Millecentodieciuno

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Quella nel titolo non è una data mal scritta, ma la truce ecatombe statistica dei dattiloscritti inviati agli editori dagli aspiranti scrittori.
Ogni mille romanzi sottoposti all’editor, cento sono quelli leggibili, dieci quelli davvero interessanti, uno è pubblicabile.
Non lo dice Helgaldo di Da dove sto scrivendo, ma Giulio Mozzi, rinomato editor di casa editrice.

Premetto che concordo con la statistica, nel senso che non mi pare scandalosa né inverosimile. Mi chiedo solo se dati gli stessi testi in lettura a editor diversi siano poi coincidenti anche i leggibili, gli interessanti e il pubblicabile. Se così non fosse, e credo non sia, avremmo tutti qualche possibilità in più.
Resta comunque la domanda, che giro a voi in attesa di risposta: il vostro dattiloscritto, a che categoria appartiene?
Cosa vi rende sicuri che stia tra i cento leggibili tanto da rientrare in quel dieci per cento; così interessante da venire incluso nell’un per cento; e pubblicabile al punto che uno su mille ce la fa?

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19 commenti

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19 risposte a “Millecentodieciuno

  1. Letta così, la statistica sembra forse anche generosa. E non tiene conto del fatto che, per i lettori che leggono i libri pubblicati, solo un libro ogni dieci è bello e ogni dieci libri belli ce n’è uno che bisogna leggere. Poi, prendendo migliaia di libri, se ne trova forse (forse!) uno che sia un capolavoro.

    Facciamo così: io ho riletto il mio; mi sono fatto prendere dalla storia dimenticandomi di averla scritta io; l’ho bevuto fino alla fine e mi sono quasi congratulato con me stesso per aver comperato un così bel libro.
    Poi mi è sovvenuto che l’avevo anche scritta, e sono stato ancora più felice.
    Adesso, paradossalmente, non mi interessa quasi più di pubblicare: è un bel libro, che sono felice di aver letto. Farà la sua strada, se la vorrà fare. E così sia.

    • Fantastico, allora è da leggere. Dobbiamo segnalarlo al Mozzi per risparmiargli la fatica di leggersi tutti quei dattiloscritti inutili… 🙂
      Credo nella consapevolezza dello scrittore. Anche intuitivamente sa quando ha scritto qualcosa che vale, perché non gli pare più sua. Avviene una specie di sdoppiamento. È questo che ti è capitato?

      • Più che un sdoppiamento, il libro si è proprio estraniato. Ricordo bene di averlo scritto, ma è come se avessi perso coscienza del momento in cui i le parole si sono integrate tra di loro fino a diventare una storia.
        Mozzi? Ha già tanta roba, da leggere. Non so se vorrei dargliene dell’altra…

  2. … Forse l’anima di leone che si nasconde dentro un ego di solito formato coniglio?
    … La consapevolezza che, adesso, dati alla mano, le mie probabilità di diventare insegnante di ruolo siano statisticamente minori?
    … L’idea che se poi è quell’uno che si scoraggia siamo messi pure peggio?
    … Che comunque tentare non costa nulla?
    … E chi l’ha detto che sono sicura?

  3. Simona C.

    Se pensassi di aver scritto una boiata, non ci proverei nemmeno. Immagino che tutti quelli che spediscono agli editori siano convinti di avere una possibilità, che poi in realtà la meritino o meno è un’altra faccenda.
    Temo che i numeri siano anche peggiori perché non credo che tutti i libri ricevuti da una casa editrice escano dalla busta per essere valutati e messi tra i cento, i dieci e l’uno. Troppa, troppa posta da smistare e magari qualche capolavoro rimane nel bidone dei “ricevuti” senza mai vedere la luce della scrivania dell’editor.

    • Quindi il novanta per cento degli invii agli editori è dovuto a gente che sopravvaluta il proprio lavoro, è questo che stai affermando?

      • Simona C.

        No, dico che il cento per cento di chi li invia pensa di aver scritto qualcosa di pubblicabile. Che si stia sopravvalutando, verrà stabilito dopo. Nessuno invia qualcosa pensando “Ho scritto una schifezza”, non avrebbe senso.

      • Nessuno dice di aver scritto una schifezza, non avrebbe senso, hai ragione. Irragionevole è anche però credere di aver scritto un inedito che tra mille ce la fa, quindi un capolavoro. 🙂
        Quando poi non si è pubblicati, e spesso non si riceve neppure una qualsiasi forma di risposta dagli editori, l’atteggiamento è quello di dire sono un genio incompreso, passo al self-publishing.

      • Simona C.

        Hai ragione anche tu: la maggior parte di chi si auto-pubblica si crede un genio incompreso. Io ho scelto di farlo per altri motivi, ma l’ho già spiegato sul mio sito. Mi piace fare la “indie” 🙂

  4. Resto convinta che i gusti personali influenzino comunque la valutazione di un testo, dunque per me è possibile che la stessa opera letta da editor diversi segua un percorso non per forza uguale.
    Poi resto convinta che anche l’insicurezza influenzi il giudizio di un testo, dunque io parto sempre dall’idea che ciò che scrivo possa non piacere, però non autoalimento questo pessimismo e provo a propormi, mi metto in gioco, mi butto nella mischia: finora non mi è andata tanto tanto male! Ecco, ciò che scrivo è giudicabile, ma per essere giudicato dev’essere letto, dunque sì, in quest’ottica, penso che sia leggibile!

    • Bene, finalmente qualcuno che dichiara di aver raggiunto un livello di scrittura che lo pone almeno in quel dieci per cento che potrebbe essere letto fino in fondo. Aver maturato una consapevolezza del valore della propria prosa è un fatto importante per chi aspira al mondo letterario. Certezza e incertezza si mischiano, ma almeno in parti uguali.

  5. Uno su mille ce la fa… chissà.
    Una volta credevo di aver scritto un bellissimo racconto. L’ho messo in un cassetto e ho aspettato.
    Quando sono andata a rileggerlo ho capito che era da riscrivere perché era terribile.
    Per capire se uno scritto può funzionare devo fare cosi, mai lasciare la prima versione, rileggere e revisionare sempre.
    Salvo le pagine magiche che nascono già perfette, ogni tanto capita anche questo.

    • Che uno su mille ce la fa è accertato. Le librerie sono piene di gente che apparentemente ce l’ha fatta. Probabilmente, come dici tu, non era la prima versione di ciò che avevano scritto. Sul fatto che esistano pagine magiche, chissà. Mi piacerebbe leggerne qualcuna di perfetta al primo colpo. Tu ne hai da propormi alla lettura? Sarebbe per me un’esperienza nuova. 🙂

      • Beh, diciamo che è perfetta per me. Nel mio secondo romanzo nel capitolo 14 c’è una parte che ho scritto di getto e, nonostante mille riletture, non l’ho mai cambiata, tutte le volte che la leggo mi emoziono. È un punto cruciale del romanzo, ma magari piace solo a me. 🙂

  6. Marco Amato

    Ho letto anch’io la statistica di Mozzi. Mah…
    Lui si interessa delle sole opere letterariamente rilevanti.
    Un romanzo di narrativa di intrattenimento, per non dire commerciale, lo scarta senza ripensamenti.

    Però se vuoi provocare Mozzi e farti scagliare addosso rasoiate di invettive non lo chiamare mai editor in un commento. Per lui l’editor è colui che dirige una collana editoriale.
    Lo puoi chiamare consulente o al massimo Talent Scout.
    Lui per mestiere legge i manoscritti e li segnala al proprio editore. In questo momento mi pare Marsilio.

  7. Ryo

    Ha molta importanza anche la maturità acquisita dallo scrittore: rileggendo mie cose degli esordi, fatico a credere che pensassi che fossero pubblicabili… e infatti il mio primo manoscritto è rientrato al massimo fra i leggibili (sono ottimista 😀 ), il secondo invece è stato pubblicato. Per quanto riguarda il terzo, ora l’obiettivo è terminarne la stesura, la pubblicazione sarà un problema del me stesso che vive nel futuro 😉

    • Poiché la possibilità di venir pubblicati al primo colpo è veramente bassa, se i numeri che ho indicato hanno una qualche attinenza con la prassi editoriali, la maturità dell’autore diventa un fattore decisivo nel valutare il proprio lavoro. E per non crogiolarsi nell’illusione affascinante di essere un genio incompreso della letteratura, nel caso il manoscritto venga respinto da tutti gli editori. Quelli che credono di aver prodotto il capolavoro già con l’opera prima non matureranno mai… 🙂

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