Il tempo dell’azione – parte seconda, 25 febbraio

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È da molto che non vi tedio con i miei appunti di scrittura, e l’ultima volta ho lasciato addirittura l’argomento sviluppato a metà. Poi mi sono perso in altro e non l’ho più ripreso. Si parlava allora degli strumenti a disposizione dello scrittore per gestire al meglio lo scorrere del tempo all’interno del romanzo.

Questi strumenti sono:

1. Il foreshadowing
2. Il flashback
3. I tempi verbali
4. La punteggiatura.

Foreshadowing e flashback l’abbiamo già commentato. Resta da dire qualcosa – sarò breve, non preoccupatevi – su tempi verbali e punteggiatura.

Riguardo ai tempi verbali li possiamo dividere in due famiglie.
a. Quelli ad azione veloce – Sono il tempo presente e il passato remoto.
b. Quelli ad azione lenta (come certi farmaci a rilascio graduale) – Sono il tempo imperfetto e il passato prossimo.

Credo che tutto questo sia per voi o risaputo o intuitivo, quindi non ci spendo molto. Preferisco darvi un esempio concreto, ché un fatto vale più di mille parole. Utilizzo un passo del Gabbiano Jonathan Livingstone, di Richard Bach. Spero che altri esempi verranno da voi.

«Jonathan volteggiava lentamente sopra le scogliere remote, e osservava il suo discepolo Fletcher Lynd, giovane e acerbo, era quasi perfetto come allievo. Era forte e leggero e veloce, e quel che più contava era divorato dalla passione del volo.
Eccola là che arriva, grigia piccola meteora, eccolo che esce da una picchiata, e sfreccia a centocinquanta miglia all’ora».

Come vedete c’è un cambio di tempo. L’imperfetto del primo capoverso per esprimere la lentezza, la meditazione. Poi, quando Bach vuole farci comprendere la virata veloce, ecco lo scarto temporale e la scrittura al presente. Fate anche voi così e non sbaglierete mai.

Due osservazioni. La prima da sceneggiatore: il tempo presente è l’unico ammesso, perché è l’unico possibile, nella scrittura dei film. Quindi chi di voi ha lavorato a qualche prodotto video il tempo dell’azione veloce l’ha nel sangue. Il che a volte può penalizzare un romanzo che, non essendo un film, vive anche di pause piacevoli.

La seconda, forse più importante, non seguite mai i consigli di quelli che vi dicono che se inizio a scrivere con un tempo verbale poi devo proseguire inesorabilmente con quello: è sbagliato, punto. Usate tutti i tempi verbale che vi servono per esprimere al meglio l’azione all’interno dello stesso capitolo, dello stesso capoverso, e a volte della stessa frase.

Sui tempi verbali, non so voi, io però non ho altro da dirvi.

La punteggiatura influenza l’azione tramite la lunghezza delle frasi.
Anche qui due famiglie:

1. Periodo paratattico, quindi frasi brevi, strumento ideale per raccontare l’azione e la velocità.
2. Periodo ipotattico, frasi lunghe, che conducono naturalmente alla riflessione e anche alla suspense.

Anche qui un esempio per capire il principio.

«Andò a letto e si risvegliò il giorno dopo».

«Stava andando a letto, quando si ricordò di aver lasciato la luce all’ingresso accesa: si rialzò in piedi con aria assonnata e, infilatosi le pantofole, s’incamminò per le scale che conducevano al piano di sotto».

Nel primo caso in poche parole abbiamo scavalcato una notte dove non è successo nulla. Usiamo quindi frasi brevi per spostare l’azione velocemente in avanti.

Nel periodo ipotattico, invece, c’è un’azione lenta che fa da preludio (si spera) a qualche sviluppo drammatico, a una sorpresa. Comunque anche se poi non succederà nulla, abbiamo trasmesso a chi legge un flashforward di suspense. E il circolo è chiuso. Guarda cosa mi riesco a inventare per portarvi a leggere fino alla fine del post…

16 commenti

Archiviato in Arti e mestieri

16 risposte a “Il tempo dell’azione – parte seconda, 25 febbraio

  1. miscarparo70

    Si vede lontano un miglio che sei uno scrittore pigro. E lo so bene perché anche io lo sono, tanto che a volte mi stanco a metà e no.

  2. Bello questo post! Non c’è davvero altro da dire, bravo.
    “[…] non seguite mai i consigli di quelli che vi dicono che se inizio a scrivere con un tempo verbale poi devo proseguire inesorabilmente con quello: è sbagliato, punto. Usate tutti i tempi verbale che vi servono per esprimere al meglio l’azione all’interno dello stesso capitolo, dello stesso capoverso, e a volte della stessa frase.” – questo lo incornicerei.
    Non è che scriveresti un guest post sull’uso del linguaggio per il mio blog? 😀

  3. Nota a margine: se sei uno studente delle medie, la regola di continuare con lo stesso tempo vale. Perché non alterni per scelta, caro, ma per ignoranza. E la prof sta cercando di inculcarti qualche semplice regola (tipo distinguere un passato remoto da un futuro) dall’inizio dell’anno.
    – Fine sfogo da ultimi giorni di scuola –

    • 😀
      Capisco lo sfogo. C’è un però, però. Il problema è che poi, da grandi, quegli stessi alunni vorranno fare gli scrittori e si ricorderanno di quando i prof dicevano loro di scrivere sempre con lo stesso tempo verbale. Ergo…

  4. Io sono per l’ipotassi, mi da più sazio!
    Mi è capitato di alternare il tempo passato con il presente, proprio nella possibilità che hai mostrato tu: per dare un ritmo diverso alla narrazione. Poi, però, piena di scrupoli, ho corretto e uniformato.
    Ma allora, non è un errore!

    • No, che non lo è. Dipende dall’obiettivo espressivo. Da qualche parte avevo riportato un esempio da Manzoni, se mi ricordo dove te lo segnalo. Viva l’ipotassi. Io poi sono paratattico…

  5. Io sono per l’ipotassi, mi da più sazio!
    Mi è capitato di alternare il tempo passato con il presente, proprio nella possibilità che hai mostrato tu: per dare un ritmo diverso alla narrazione.
    Poi, però, piena di scrupoli, ho corretto e uniformato.
    Ma allora, non è un errore!

  6. Ops, pardon! È partita due volte la stessa risposta!

  7. Bravo. Poche parole ma esplicative… C’è poi tutto un aspetto sotterraneo sul perché di questi tempi brevi e lunghi, ma appartiene, di base, più alla psicologia che alle tecniche di scrittura. Ok!

  8. Credo che al di là delle tecniche, dei nomi altisonanti, inglesi o italiani che siano, la scrittura segua dei flussi comandati dalla psiche senza troppi intermediari. In fase di correzione, si pensa di più al lettore che non in fase di stesura, almeno a me capita così. Quindi il concetto non è tanto quello di raggiungere un effetto ma di rendere un affetto, di restituire al lettore qualcosa di autentico e in parte spontaneo. 🙂

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