Mercato e successo

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Due concetti frequenti che trovo sui blog degli aspiranti scrittori, spesso espressi in coppia, dicono che dovresti scrivere il libro che i lettori desiderano leggere e che questo ti condurrà al successo. Il consiglio, in pratica, è scrivere un libro che il mercato chiede, e come corollario avrai il tuo piccolo o grande successo di vendita. Tralascio che in molti sperano, grazie al blog, di creare un bacino allargato di lettori potenziali, per poi proporgli in self-publishing il proprio romanzo d’esordio con queste caratteristiche.

Questo modo di intendere la scrittura mi lascia sempre perplesso. Lo scrittore diventa imprenditore, e concetti tipici aziendali quali marketing, mercato, prodotto vengono trasferiti in letteratura con un download meccanico: se vanno bene nell’economia (sappiate però che l’economia va male) andranno a meraviglia anche in editoria (che non è mai andata bene). Resta solo da sostituire il lettore con il cliente, la lettura con la customer satisfaction e il parallelo è perfetto.

Parto dal corollario. Il successo. Le domande dirette più frequenti che ho incontrato: quando uno scrittore ha successo? Cos’è il successo per uno scrittore? Cos’è il successo per te? Le affermazioni più lette: ho avuto successo, avrò successo, spero di avere successo. Mi chiedo: ma che vi è successo?
Credevo che il successo fosse una vanità tipica di attori, veline, presenzialisti, comparse di Uomini e donne. Di Fabrizio Corona e Belen Rodriguez, di Chi e Oggi. Tutta roba che con la letteratura non dovrebbe avere a che fare. Uno scrittore è tale perché non sta al Billionaire a farsi fotografare con la gente che conta, ma in una stanza male illuminata a scrivere nel silenzio. Lo so, è romantico, è antico, anzi è démodé. Ma quelli che ho nominato sopra i libri almeno hanno la giustificazione che non li leggono. Se istintivamente avete considerato uno di loro un po’ superficiale sappiate che la parola successo fa parte della loro vita, è la loro vita. Mi chiedo se sia anche la vostra, che invece leggete e non siete scusabili, almeno che non abbiate l’abbonamento a Di più. Criticate Volo e Moccia, e poi volete essere come loro. Volete anche voi i lucchetti sui ponti. La cosa non mi torna.

Ancor meno mi torna questa smania di scrivere per il lettore. Non ci riescono le case editrici, che infatti ne perdono in continuazione, figurarsi voi che non siete mai entrati in un mercato editoriale. Loro, gli editori, cercano la novità, il testo fresco, non condizionato, il libro diverso. Voi fate di tutto per scrivere ciò che è già stato scritto. Ma pensate davvero di sfondare oltre le cento copie scrivendo storie già lette, idee già logore? Davvero credete che un lettore abbia un’idea precisa di quel che vuole? Un lettore che abbia un’idea precisa di ciò che vuole è un collezionista di libri. Non ricordo di avere mai comprato un solo libro sperando che fosse una storia come piace a me. Al contrario, mi piacciono le storie in grado di sorprendermi, quelle che non ho né letto né immaginato. Volete stare nella massa? Ma allora non fate gli scrittori, o se volete scrivere scrivete per i Renzi, i Salvini, i Grillo, i Berlusconi, e se siete bizzarri per gli Alfano e i Vendola. Sono per la par condicio.

Se credete nel mercato, nel marketing, nell’imprenditoria digitale mettetevi il completo scuro, viaggiate con la ventiquattrore con dentro i vostri libri, pardon i vostri prodotti, e presentatevi all’ufficio marketing, non di una casa editrice, ma direttamente di una multinazionale, che so la Nike, e dite loro ho il libro giusto per l’editoria, quello che si aspettano i lettori, quello da un milione di copie, quello alla Dan Brown, insomma, quello che mi darà il successo. Secondo me qualcuno che ci crede lo trovate. Qualcuno ovviamente che non ha mai letto un libro. Con cui poi brindare al Billionaire.

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16 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

16 risposte a “Mercato e successo

  1. Quanta verità!
    Ti racconto una cosa: cinque o sei anni fa presentai la mia raccolta di racconti a un concorso. Non lo vinsi, ma ricevetti la mail privata di un giurato, un giornalista, che aveva particolarmente apprezzato la mia idea di raccontare delle storie autonome che avessero un filo conduttore a tenerle unite. Solo che il racconto in Italia non va, la gente ama leggere storie problematiche, realtà misere, bla bla bla ed ecco la sua proposta: riunifica i racconti in un romanzo; con le giuste “cerniere” puoi creare una storia fantastica, di gran successo!
    (Voilà, successo servito su un piatto d’argento!). L’esempio era: “La solitudine dei numeri primi”, roba tipo autolesionismo, problemi psicologici e, in effetti, i miei racconti non erano proprio la favola di Cenerentola.
    Lo ammetto, ci ho pensato, ci ho pensato a lungo, non allampata dal potenziale successo paventato dal giornalista, quanto conquistata dalla sfida di trasformare un libro di racconti in un romanzo. Morale della favola? Non sono andata oltre l’introduzione: le “cerniere” risultavano posticce e tutto il senso della raccolta veniva svilito. Ho lasciato tutto com’era e ancora quei racconti giacciono nel mio cassetto fieramente inalterati!
    (Uno è quello citato nel mio post di oggi, tra l’altro!)
    Ho imparato a non scendere a compromessi, nessuno! Il successo non si misura soltanto con il numero di persone che conoscono il tuo nome e ciò che hai scritto; forse il successo è un sogno bambino che poi cresce e diventa desiderio di farsi ascoltare da un pubblico maggiore, ma lasciamo le luci della ribalta a chi di essa ha fatto una ragione di vita. Le mie ragioni risiedono in altro!

    • Il mercato ha senso per i frigoriferi e le auto, i profumi e l’ultimo social network di moda. Scrivere non è seguire gli altri, ma precederli. Tutto il resto è posticcio. 🙂

      • Eh, sì. Ci siamo detti: tu li attacchi di fronte, io li sorprendo da dietro. Più o meno è andata così. Solo che in mezzo non c’era nessuno.

  2. C’è una strana dicotomia di fondo. A scrivere per il successo si snatura in nostro essere autori. A scrivere senza volere lettori pure (perché chi non vuole lettori scrive il proprio diario, il proprio raccontino e non sente alcun impulso ad ammorbare con esso il mondo). Come si trova la giusta via di mezzo?

    • Cara Tenar, non vedo dicotomie. Leggiucchiavo la Scienza in cucina di Pellegrino Artusi, giusto per non parlare sempre del grande autore che ha successo solo da morto (esistono anche lettori e successi postumi…). Be’, questo Artusi si era messo in testa di pubblicare le ricette regionali italiane, provandole a casa sua, e di impartire qualche lezione salutistica alla borghesia italiana di fine Ottocento. Scrive a modo suo, non in modo aulico, e vuole entrare in punta di piedi nelle cucine d’Italia, unire nord e sud, arricchire la dieta alimentare dei suoi concittadini. Gli editori che contatta (Hoepli e Ricordi) gli dicono che non interessa; amici e conoscenti gli prospettano un fallimento delle vendite. Lui stampa a proprie spese 1000 copie, qualcuna la regala e anziché leggerla la ritrova come premio in una riffa.
      Chi vuol richiedere il suo libro di ricette deve scrivergli a casa per averlo. A fatica, e con qualche segnalazione a conferenze scientifiche che ne consigliano la lettura, riesce a distribuire le prime mille copie. Fa una ristampa, è soddisfatto, e poco a poco anche queste vanno esaurite. Ne ristampa 2000, intanto corregge i refusi delle edizioni precedenti. Poi 3500, poi arriva un editore per la distribuzione. In 20 anni e innumerevoli riedizioni diventa un best-seller ante litteram dove è raccolta la tradizione culinaria italiana. Non era il successo il suo obiettivo di partenza, voleva solo scrivere un libro di ricette in un certo modo. Il successo arriva dopo, i lettori pure. Prima dev’esserci soltanto la voglia di scrivere qualcosa che abbia un significato, che sia unico. Il resto può venire oppure no.
      Mi sembra un errore di fondo che la molla che ti spinge a scrivere sia un lettore ipotetico o la speranza di successo, di uscire dall’anonimato e andare a presentare il libro alla Feltrinelli di Milano. La giusta via di mezzo forse è avere un qualunque lavoro dignitoso che ti permetta di scrivere nel tempo libero per coltivare una passione, la voglia di raccontare e di sporcare il foglio bianco. Quello che viene dopo bisognerebbe intenderlo come varie ed eventuali.

      • La penso come te. Però di fatto “a che pubblico pensi si possa rivolgere la tua opera?” è la prima domanda che un editore ti fa…

      • Hai ragione, ma questo vale per gli scrittori di genere. Ma a un Saviano? Non ci credo che Mondadori gli abbia chiesto “tu, chi pensi che sia il lettore di Gomorra?”. Credo che non lo sappiamo nemmeno dopo chi sia il lettore di un libro di carta. Forse con l’editoria digitale c’è qualche informazione in più su chi acquista un libro, ma credo che in generale sia tutto aleatorio, il che è il bello della letteratura. 🙂

  3. ikuyo

    Io penso che scrivere quello che “il mercato richiede” sia inutile. Se il mercato richiede un romanzo su un tema che a me non piace o che non mi interessa minimamente che cosa ne uscirebbe?
    Non è facile scrivere un romanzo poi su un tema su cui si è del tutto disinteressati, la cosa è abbastanza difficile.
    Io sono dell’opinione di scrivere quello che si vuole scrivere, quello che ci entusiasma e a cui pensiamo sempre… Se speriamo di non trovare mai il tempo per sederci davanti al foglio quello che ne uscirà non penso proprio che sarà un capolavoro.

  4. L’unico modo per raggiungere il successo senza snaturare la propria natura di scrittori è morire il giorno della pubblicazione, magari in circostanze sospette 😀

  5. Ammetto d’essere stato attratto io stesso dalla parola “successo” legata all’idea, forse un po’ bizzarra, di “carriera letteraria”. Forse è comune oggi pensare al successo come un mezzo per misurare la realizzazione personale in qualunque ambito. Io che mi occupo di marketing, sono abituato a valutare il rendimento in base ai livelli di vendita. Vendi poco? Non hai raggiunto l’obbiettivo. Vendi a sufficienza? Sei mediocre. Vendi molto? Hai successo. Non vendi per nulla? Sei un fallito. Ma questi parametri, come fai notare nel tuo articolo, sono ben adeguati ad ambiti diversi dalla scrittura creativa. Credo che anche l’editoria, in quanto industria, li tenga in considerazione; ma uno scrittore scrive perché sente di avere qualcosa da dire, perché ha un’ossessione di cui, in prima battuta, si vuole liberare e l’unico modo che conosce per farlo è scriverla su carta. Preoccuparsi dei dati di vendita, o di quello che vogliono leggere i lettori, non solo potrebbe essere sbagliato – per uno scrittore –, ma potrebbe essere addirittura dannoso. Dannoso, perché limitante.

    Il vero lavoro che deve fare uno scrittore (o aspirante, se preferisci) è quello di riuscire a guardarsi dentro. Le storie sono lì. Devono essere portate alla luce. È un lavoro di scavo, la scrittura. Mi sono sempre chiesto se dopo aver scritto un libro – un libro vero, di valore – uno scrittore si senta svuotato. Secondo me è così che dovrebbe sentirsi: vuoto.

    Molti, e io fra quelli, vedono nella scrittura una realizzazione personale all’interno della società. È un’idea folle; gli scrittori che ho conosciuto, o di cui ho letto la storia, sono quasi sempre degli emarginati. Non c’è nessuna realizzazione nella scrittura. Questo andrebbe detto con chiarezza e forse il numero di aspiranti diminuirebbe drasticamente. Con questo però non intendo dire che ce ne dovrebbero essere di meno, di aspiranti. Io sono fra loro, nella massa, e non mi sento di giudicare la categoria. Solo che, a un certo punto, vista la fatica, è giusto chiedersi se i motivi che ti spingono a farlo sono quelli giusti o quelli sbagliati.

    I motivi sbagliati, secondo me, sono quelli che si possono dedurre da quanto hai scritto nel tuo articolo e da quanto ho scritto io in questo commento. I motivi giusti sono questi: ho scritto un racconto, in un modo completamente diverso da come avevo fatto finora, l’ho riletto e non mi è piaciuto; allora l’ho riscritto, l’ho riletto e mi è piaciuto di più; poi lo riscritto nuovamente, mi piaceva molto e ne ero soddisfatto, quindi l’ho fatto leggere a un’altra persona che mi ha detto senza mezzi termini che era brutto; l’ho riletto e non mi sembrava così brutto, solo un po’ grezzo; allora l’ho limato qua e là. Quella stessa persona, poi, mi ha chiesto come faccio a sapere se un lavoro è finito. Quando ho riletto il racconto, dopo averlo riscritto tre volte e limato una volta, mi sono sentito felice per quello che avevo creato. Era finito. Ecco, la sensazione che si prova quando si “finisce” un lavoro è l’unica motivazione giusta.

    Scusa, mi sono dilungato un po’.

    • È successo che Salvatore ora ha lo spirito giusto. Un cambio di orientamento che punta alla scrittura e non al successo.
      Inizio a fare il tifo per te. Spero che in molti leggano questa tua riflessione, penso servirebbe come punto di partenza per migliorarsi e porsi i giusti obiettivi. Gente, anziché riprendere post cazzuti e inutili, che in rete ce ne sono tanti, perché non riflettete su questo commento dell’Anfuso?

  6. Pingback: L’ambizione dello scrittore | Salvatore Anfuso – il blog

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