Punto macchina

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Scommetto che anche i meno tecnologici tra voi possiedono un telefonino, una macchina fotografica digitale o una videocamera in grado di riprendere ciò che vedete oltre la finestra. Quello che un tempo era appannaggio di poche figure professionali altamente specializzate in riprese di immagini, fotografi e operatori video, oggi è alla portata di miliardi di persone. Basta puntare l’obiettivo del telefonino o di apparecchiature simili oltre il davanzale e con un semplice clic tutto lo scorcio di realtà che rientra nella vostra visuale viene trasformato in pixel, che magari verranno trasferiti su Facebook, con un commento del tipo «la vista da casa mia».

In passato, per descrivere quello che si vedeva dalle finestre, e anche quello che si vedeva in genere, bisognava usare le parole, dette o scritte. Ora non più. Il «punto macchina» oggettivo, addirittura in alta definizione, è nella disponibilità di tutti. Credo che questo — lasciatemi credere in qualcosa che non uccide nessuno — abbia impoverito lo spirito di osservazione in tutti, e degli scrittori in particolare.
La lunga e certosina descrizione iniziale dei Promessi Sposi, che in passato forse veniva apprezzata dai venticinque lettori di Manzoni, oggi apparirebbe inutile, forse debole dal punto di vista narrativo. E l’editor di turno ci tirerebbe una riga sopra con il consiglio all’autore di iniziare il romanzo nel cuore dell’azione, lasciando perdere le descrizioni.

Ho un amico fotografo che mi parla spesso di potenza di calcolo dei processori, fluidità dell’immagine, definizione dei pixel. Ok, tutto giusto. Però, da autore, ribatto che l’immagine riprodotta grazie alla tecnologia, grazie cioè a Apple e altre filosofie di calcolo, non potrà mai sostituire l’osservazione selettiva umana. Perché l’uomo, forse qui sbaglio ma correggetemi voi se è il caso, non osserva quello che lo circonda nella sua totalità.
Il cervello animale, diversamente dal punto macchina, trattiene solo ciò che per lui è rilevante, eliminando quanto pur presente all’occhio non viene registrato dal cervello. Perché l’uomo, a differenza della macchina, non vede un muro, una salita, la vegetazione, gli insetti che si librano nell’aria, i fiori secchi, il selciato, i gradini, lo sbriciolamento di quel gradino, il sasso a fianco, il formicaio sotto il sole. No, vede solo il muro e i cocci aguzzi di bottiglia.
«Un punto macchina», anche ad altissima definizione, questo non potrà mai osservarlo: registrerà tutto, vedrà tutto, ma non osserverà nulla. Per osservare servono ancora le parole, serviamo noi.

La prima tecnologia di cui si è servito l’uomo è stata il fuoco, e intorno al fuoco i primi uomini si raccoglievano per raccontarsi l’un l’altro con la funzione umana più importante, il linguaggio, le osservazioni che i loro cervelli avevano trattenuto lungo la giornata. Sono nate così le prime descrizioni, che oggi in tanti a Cupertino e in altri luoghi dell’industria informatica vorrebbero sostituire con eserciti di pixel.

A forza di credere che le descrizioni siano retaggi del passato, abbiamo indebolito il muscolo che sa osservare ciò che ci circonda. Anche il nostro occhio tende a delegare al punto macchina la visione, forse anche nel romanzo che stiamo portando a termine. Perché allora non fermarsi, aprire la finestra, osservare ciò che merita di essere osservato e poi «incollarlo» usando le parole nei commenti a questo post? Siete ancora in grado di distinguere il superfluo, sapete ancora attivare «il punto occhio» della vostra prosa?

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10 commenti

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10 risposte a “Punto macchina

  1. Il caldo opprime i tetti e i pensieri mentre le ombre, nette, sono il rimbalzo del bagliore di fuoco delle tegole. Sento le cicale cantare, facendo sfrigolare i tronchi sotto le mazzate del sole; mi dicono “zz-zz-zz” e la mia spina dorsale si scioglie sui percorsi della sedia e del suo schienale. Il loro richiamo è acido lattico che mi si addensa nelle gambe, togliendomi la voglia di spostarmi. “Zz-zz-zz” mi cantano e io sprofondo al loro suono. Ma non sono loro, a cullarmi. Loro sono un tramite, aperto su di un altro universo, dove c’è un dio con in mano una sega. E quella sega sta finendo di tagliare il pilastro che regge la nostra realtà.

  2. Un’osservazione sensata che mi è stata fatta è che nell’800 il bagaglio di immagini anche dell’uomo colto era povero. Se dicevi al parigino “steppa russa” quello rispondeva con uno sguardo a punto interrogativo e quindi non si annoiava a leggere venti pagine di descrizione della steppa russa. Un romano non aveva mai visto il paesaggio del lago di Como, con le Alpi, la Grigna e il Resegone. Oggi comunque nella nostra mente un po’ di immagini ci sono, il lago di Como bene o male ce lo immaginiamo, ma non conosciamo l’odore di un villaggio del Seicento, come si rifrange la luce sulla rugiada posata sui fiori del balcone di Lucia… Insomma, che forse è meglio dare solo una pennellata impressionistica del generale e magari soffermarsi a descrivere il particolare che, appunto, l’uomo tecnologicus non coglie più.
    Non ho molta stima della persona che ha detto questo (un prof del corso abilitante, didattica della letteratura, una p*** unica), ma in effetti un suo senso ce l’ha.

    • Credo infatti che sappiamo sempre meno cogliere il particolare, la pennellata impressionistica ma rivelatrice. Di fatto le immagini che ci circondano nella quasi totalità non hanno nulla di impressionistico, non sono sussurrate. Puntano invece al rumore assordante, alla panoramica con l’effetto speciale, magari sfruttando un drone che si alza sopra la testa del protagonista, e le descrizioni anziché portarci dentro la storia a ridosso dei fatti, servono a volare alto, a sfuggirli: e non sto parlando di film, sto parlando proprio di scrittura tout court.

  3. Il mio abbiocco, nelle prime ore del pomeriggio è pressoché totale.
    Dunque leggo adesso questo articolo helgaldiano che mi piace molto, dopo avere lasciato a lungo il computer a riposo (in questi giorni sempre più spesso, il caldo mi spegne). Premesso che solidarizzo con il significato del verbo osservare (su cui, peraltro, mi sono inventata una caratteristica di noi scrittori giusto nel post di ieri), vengo al tuo invito e ti dico, con molta franchezza, che se scosto le tende della mia veranda vedo uno stendino con i panni stesi stamattina i quali, sotto il sole cocente, sono diventati di cartone ed io col cavolo, che esco adesso a ritirarli! Il meraviglioso fiore di magnolia resiste impavido attaccato al ramo dell’albero, ma i suoi petali sono fogli di carta bianca ripiegati su se stessi; il gatto grigio del vicino apprezza il mio prato e viene a giocare con le lucertole che becca lungo il muretto: in questo momento sta esercitando il suo naturale sadismo su una di esse. Non mi godo, però, lo spettacolo e mi volto verso la sdraio che di solito mi accoglie quando leggo in estate, ma che ora sembra un braciere dalla superficie arroventata. Insomma, dalla mia finestra il mio occhio registra l’arrivo del terribile caldo estivo e io devo subito correre ai ripari, sennò me moro! 🙂

    • Questa descrizione mi piace, ha un bel tono. Panni di cartone, petali di carta bianca, il gatto grigio. Un bel tris. Forse carta e cartone sono troppo simili. Chi trova qualcosa di ugualmente efficace per rendere ancora più ricche queste poche righe?
      Potrebbero essere l’inizio di un romanzo che parte da casa, non c’è bisogno di andare in America per trovare una vena creativa e delle storie interessanti. 🙂

  4. antophotasia

    Io dalla mia finestra vedo la costruzione di nidi. L’inizio è solo un filo d’erba ma poi magicamente compare la forma di una “casa” con altrettanti fili tutti intrecciati tra loro. Opere d’arte. Io fotografa, dimentico di avere la camera in mano e osservo. Ma poi scatto 😉

    • Questa doppia fase di osservazione, dove l’occhio precede l’obiettivo e non ha fretta di scattare sarebbe di per sé degna di approfondimento. C’è anche un tempo giusto di posa, di attesa. A volte bisogna posare la macchina fotografica e attendere che la natura ci dia il meglio. Affrettare lo scatto non sarebbe saggio, e alla fin fine la poesia sta nell’osservazione del fotografo e non nella resa fotografica finale. 😉

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