Di libri e di letteratura

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Molti dei blogger che popolano la rete discutono spesso, nei post e nei commenti, di un tema che evidentemente li appassiona, cioè quale strategia si debba mettere in atto, specie nel self-publishing, per riuscire a vendere il proprio libro una volta disponibile per l’acquisto sulle principali piattaforme online. Ma il discorso vale anche per il vecchio libro cartaceo in libreria, ovviamente.
Uno dei problemi più sentiti è come ottenere l’interesse prima, e l’acquisto poi, da parte di quei perfetti sconosciuti che hanno il nome di lettori. Va da sé che senza uno sforzo di marketing sistematico e continuo su blog e social network, ben difficilmente l’autore sconosciuto potrà vendere il proprio libro oltre la ristretta cerchia degli amici e dei parenti più intimi.

Riflettevo ieri notte proprio su questi argomenti – non riuscendo a prender sonno per il caldo –, e più ci pensavo e più mi convincevo che non c’è via d’uscita alla questione. Ottimista nella vita, ma pessimista cronico per quanto riguarda il sottobosco editoriale.

La riflessione partiva dal mio personale approccio al libro, che non so quanto sia simile al vostro. Da molti articoli che leggo in rete, sembra che ognuno stili un proprio elenco di motivi per acquistare un libro. Pennablù, per esempio, proprio ieri ne elencava cinque (titolo del romanzo, illustrazione in copertina, nome dell’autore, genere letterario, conoscenza della storia), aggiungendo che su alcune di queste variabili l’autore esordiente può esercitare una qualche azione (titolo del romanzo, illustrazione in copertina, genere letterario), mentre sui restanti, poiché è un illustre sconosciuto, non ha alcun potere d’intervento.

L’elenco su ciò che fa vendere può essere arricchito a dismisura. Sono molti i motivi per cui si legge un libro, ma ognuno di questi, per quanto importante, può determinare l’acquisto di qualche copia in più, non la crescita costante del libro. Ci sarà sicuramente un lettore che acquisterà Cazzi e canguri. Pochissimi i canguri perché attratto dal titolo. Un secondo dal nome dell’autore, e via elencando. Però se quel libro venderà alla fine venti copie l’autore resterà un perfetto sconosciuto, anche se ha lavorato con successo a tutte le strategie di marketing.

Questi elenchi, qualsiasi sia la loro origine, non mi convincono. Hanno tutti in comune l’idea che un libro sia un prodotto fatto e finito, senza seconde e terze vite. È una visione un po’ meccanica del libro, quasi che sia un prodotto al pari di un frigorifero. O si vende o non si vende.

Invece un libro naviga, dovrebbe navigare, nel flusso della letteratura. Questo non lo sottolinea mai nessuno. Esistono non solo i libri, ma anche la letteratura. Non sono un professore, potrei perciò dire una cazzata (se uso il termine «cazzata» non sono sicuramente un professore), però ritengo che un libro sia parte, consapevolmente o meno, di un flusso di relazioni tra libri, che prende il nome di letteratura.
Personalmente non leggo un libro perché mi piace il titolo o ha una copertina attraente, né perché l’autore è noto, e neppure perché quel genere di storie mi piace o conosco la storia perché l’ho già seguita al cinema. Potrò leggere anche per questi motivi, ma principalmente la propensione all’acquisto di un libro mi viene dalla lettura di altri libri e di altri autori che me lo hanno indicano come importante da un qualche punto di vista. Un libro tira l’altro, come le ciliegie.

Vi faccio un esempio per spiegarmi. Un libro che non ho letto è Il mondo secondo Garp, di John Irving, scritto nel 1978. Non l’ho letto, ma lo leggerò prima o poi. John Irving campa o muore, io lo leggerò. Non ho mai letto nulla di Irving, però altri che hanno letto questo libro – sto parlando di scrittori, non di amici – mi hanno già comunicato tanti motivi importanti per leggerlo. Questi motivi non me li ricordo nemmeno, ma che questo libro esista l’ho imparato dalla letteratura. Già ora agisce su di me, e un giorno entrerò in libreria e comprerò Il mondo secondo Garp. Forse non mi piacerà, forse sì. Ma i motivi per invogliarmi a leggerlo vengono da una serie complessa di relazioni letterarie, non dal marketing o dall’azione dell’editore o dell’autore. Sto leggendo in questi giorni Una cosa divertente che non farò mai più di Foster Wallace, perché tanti anni fa alcune osservazioni su questo libro fatte da altri autori mi hanno convinto che è un libro per me fondamentale. Uno di quelli che non posso perdermi. Wallace da me non ha ottenuto un centesimo prima di morire, eppure l’ha scritto tanti anni fa anche per me che sto leggendo oggi.

Il vecchio e il mare non lo leggerò perché è di Hemingway, ma perché ha tirato dei fili nella letteratura che si sono intrecciati formando un nodo, anzi uno snodo, dal quale dovrò passare per crescere sia come lettore sia come scrivente. Ogni libro dovrebbe cercare di vivere in un flusso letterario rigenerandosi di continuo, come capitò a Siddharta, che nella prima edizione non fu notato da nessuno.

Se poi lo scopo ultimo di un aspirante scrittore è di vendere venti o cento copie, be’, tutto questo discorso non sta in piedi e ha ragione lui. Ma è per questo che ci si affanna a scrivere un romanzo? Per cento copie?

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8 commenti

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8 risposte a “Di libri e di letteratura

  1. Hai ragione. Anch’io ho approfittato del caldo estivo per riflettere sulla mia posizione chiamiamola di “scrittrice”: se scriverò un libro, cioè se lo pubblicherò (perché la scrittura è in corso da un po’), il mio scopo non sarà venderne quante più copie possibile, ma generare interesse attorno ad esso, un interesse che sulle prime coinvolgerebbe amici e parenti, ma che nel tempo potrebbe essere oggetto di passaparola.
    Io sogno in grande: i sogni piccoli hanno il sapore dei piaceri effimeri!
    Per questo mi piacerà sempre fissare l’orizzonte consapevole della sua irraggiungibilità!

  2. I libri parlano sempre di altri libri e nelle biblioteche si può sentire il brusio costante dei loro sussurri. I libri nascono anche da altri libri, dalle suggestioni, dall’ispirazione, dalle riflessioni che la lettura genera. Il fiume della letteratura è vasto e tutti i suoi affluenti vi confluiscono e si intrecciano. Per questo mi spaventa un paese come l’Italia, che sembra sempre più allontanarsi consapevolmente dalle rive del fiume della letteratura.

    • C’è della poesia nel tuo commento, Tenar, ma il finale è amaro. Perché dici che da noi ci si sta dimenticando della letteratura, in modo consapevole? Porti alle estreme conseguenze le mie farneticazioni di oggi… Siamo in tanti per fortuna ad amare e leggere tanta letteratura. O no? Finché abbiamo delle Tenar a piede libero la letteratura sopravvivrà.

      • È solo che all’estero vedo un sacco di gente con libri in mano, cartacei e digitali, qui no e non vedo alcuna politica concreta di sostegno alla lettura, a partire dalla scuola.
        Se poi sento raccontare certi progetti che ci sono in giro per l’Europa per il sostegno di giovani autori (con delle sorte di borse di scrittura e/o la possibilità di alloggio gratuito per 6 mesi/1 anno) mi sembra altro che fantascienza…

  3. Hai perfettamente ragione. I libri non sono un prodotto a scadenza. Ci sono casi in cui per anni un libro è rimasto nell’ignoto e d’improvviso diventa molto ricercato (al momento non mi ricordo alcun titolo, ma ci sono stati casi!). E poi è vero. I libri si nutrono di suggestioni, sensazioni e stati d’animo. Certi romanzi che leggo oggi non li avrei mai letti due anni fa, anche se freschi di stampa. Anche se è altrettanto vero che a volte ho acquistato un libro perché attratta, in prima battuta, dalla copertina, ma questa da sola non basta se non ha un buon riscontro nella quarta di copertina e nell’incipit. Da lettrice non mi comporto mai con costanza: non so mai come e perché acquisterò un libro, a volte sono loro a raggiungerti quasi per magia!
    Da scrittrice, invece, questa lunga vita dei libri lo trovo frustrante… mi piacerebbe vendere tanto e subito! 😉

    • Bella la magia dei libri che riesce a raggiungerti. Non c’è, per fortuna, un criterio univoco nello sceglierli, dovremmo perciò dare molto meno ascolto al marketing, perché un lettore non è un automa-consumatore. Se fossimo dipendenti dal marketing, dal titolo, dalla copertina, dall’autore, insomma da una sola variabile, saremmo poco più che scimmie. Leggiamo proprio per non esserlo.
      Se ti piace vendere tanto e subito, allora scrivi best-seller: i libri che per definizione vendono tanto e subito, ma forse non è questo che ti interessa (ti svelerò un segreto: gli scrittori di best seller si sentono frustrati perché si considerano autori di serie B; è proprio vero, l’erba del vicino è sempre più verde…).

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