggiungo questo aspetto, permette di trasgredire, come da significato etimologico. E di distaccarsi. Poiché mi piacciono le sorprese a centro pagina, adoro chi opera in questo senso. Manganelli, Calvino, molti scrittori satirici. Anche Bergonzoni nei suoi spettacoli, anche se qui si lavora sul parlato.

      • Alla fine, quindi, siamo tornati all’inizio. La scrittura non è matematica ed è complicato dire cosa sia utile alla storia e cosa no. Di certo io terrei presente due cose: la prima è la partita a scacchi con il lettore ideale. Il mio obbiettivo è procurargli un’emozione, e qualsiasi tatticismo (anche l’infodump) va bene purché finalizzato a una azione di tipo strategico. Dimostrarne il fine strategico, però, non è semplice e non tutti potrebbero concordare sulla scelta.
        La seconda è la fatica cognitiva che deve fare il lettore: se io interrompo la narrazione, lui deve fare lo sforzo di tenere a mente qualcosa fino a quando riprenderò il discorso. Più fatica gli faccio fare, più è facile che mi mandi a quel paese e chiuda il libro. Indipendentemente dal fatto che la parentesi sia utile o no.

        Dimentico qualcosa?

      • Su molte questioni la pensiamo allo stesso modo. Anch’io credo che la scrittura non sia matematica, e la dimostrazione è che se lo fosse scriverebbero in pochissimi, vista la scarsa competenza matematica degli scrittori. Dici perfettamente: la scrittura è una partita a scacchi, dove però è possibile applicare anche strategie che non puntino direttamente al re. A volte si sacrificano pezzi per ottenere una posizione favorevole. Purtroppo gioco solo a dama, e più di tanto non ne so. Però che il lettore debba far fatica non mi dispiace. Leggere non è guardare la tv, almeno per certi libri. Quindi, perché non portarlo su e giù per la storia (penso a Se una notte d’inverno un viaggiatore)?

      • Dimenticavo… (vedi che dimenticavo qualcosa?)
        I libri è difficile scriverli, ma è ancora più difficile venderli. Melville e don Lisander scrivevano in altre epoche e soprattutto con altri mercati editoriali. Ma oggi? Lo pubblicherebbero, un Manzoni? Un Melville? Mi sa di no, mi sa…

      • Anch’io dimenticavo qualcosa, e infatti non me lo ricordo più. 😦

        Melville forse non lo pubblicherebbero, Manzoni non so. Però su pubblicano saghe fantasy da 600-800 pagine a episodio (non sarà tutta trama, ci sarà anche tanto nulla dentro), forse forse ritorna in gioco anche Moby Dick.

        Ah, mi sono ricordato. 🙂
        Questo termine, infodump, l’ho sentito per la prima volta nei blog. Credo che derivi da quella scuola americana di scrittura creativa che concepisce un romanzo come un modello a cui attenersi, storie lineari ottime per la rappresentazione cinematografica. Noi non vogliamo che la letteratura sia solo questo, vero? Viva la digressione e al limite l’infodumping (basta che sia consapevole).

      • Infodump io l’ho sentito per la prima volta rivolto in particolare a chi scrive fantasy: dovendo raccontare un mondo, spesso ci si aggrappa anche alle inezie pur di far passare qualche nozione.
        Un esempio che avevo letto riguardava però Salgari: Sandokan si imbatte nella foresta in un albero di tek, e partono tre pagine di spiegazione sulla fisiologia e la coltivazione del tek. Salgari aveva dei motivi validissimi, per farlo. E ci ha anche rimesso la vita.
        Gli scriventi di oggi, però, no: fare tre pagine su di una religione pseudo-druida (che qualcuno si è inventato) solo perché il mago di turno si è imbattuto in una pianta di vischio non va bene.
        L’infodump, che io sappia, è partito da lì. Poi qualcosa dev’essere sfuggito di mano 😉

  4. Beh, Michele era stato convincente con la sua critica sulla mia versione e ora lo sei stato anche tu, Helgaldo, interpretando le mie “aggiunte” come infocomecavolosichiama: se io voglio imparare a evitare ‘sto papello di notizie in più devo capire quali sono le notizie in più e dove vanno collocate. Ora vi dico la mia impressione definitiva: io credo di non avere fatto né una digressione né infodump. Ho allargato semplicemente la versione striminzita di un raccontino, diciamo che l’ho resa prolissa. L’infodump di Helgaldo mi pare quello più convincente, perché ha riportato la storiella così com’è aprendo una parentesi per sottolineare aspetti del tutto inutili; Michele l’ha resa bizzarra, però è uscito fuori traccia, riducendo l’incubo di Hitchcock a due righe verso la fine del racconto. Ha elaborato una diversa versione della traccia, ma anche in questo caso credo non si intuisca su quale parte abbia voluto inserire l’infodump.
    Urge l’intervento di un esperto nel settore.
    C’è qualcuno?

  5. iara R.M.

    Salve a tutti ^_^
    Come sempre arrivo in ritardo alle lezioni e questa volta, non ho neanche fatto i compiti! Ho letto, però, tutti i vostri interventi e una piccola idea me la sono fatta anch’io sull’argomento.
    Io credo che la divagazione non debba essere usata necessariamente per dare informazioni più o meno utili o in più sulla trama principale della storia che si sta raccontando. Per come la vedo io, la divagazione è un dettaglio su cui il narratore decide di soffermarsi creando una parentesi, una pausa dalla storia principale.
    Il punto è che questa parentesi deve essere geniale… perché altrimenti ha lo stesso effetto della pubblicità nel bel mezzo della scena clou di un film!

    Per esempio… in MIIIB (Men in black III) credo ci siano bellissimi esempi di digressione esercitata a opera del personaggio “Griffin”; un essere penta dimensionale che spesso, si sofferma a divagare raccontando di diversi passati o di altri futuri possibili che “sarebbero potuti accadere se…” ;
    Lo fa di continuo senza annoiare.

    Griffin: Va, come va? Ah, dipende! Per me personalmente le cose vanno bene, a meno che non siamo nel possibile futuro in cui il palestrato accanto alla porta fa infuriare la ragazza, che scatta inviperita sbattendo quello coi funghi ripieni che fa cadere il vassoio sui marinai in licenza. Ne nasce una rissa che finisce per schiantare questo tavolino, nel qual caso dovrei spostare il mio piatto direi, e subito. O se è il possibile futuro in cui i sandwich al Pastrami che mangio mi provoca fastidi gastrici, ma per fortuna il suo amico, signore, mi offrirà un po’ dell’antiacido che porta nel taschino destro quindi bene, starò bene! Tranne nel caso in cui nel possibile futuro devo andarmene entro due minuti e mezzo, subito prima che possa offrirmi l’antiacido, così, nel complesso, dovrei dire “non bene, non sto bene!”.
    Però dipende!

    Direi che questa è la mia idea di un uso creativo della divagazione.
    Ehm… vorrei tanto riuscire a farmi venire in mente una idea geniale per il nostro thriller paratattico, ma al momento tabula rasa, solo chiacchiere inutili… ma a fare quelle siamo capaci un po’ tutti!
    Ci penserò.

    • Grazie Iara, interessante la tua aggiunta. Un romanzo, hai ragione, non è soltanto informazione. Ci può essere anche il piacere di raccontare un particolare, sviscerandolo per il gusto di farlo. Credo anch’io che si debba parlare di parentesi.

      Appena avrai un’idea per la digressione, sai che verremo a leggerla di corsa. 🙂

  6. iara R.M.

    Niente di speciale… ma condivido lo stesso quello che ho scritto.
    (Anche perché sto cercando di perdere quella fastidiosa abitudine che ho
    di censurarmi da sola! Ma sto divagando?…) ^_^

    Una giovane donna, ma non così giovane da andare in giro vestita in “hot pants, crop-top e sneakers”, si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La città, a quel momento della sera, non somiglia affatto a quella viva e rassicurante di poche ore prima e l’atmosfera invita alla scoperta non tanto di stradine e bistrot, ma di inconfessabili trasgressioni. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, ed è pentita di aver scelto un dentista di quel quartiere per curare la sua carie. Se solo fosse andata dal solito dentista o se almeno non si fosse attardata tra negozi e bancarelle, non sarebbe ancora lì, alle nove della sera. Ma lei è una giovane donna avventata e con la stessa avventatezza entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, ma si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Forse, artisti delusi e incompresi, chissà… ma di certo con strane idee per la testa a giudicare dai loro sguardi.
    Del resto, lei, vestita a quel modo poteva essere facilmente scambiata per una prostituta di Pigalle. E’ curiosa l’inutilità di certe considerazioni nei momenti meno opportuni!
    Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne.
    La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi.
    La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. I pensieri questa volta arrivano per ricordarle sua madre e a quanto doveva esserle grata per averla costretta a prendere lezioni di nuoto da quando aveva 3 anni, invece che di danza classica come desiderava.
    Ma in quel momento, un grand battement non le sarebbe stato utile quanto essere allenata a restare in apnea; se non era già morta soffocata e aveva una possibilità di salvezza lo doveva a sua madre.
    Si sarebbe ricordata di ringraziarla, se mai fosse riuscita ad uscire viva da quella situazione.
    La donna scompare nell’acqua per riemergere più avanti, verso la riva.
    Vede la mano tesa di un uomo che vuole aiutarla e ci si aggrappa.
    Si sente scuotere, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista:
    «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».
    Lei paga e sorride. Le ritorna in mente la favola di Cappuccetto rosso…
    Tra sé e sé pensa che una volta fuori di lì sarebbe tornata subito a casa.

  7. Ci sono romanzi, fino a tutto il ‘900, composti integralmente di digressioni, ai quali la trama serve soltanto come scusa. Prendi “Jaques il Fatalista” di Diderot, il buon vecchio Proust con la sua Ricerca – che di tempo ne ha fatto perdere davvero tanto – o Musil; tutto quel filone di letteratura che guarda all’uomo decomponendolo fino ad annullarlo nella successione delle sue azioni, appiccicate fra loro dalla multiforme forza coesiva del caso. Ma se l’uomo è la somma delle proprie azioni, togliere significato a queste vuol dire annullare il senso stesso dell’umanità. Prendete una giornata qualsiasi, una donna qualunque, in una città come in un altra: potrebbe essere Londra, Taipei, o Parigi. Toh, ad esempio, immaginate una giovane donna che si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

    Che senso ha tutto questo? Che messaggio, quale fine, che effetto sterico sull’infinita catena di conseguenze che aggroviglia l’universo in un solo, incomprensibile ingranaggio di cause ed effetti?
    Nessuno. Si tratta di una digressione: la vita, il mondo, tutto quanto, intendo: è la digressione di un nulla più grande.

  8. Bellissima l’idea di considerarsi la parentesi di qualche altra storia! Ottima metafora 😀

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...