E-mail dal serial killer

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Da dove nasce una storia?
Non so voi cosa rispondete di solito a questa domanda. Spesso la sento porre sui blog che affrontano tematiche riguardanti la scrittura. Il bello di chi fa la domanda è che poi offre risposte multiple, e perlopiù asettiche. Di fatto non fa altro che riportare, sarei tentato a dire ricopiare, le casistiche generiche di un qualunque manuale di scrittura creativa, che tanto creativa non dev’essere se poi si assomigliano tutte. Brianstorming, creazione di liste, clustering, taglia e incolla, queste quelle che trovo aprendo un manuale di scrittura creativa a caso. Sono sicuro che anche nel vostro, quello su cui fate più affidamento, pur con nomi diversi, avete incontrato queste stesse categorie. Si potranno poi aggiungere spunti tratti da giornali, libri, film; dalla vita propria o da quella dei nostri vicini. Che bello, che bravi. Tutti a commentare e poi tutti di nuovo a casa a riguardare l’ultima idea concepita grazie a queste tecniche da product manager, idea che ci appare già un po’ più asettica, artificiosa e banale di ieri, quando ci era parsa una gran figata, ottima per un romanzo.

Tutte le volte che ho provato anch’io queste tecniche non ho cavato un ragno dal buco, e mi chiedo come si possa arrivare in questo modo a scrivere storie di valore.

Valore, ecco la parola. Un romanzo dovrebbe raccontare storie di valore. Non soltanto storie, ma anche valori, cioè il modo in cui chi scrive osserva, interpreta e giudica la storia. Faccio un esempio: Paolo e Francesca.

La storia è quella dei due amanti, come la possono conoscere in tanti. Dante, però, ce la restituisce dal punto di vista del suo sentire etico, morale, religioso. È chiaro che Dante si spacca, cade come corpo morto cade davanti al dilemma esistenziale che prova davanti a questa vicenda che lo interroga. Una storia insanabile in base ai propri valori, che sono il sostrato di tutta la Divina Commedia, non solo di questo episodio.

Starò invecchiando, e la vecchiaia porta a pontificare. Però di valori in chi scrive oggi ne vedo raramente. Ma non nel senso che gli scrittori, affermati e no, non ne abbiano, ma che li considerino irrilevanti nel momento in cui scrivono. Non solo irrilevanti, persino pericolosi. In grado di fuorviare la corretta stesura di un romanzo.

L’aspirante scrittore fantasy (non voglio spingermi più su) fa il cartografo di mondi immaginari, e così se la cava; quello di fantascienza, di società post atomiche per non indagare la nostra. Chi pensa un thriller punta tutto sulla medicina legale, anziché sul senso del bene e del male; poi ci sono le cinquanta sfumature di una qualsiasi storia erotico-sentimentale-gialla da leggiucchiare in spiaggia. A questo serve la letteratura: a distrarci da ciò che ci circonda, come la De Filippi? Tutte cose da scrivere un po’ così, seguendo il manuale, da vendere a 2 euro e 90 perché non valgono un centesimo in più, forse di meno.

Se si incrocia un blogger che ti chiede se ti piace l’Europa che stiamo vivendo; che cosa ne pensi dell’immigrazione dal nord Africa; anche solo come interpreti in ciò che scrivi il senso di precarietà che ti circonda, ecco che filiamo via dritti, senza voltarci: diamine, sono uno scrittore, non mi occupo di queste cose, non amo i romanzi ambientati nel nostro tempo, tra i miei coetanei, nella mia città. Mi sembrano poco interessanti, alla gente non interessa tutto questo. Scrivere per la gente. Scrivere ciò che interessa alla gente. Che poi è la stessa gente che Manzoni manda a casa tranquillamente dopo la sommossa dei pani, gente senza storia. Queste alcune delle risposte sincere, anche di chi si occupa di romanzi per professione, che guida le scelte editoriali.

Se la letteratura che ci circonda è leggera, giratela come volete, è perché sono leggeri i cervelli che la pensano. Meccanicamente, da un’associazione di idee leggere, senza valore, a cluster, a elenco, con o senza brianstorming, nasceranno solo storie leggere, senza valore.

Però se ti colleghi al sito web del romanzo e digiti la password di cui è dotata la tua copia digitale o cartacea, potresti ricevere una mail dal serial killer in persona che ti darà un indizio in più. Questa sì che è una figata di idea.

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8 commenti

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8 risposte a “E-mail dal serial killer

  1. Il valore, nelle storie, è molto sottovalutato? Il valore manca perché mancano i valori, scusa il bisticcio di parole, ma, generalizzando, penso che il problema sia questo. Non è vero che in molti (fortunatamente non tutti) giudicano irrilevanti certi valori quando scrivono, il fatto è che li sconoscono o li disconoscono, che è peggio. Hai toccato un punto in cui sono un po’ “talebana”: i giovani di oggi crescono senza punti di riferimento, famiglie che si sfasciano con estrema facilità, libertà concesse a età impensabili, valori essenziali schiacciati sotto la nuova tirannia dell’essere liberi di dire e di fare ciò che si vuole… e poi trovano facile raccontare storie sul vuoto generazionale che li rappresenta. Non mi fido del sentire dei giovani scrittori!
    Immagino che il mio pensiero abbia messo il carico da cento sul tuo già non abbastanza leggero! Stasera sono proprio ispirata!

    • 😀
      Sei la prima talebana che conosco, champagne!

      Ma gli autori esordienti un po’ più maturi dei giovani esordienti, secondo te, poi si differenziano per presenza di valori nei loro libri? La situazione che hai prospettato sarebbe un tema forte e ideale per un romanzo contemporaneo, non credi? Anzi, penso che da sempre sia un tema della narrativa mondiale. Perché allora ci si perde in racconti intorno al proprio ombelico quando ci sarebbe un mondo reale così stimolante da approfondire?

      • I grandi non mettono in campo i valori, nei loro scritti, perché così possono vendere le loro parole anche ai giovani!
        Mi immedesimo in quello che hai detto: se io dovessi scrivere qualcosa che tocchi certi temi, mi farei odiare da intere generazioni sotto la mia. E sono tante, ormai!

  2. Non so, a me non interessano storie che non parlino (anche in modo molto indiretto) dell’oggi o di valori/dilemmi universali. In realtà ne trovo tante anche nella fantascienza e nella fantasy. Adesso sto leggendo il ciclo di Hyperion, romanzi di fantascienza, che parlano di uomini distruttori di mondi, di amori strazianti, del senso della fede e della poesia come unico mezzo per cercare di indagare la realtà. Non mi sembra molto fuori dal mio mondo o poco attuale! Poi però guardo l’anno di edizione ed è comunque il 1989… Vedo i romanzi che leggono i miei alunni e noto una grande differenza già rispetto un Harry Potter (che comunque qua e là buttava spunti di riflessione non banali) di qualche anno fa e i romanzetti per lo più decelerati di oggi. Però non mi sento di farne un discorso generale… Di certo c’è che io cerco di inserire tutto il mio mondo valoriale e tutti i miei dubbi e le mie riflessioni sulla realtà in quello che scrivo, anche quando non è ambientato nel qui ed ora. E spesso mi sono sentita dire che il lettore cerca qualcosa di più disimpegnato…

    • Sono nato, come lettore forte, leggendo storie di fantascienza. Erano quelle degli albori – gli anni ’60 e ’70 – poi qualcosa degli ’80. In ognuna di esse, un genere minore rispetto alla letteratura classica, ho trovato domande e risposte sui problemi più profondi. Nascosti dietro mondi immaginari venivano trattati i lati oscuri del mondo reale, le contraddizioni della società moderna, i temi universali. Poi sono passato a Manzoni e Calvino. Dal punto di vista dei valori che quei libri analizzavano li ho sempre trovati alla pari di quest’ultimi, hanno sempre tutti saputo raccontarmi qualcosa di sostanza. Non so se oggi posso dire le stesse cose dei nuovi autori, non li trovo adeguati ai dilemmi che ci assillano perché, paradossalmente cavalcano solo l’ultima moda del momento, che fra due anni sarà già dimenticata, oltre che superata. Mi pare che gli autori odierni siano troppo sull’attualità, scrivono instant book indipendentemente dal genere che trattano. Manca una visione complessiva del mondo. Sto pontificando?

  3. Secondo me, le storie nascono da ciò di cui si nutre uno scrittore. E non mi riferisco solo alle letture, ma anche in generale. Se uno non si pone interrogativi di nessuna natura, questa mancanza si rispecchia in ciò che produce. Si rischia un po’ di fare i moralisti facendo questi discorsi, però quello che avverto io è poca sensibilità e molta superficialità. E non credo dipenda dal tipo di storie che vengono pubblicate, perché anche una storia leggera può portare a pensare e trasmettere qualcosa di valore.
    Mi piacerebbe far riflettere le persone con quello che scrivo, chissà se ci riuscirò mai…

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