Thriller paratattico con sviluppo grottesco

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Col termine grottesco, in letteratura si intende – credo – una narrazione bizzarra, terribile, sfrenata, ripugnante, caricaturale, deformante, o tutte queste cose insieme. In pratica, la faccia di Gasparri.

Ma no, scherzo. Gasparri mi è simpatico. Dicendo «la faccia di Gasparri», in realtà sto facendo satira, cioè mi pongo l’obiettivo di aggredire un individuo specifico, una parte politica ben definita, una fede o un’idea particolare, provocando a volte una risata, ma non è certo questo il motivo dell’attacco satirico, che resta invece il mettere alla berlina, senza approfondire l’argomentazione, l’oggetto dell’invettiva. Con buona pace (eterna) dei vignettisti francesi che la praticano.

Oggi però con thriller paratattico ci buttiamo sul grottesco, ché a me la satira – l’avrete intuito – non piace affatto. Ne saremo capaci?

Questo blogger di solito predilige l’ironia, altra variante comica. Forma più raffinata (si spera) e alta. L’ironia tende all’umorismo, a volte con finalità filosoficamente socratiche, ma non credo di arrivare a tanto. Mi limito casomai a dissimulare, scrivendo l’opposto di quanto penso. Poi sta a chi legge cogliere l’ironia di ciò che dico, che più di ogni altra forma comica ha bisogno della complicità di chi legge.

A proposito di forme raffinate e colte – faccio una breve digressione –: complimenti a tutti noi che abbiamo svolto il thriller paratattico con cambio di registro. Qualcuno si è dimenticato che doveva restare paratattico, però la resa è stata altissima, un gradino sopra Gadda. Credo che non ci si possa definire scrittori se non si sanno variare registri e forme linguistiche, e se si ha paura ad affrontare territori della scrittura che si allontanano dal nostro istinto narrativo. Quindi, anche se per gioco, perché non facciamo altro che giocare con le parole, invito tutti a confrontarsi almeno una volta con una delle tante varianti del thriller disseminate nel blog. È divertente e senza controindicazioni.

Ma torniamo a noi, cioè al grottesco. Il thriller paratattico di oggi, pur restando paratattico, vi invita a ripensare la mademoiselle sperduta per Montmartre sotto questa angolazione narrativa. Ci sarà forse un po’ di ironia, probabilmente un pizzico di satira, ma tanto tanto grottesco.

Per fortuna siamo italiani, basterà guardare un qualsiasi telegiornale per caricarsi di spirito grottesco. Buon grottesco a tutti.

 

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

Alfred Hitchcock con Helgaldo

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17 commenti

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17 risposte a “Thriller paratattico con sviluppo grottesco

  1. Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. Più che una donna, in realtà, una ragazzetta implume i cui tremori virginali andavano di pari passo con l’insipienza e l’ignoranza della vita. Pelle diafana, attraversata da un reticolo di vene azzurrognole, nucleo di un baldacchino di corpetti, vesti, ferretti e legacci forse buoni per vestire una bambola di porcellana. Ma tant’è: quella era e nella sua testa non c’era più sale che nell’argilla. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Ché anche se fossero stati sobri forse non avrebbe fatto differenza, se non per gli aliti immondi, i denti cariati, le mani callose e le unghie nere di chi razzola sulla sudicia terra perché le gambe non son buone di reggere neppure un passo. E non solo le gambe, son capaci di star dritte; l’alcol ottenebra e rende le voglie più grandi di quello che il corpo possa pretendere di soddisfare e a tutti pare di avere abbastanza birra in corpo per poter intingere il biscotto in quella deliziosa tazza di latte e miele. O latte, miele e menta, visto il colorito terreo che aveva preso la giovane in un baleno.
    Le urla, però, stancano e rompono. Non solo i timpani, ma anche quello che un uomo ha di più sacro al mondo: i gioielli della corona. Così prendono un paio di sartie dimenticate da un marinaio più ubriaco del solito e la legano perché smetta di infilzare le stupide, piccole dita negli occhi e le unghie sulle rudi carni. Adesso non può più nuocere, ma non ci si può neppure divertire: l’unica cosa è gettarla di sotto, nelle acque nere del fiume. A quel punto, il fastidio più grande sarà sopportare lo stridio dei ratti, il fastidioso graffiare dei loro incisivi sulle delicate ossa, il “croc” delle tibie che si spezzano sotto il peso dei roditori famelici. Qualcuno offre un giro di rum: ci penseranno i boccali e le risate a coprire i rumori molesti.
    La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

  2. Chi è che mette in testa alle signore non più tanto giovani che passeggiare da sole per le vie di una città sconosciuta sia un elisir di giovinezza? Così, in tenuta sportiva ma con i tacchi rigorosamente ai piedi (perché i bermuda attozzano), una signora si trova a girare in tondo per il quartiere di Montmatre. Vuole raccontare alle amiche, al ritorno dalle ferie, di avere visitato in lungo e in largo Parigi, ma si ostina a tenere il passo sicuro e spavaldo in mezzo a quei vicoli bui e angusti e alla fine l’anca le duole, anche il calletto nel mignolo che ha provato ad avvolgere in due strati di cerotto comincia a farle male. E ha paura, tanta paura. Vede una luce, dentro un palazzo e decide di entrare: le scale le ricordano che ha una certa età.
    Non le pare vero! In un posto che sembra un bar frequentato solo da uomini, ritrova tutto lo sprint perso strada facendo: che bel fusto, quel tipo laggiù che mi guarda con quegli occhioni da ex galeotto! Ommioddio, e quell’altro senza denti? Mi ricorda tanto quella bonanima di mio marito! Un uomo tozzo e senza capelli le si avvicina minaccioso e lei ha giusto il tempo di riavviarsi lo chignon avvizzito e di fargli l’occhiolino che, subito, altri bellimbusti ubriachi e sporchi le si avventano contro. “Siiii, fate di me quello che voleteee”, si abbandona all’immaginario sollazzo!
    Vogliono rapinarla? Violentarla? Macché, la prendono, la legano (“facciamolo sadomaso!”) e con sua grande delusione le fanno fare un volo di cinque metri, dritto dentro la Senna! Mentre dondola e le acque del fiume la trascinano giù, la scarpa col tacco è presa d’assalto da un esercito di roditori affamati. “Salvatemi”, urla la donna… E in effetti una mano la tira su e lei rinviene sul lettino di uno studio dentistico.
    “Signora mia, ma lei quando si decide a mettere una bella protesi dentaria? Mezza corona, grazie!”
    (Pensiero della donna: “e mo’, alle mie amiche cosa racconto?)

  3. Me ne vergogno profondamente…

    Il culetto carne fresca di una 90-60-90 si trova sperduto nelle fogne di Montmartre, e la scura coltre di buio glielo sta già palpeggiando. La squinzietta lo dimena fieramente tra i vicoli costeggiando un lungo muro, batte i denti fino alle palpebre, sarà il freddo oppur la fifa, entra incautamente in una villa diroccata. Sale una scala a chiocciola imbozzolata nelle ragnatele, comincia a intravedere una luce d’oltretomba, si trova nel mezzo di un bar strabordante di omaccioni ubriachi in tutù. I bevitori in arabesque, pas assemblé, en avant, à la seconde, en arrière, danzano sulle sue curve: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, spezza il vetro dei boccali, spacca le finestre del locale, frantuma la protezione della Monna Lisa al Louvre, sorride senza un dente la Gioconda, ne approfittano per un selfie i giapponesi, crolla la torre Eiffel, ululano i lupi in Transilvania, Giuliano Ferrara perde un chilo, scatta un antifurto a Mondovì. I maniaci l’infiocchettano col nastro rosso, un bel presente di Natale, avanti con la catapulta, meglio col cannone, donna cannone prova di lancio 1, traiettoria balistica perfetta, fungo atomico nel fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai sorci verdi radioattivi. Culetto fresco fa immersione, i suoi respingenti di salvataggio cominciano a dondolare. Un’idra le si attorciglia al collo, si sente soffocare. La benna di una gru la solleva, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista col megafono: «Buona la prima! Mezza corona, prego!».

  4. No, il tipo da culetto fresco no, ma da omaccione in tutù, forse…

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