Thriller paratattico con cambio di registro

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Dismesse le ferie, consumato l’agosto, prende di nuovo piede la fatica quotidiana dell’impiego o carica a cui siete preposti. Data la qual cosa si rinnova anche il consueto abboccamento con il thriller paratattico.
L’occasione odierna è appetitosa: tramutare il componimento ordinario e vile nelle scelte lessicali di Hitchcock con Helgaldo, immettendovi vocaboli forbiti e ricercati, per una lettura alta e letteraria del medesimo.
Quale miglior cimento di codesto per mostrarsi romanzieri di vaglia, stilisticamente ornati di varianti lessicali a iosa, secondo le peculiarità socio-linguistiche e comportamentali dei vostri personaggi nati in alto loco o a esso pervenuti grazie a un’istruzione di grado superiore?
E se alcuni dei predetti termini che ho impiegato in tale succinta panoramica vi sono parsi più desueti e antichi che raffinati e colti, come pure fuori luogo la costruzione sintattica che da essi è conseguita, umilmente me ne scuso con voi tutti. Né istruito né ben domiciliato fu mai il sottoscritto, ché nella mia dimora non ci si reca in bagno, ma si va a cagare.
Voi di me non tenete tuttavia in alcun conto, e raffinando la vostra prosa quanto più vi aggrada, sollazzatevi col thriller paratattico che segue.

 

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

Alfred Hitchcock con Helgaldo

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44 commenti

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44 risposte a “Thriller paratattico con cambio di registro

  1. 🙂
    Finalmente giunge l’ora che volge al disio, c@zzo. A dopo.

  2. Lucia a Montmartre, di Michele Manzoni

    Quell’ansa del fiume di Parigi, che volge verso nord tra due catene ininterrotte di case, viene a un tratto a stringersi, scavalcata da un ponte tra le due rive che separano il quartiere di Montmartre con il resto della città; le strade, che paiono pur dritte a chi le discerna dal lungofiume, si aggrovigliano tosto non appena ci si allontani da quello e finiscono per formare un unico grumo di porte, mattoni e finestre che si aprono sugli antri scuri delle case assai male illuminate che se ne stanno abbarbicate ai lati. Per una di queste stradicciole se n’era andata bel bella una pulzella, di nome Lucia, che aveva finito per perdersi assai presto negli intricati cunicoli che il selciato aveva formato nei secoli, assecondando il guizzo non sempre estroso dei costruttori che non avevano saputo sfruttare l’ossatura della campagna che andavano inurbando.
    La ragazza, avendo percorso senza costrutto più e più volte quei vicoli, s’era trovata perduta al fianco d’un muro che correva diritto, forse sessanta passi, prima di dividersi in due viottole, a forma d’un ipsilon, in un punto in cui il colore bigiognolo dell’intonaco era buon fondale per lo scuro della sera che cominciava a calare e che animava, sinistra, gli occhi scuri delle case delle fiammelle degli abitanti, mentre le loro voci sussurrate e a volte gridate scendevano rimbalzando di banda in costa lungo la via. Spaventata, aveva imboccato il primo uscio che l’era parso abbastanza onesto da essere varcato; sicché, menato il passo all’interno, s’era ritrovata davanti una lunga scalinata buia, che scendeva giù fin dove un lucignolo pareva filtrare di sbieco ad una porta socchiusa.
    Aperta la porta, e drizzando lo sguardo com’era usa fare non appena entrava in casa, vide una cosa che non s’aspettava e che non avrebbe voluto vedere: uomini peggio che spugne, riversi su un tavolaccio a far da compagnia a certi boccali ricolmi d’un liquido scuro, che s’eran zittiti di colpo dalle loro risate sguaiate e la guardavano come i macellai guardano i vitelli, soppesandone le tenere carni e valutandone il prezzo sulla bilancia del mercato, l’indomani. Era chiaro che questi felloni non stessero aspettando nessuno in particolare, ma che gli forse parso segno di buona fortuna che un tal boccone avesse deciso di scendere, di propria spontanea iniziativa, fin nel tugurio che lor chiamavano tana; e un paio s’erano alzati dal loro posto e s’erano fatti appresso, per verificare se davvero quella fosse sì tanta buona mercanzia o non dovesse esserci un qualche buggerata, nascosta al primo colpo d’occhio. Lei, per lo spavento, aveva cacciato un urlo che le zozze manacce avevano pensato subito di tappare tra quelle labbra bocciolo di rosa; le lor luride zampe avevano palpeggiato e manmesso la corsetteria e tutto quanto era assai picciol protezione per la perla che vestivano sin quando, stancati dagli strilli e dalla resistenza, avevan deciso che fosse opportuno sbarazzarsi dell’impiccio gettandolo di sotto, nelle nere acque del fiume.
    In men che non si dica la giovane aveva assaggiato il viscido liquame, abitato da topi che avrebbero apprezzato le sue carni ancor più che i furfanti ai quali aveva pensato d’essere sfuggita; e s’era trovata a dondolare e a rotolare, trascinata tra le onde, implorando un sol boccone d’aria che l’aiutasse a rimandare anche d’un minuto la propria, già sicura, dipartita.
    D’un tratto s’era trovata scossa dal cerusico, al quale s’era affidata per via d’un certo mal di denti; costui l’aveva guardata serafico e le aveva detto, con voce gentile e ossequiosa: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

  3. No, ma qua ci vuole tempo e impegno …
    Non vedevo proprio l’ora di tornare “allieva” alle prese con le tue esercitazioni!
    So cosa farò nelle prime ore di questo pomeriggio!

  4. Simona C.

    Voglio un tuo poster nella mia cameretta

  5. A puellam deperditur in regio Parisiensi …
    Che forse è d’uopo riconsiderare cotesta storiella alla luce di meno vetusta interpretazione?

    Or dunque… c’era una donna di nobile aspetto e assai giovane nell’età che, sperdutasi nelle anse d’asfalto tormentate da un ostinato buio del quartiere di Montmatre, a Parigi, si ritrova in una casa, la cui luce in su per le scale sembra essere un rifugio sicuro avverso ogni sua tema. In verità, ella viene a trovarsi in una spelonca mal frequentata da sinistri ceffi che le si avventano contro per farne carne da macello. Nemmanco le urla terrorizzate della donna riescono a salvarla da cotanta oscura sorte, ‘sì immobile sta il suo misero corpo dondolante nelle acque del fiume, dopo essere stata ivi gettata per vedere le sue spoglie divorate dagli astanti topi.
    La donna s’avvede di un baluginio provenire dalla superficie, si apprende alla mano che la scuote… e si sveglia. Fievole e mesta, la voce del suo dentista le annuncia che è tutto fatto e che adesso le tocca di pagare!

    • L’unica nota stonata di queste preziose versioni è il conto del dentista… 🙂

    • però in latino non era mica male… Google dice così:

      A puellam deperditur Martyrum regio Parisiensi stragulum tenebrarum obscurum circum. Adulescens venit per vicos itque frequens longum murum territi, tandem ingressus domum. Et ascendit per gradus incipit videre lumen in medio vectis ebrii frequentantur. Qui versus eam praereptam penuriam forte abutuntur. Mulier clamoribus territus furentes religatur et proicies illum in flumen litore expectans videre mures comederunt. Atque in ipsa aqua incipit saxo. Tu suffocatio. Manus moti expergiscitur denique dentist et amica voce: “Omnia feminam fecit. Dimidium coronam, mitte quem missurus es ”

      (quell’A iniziale, però, mi lascia molto basito!)

      • Anch’io ho copiato paro paro la traduzione di Google, ma non mi sono chiesta cosa ci facesse la A ma perché fosse seguita da un accusativo.
        (Se deperditur è considerato un passivo, questo se non ricordo male è seguito da un ablativo, dunque casomai puella, prima declinazione, avrebbe dovuto essere puella, non puellam).

        Disquisizioni “classiche” in casa Helgaldo! 🙂

      • … che mi fanno fare la figura di un ebete, come Gasparri davanti a Umberto Eco…

      • Abituato all’inglese, il primo pensiero è stato che “A”fosse articolo indeterminativo. Poi ho colto la stonatura e ho fatto mente locale: il mio latino è MOLTO MOLTO arrugginito, però già solo la frase iniziale mi pare senza capo né coda. Buona come un “Lorem ipsum” qualsiasi….

      • Sì, è decisamente tutta sbagliata! Ma del resto chiedere a Google traduttore di “parlare” il buon vecchio latino, beh…

  6. Una rigogliosa creatura di sesso femminile ha smarrito la stella polare nel rione parigino di Montmartre, e calano su di lei le ombre vespertine. La fanciulla vaga di contrada in contrada rasentando la cinta muraria, tremebonda, varca in fine l’uscio di un focolare. Percorre una rampa, principia a intravedere un lume, si palesa nel bel mezzo di una mescita empia di empi ebbri. Gli uomini assalgono la di lei figura: la bramano preda depredata, forse deflorata.
    La donna lancia strida di terrore, i mentecatti la legano, la consegnano alle correnti del fiume, attendono sull’argine di vederla divorata dai ratti. La donna s’inabissa, principia a ondeggiare. Il respiro l’è impedito. Una palma umana la dimena, finalmente la parlata familiare del dentista: «Tutto fatto, signora. Mezza corona, prego!».

  7. “Mescita empia di empi ebbri” è fantastica.

  8. Pingback: Lucia a Montmartre | Scrivere per caso

  9. Manzoni, Hitchcock e il conto del dentista…

    • Dai, Giulia, perché non ci arricchisci anche della tua versione? Un tuffo nel thriller dove l’acqua è più nera…

      • ecco la mia versione, ho fatto un mix Manzoni, Leopardi, Dante e fantasia di Giulia

        La donzelletta Lucia che vien dalle campagne dei dintorni di Parigi, in sul calar del sole si ritrovò in un percorso oscuro del sobborgo di Montmartre. Ella cercava rifugio sicuro, ma in una misera casa scarsamente illuminata la sventurata trovò solo dei tenebrosi individui di malaffare che del suo giovane e indifeso corpo fecero scempio e gettaronvi nel melmoso fiume. Mentre grandi topi neri e minacciosi cominciavano a rosicchiare le sue lacere vesti, ella sempre più immersa nel terrore profondo intravede un barlume salvifico in lontananza, si scuote e si sveglia e riconosce la voce amica del suo dentista che solerte le dice: “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”.

      • Epperò! Quando il gioco si fa duro, Giulia inizia a giocare… benvenuta nel thriller paratattico. Non ti libererai mai più di noi. 😀

      • La Giulia non è mica qui per pettinare le bambole, mi sa 🙂

      • Ahah, Giulia, ottimo mix!
        Arruolata! 🙂

  10. Se imitazione deve essere, che sia. Per cui non mi scuso se è lungo…

    Accade sovente, e ben più spesso di quanto non risulti alla limitata consapevolezza degli uomini, che gli imperscrutabili disegni della Provvidenza, la quale tuttavia sempre agisce e dispone per il maggior bene dei suoi figli, che gli accadimenti più turpi e le acerrime nefandezze, appaiano, al termine del dipanarsi di un intricato e sotterraneo intreccio, volgersi ad un bene insperato, e ciò malgrado ogni apparenza faccia riscontrare in essi fatti la più totale e irrimediabile mancanza di qualunque barlume di grazia o di bene. Avviene dunque, per particolare grazia e privilegio accordato dal Divino volere, che ad alcuno sia dato di tenere in mano un capo di tale filo dorato e ripercorrere il tortuoso cammino delle vie della Grazia, e riportarne indegnamente il seguito, a beneficio dell’edificazione di chi versa le lacrime delle tribolazioni di cui è costellato questo nostro pellegrinaggio terreno verso la salvezza.
    Non molto or sono avvenne quindi che una fanciulla, sulla quale la bontà divina aveva sovrabbondato nello spargere la grazia di una beltà esteriore, secondandola però al rifulgere della più profonda e integerrima qualità morale. Ora tal fiore di virtù, tale simulacro di angelo splendente, per la combinazione di avverse circostanze – che qui non meritano maggior riferimento di quanto serva per assicurare ai miei parchi lettori che solo motivazioni tanto gravi e impellenti avevano costretto la fanciulla, modello di virtù prudenziale e virginale modestia – avvenne che si trovasse per strada in uno luogo e in un’ora parimenti inadatte al vagare di una giovane donna virtuosa. Dell’ora, oltre che tarda, merita riferire che era oscura, fredda e nebbiosa. Il luogo, parimenti infelice, corrispondeva al dedalo di viuzze scalcinate e malmesse che crescevano a guisa di dedalo contorto nella rive droit, assediando come un’ulcera fetida la base della Collina dei Martiri sul fianco scintillante di Parigi.
    La fanciulla avanzava seguendo con la mano, quasi a trarne coraggio e sostegno, il bordo irregolare di un vecchio muraglione, posto a limitare di certe banchine, discese e ormeggi, frequentate dai topi parimenti che da marrani di ogni risma. Camminando si raccomandava a tratti, alzando il capo e lo sguardo supplice, alla vista della chiesetta del Sacro Cuore, che splendeva a tratti fra le facciate dimesse delle casupole e dei tuguri circostanti, alta come una fiaccola nelle tenebre, e si raccomandava specialmente al santo Vescovo Dionigi, il cui sangue sparsero i pagani – si dice – proprio in quel luogo, consacrandone la memoria imperitura.
    D’un tratto, quasi in risposta all’accorata, muta preghiera della vergine, la porta socchiusa di un androne le offre l’accesso all’interno del quartiere e lei, mormorando più forte una giaculatoria, vi penetra circospetta; una scala oscura, di fattura scomposta e dall’incerta robustezza, le offre il conforto di un barlume, che occhieggiando dal fondo lontano di un lungo corridoio, la richiama a guisa di faro. Ma ahimè, non un porto sicuro attendeva la sventurata al termine di quell’ordalia; varcata la soglia, elle seppe in un sol sguardo di esser perduta: i passi incerti l’avevano infatti menata, per sventura e affatto per imprudenza – che nulla poteva far presagire il pericolo – all’interno di un locale basso, annerito per lunga permanenza di ogni sorta di fumi e miasmi che la modesta, per non dir nulla, areazione, non consentiva di allontanare né di giorno né di notte. Dentro, rosseggiavano gli sguardi obnubilati e cupi di un nutrito gruppo di bravacci i quali, intontiti dal bere e dalla malsana atmosfera, dapprima mirarono la fanciulla sbalorditi. Ma in breve i turpi pensieri, alimentati dal vino come fuoco dal vento gagliardo, si avventarono sulla giovane, decisi allo scempio più brutale. Ed ella, schermendosi alla meglio, sentendosi venir meno per il contatto di quelle manacce, di quelle bocche, mezzo soffocata dai miasmi di quegli aliti fetidi e delle vesti lerce e intrise di afrori bestiali, afflitta dalle strette brutali e scossa dall’audacia animale delle dita che fremevano sul suo corpo, strillava e invocava la Madonna che la salvasse, non temendo né per la vita né per l’incolumità, ma paventando lo scempio del suo corpo verginale,che essa teneva sacro come tempio, a gloria del Suo divino occupante. E decisa, piuttosto che permettere a quegli empi di compiere un tale sacrilegio, si divincolava, si dibatteva, urlava e spingeva via le mani e i corpi che incontrava nei suoi gesti convulsi.
    E tanta fu la forza che la Provvidenza, che mai abbandona nell’oscurità coloro che conservano la fede, diede alla giovane che i bravacci, stanchi e scossi da tanto sacro furore, vedendo sfuggire l’occasione di lussuria e di bestiale ludibrio, la legarono con rudi funi e, animati da furore maligno e insensato, giunsero all’infamia di gettarne il corpo così legato nel fiume, condannando la giovane martire a morte orribile e sicura.
    Fu allora, sentendosi sprofondare in quel fetore di fogna, vedendo giungere frotte di ratti famelici, sballottata dalle onde, soffocata dal verminoso e algido fiume, che la giovane vede apparire davanti agli occhi la mano sicura del Salvatore, che le offre l’estremo e sicuro riparo. Ed ecco che, novella Isacco, provata la fede e la saldezza dell’animo, alla giovane venne risparmiato il sacrificio, ed ella, per uno di quei misteri che la scienza non spiega e di cui la Fede non domanda, si svegliò miracolosamente trasportata altrove, al sicuro, lontana. Un uomo, strumento inconsapevole della Provvidenza, un inconsapevole dentista, forse un angelo, che le comunica le ispirate, sacre parole che, a suggello della natura divina e soprannaturale dell’accaduto, le indicarono con precisione quale obolo sarà gradito in elemosina, a compimento del voto per la miracolosa salvezza: “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”

  11. iara R.M.

    Wow! Siete fantastici!
    Quasi quasi mettete soggezione… :-p

  12. iara R.M.

    Nel mezzo del cammin di esta vita
    mi ritrovai per una Parigi oscura
    ché la diritta via era smarrita.

    Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
    esta Montmartre selvaggia e aspra
    che nel pensier rinova la paura!

    Io non so ben ridir com’i v’intrai,
    tant’era pien di sonno a quel punto
    che la verace via abbandonai.

    Ma poi ch’i’ fui al piè d’una casa giunta,
    là dove terminava un lungo muro
    che m’avea di paura il cor compunta,

    vidi in alto d’una salita la mèta;
    vestite già di luce eran le scale
    che fu la paura un poco queta.

    Ed ecco, quasi sul finir de le fàtiche
    l’occhi miei da lo terror aperti
    visi infami mirarmi natiche.

    Non mi si partiano dinanzi al volto,
    anzi ‘mpedivano tanto il cammino,
    ch’i’ fui per scappar più volte vòlta.

    Questi parea che contra me venisse
    con la test’alta e con rabbiosa fame,
    sì che parea che l’aere ne tremesse.

    I peccator carnali con corde mi legarono;
    “miserere di me, gridai a costoro e lagrimai,
    ma giù per le sudice onde mi gettarono.

    Quando nel gran diserto i topi vidi
    venirmi ‘ncontro, a poco a poco,
    caddi come corpo morto cadde ivi.

    Questa mi porse tanto di gravezza
    con la paura ch’uscia di sua vista,
    ch’io perdei la speranza de la salvezza.

    E qual è quei che volontieri acquista,
    e giugne ‘l tempo che perder lo face,
    che ‘n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;

    Oh pietoso colui che mi soccorse!
    tal mi fec’io di mia virtude stanca,
    a le vere parole che mi porse!

    Man del dentista svegliommi l’ego
    Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, disse:
    «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

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