Creative writing 1985

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L’eroe da seguire è un giovane senza lavoro (ma ci tenta anche il prepensionato), che con notevoli sacrifici, magari un prestito, paga la sua quota d’iscrizione alla scuola milanese di creative writing, non perde una lezione, una sillaba, fa domande, fa tesoro, si esercita nei lunghi tragitti sui treni di pendolari e nella provinciale indigenza di, mettiamo, Borgomanero, Mortara, sopportando la derisione o quantomeno lo scetticismo di amici, ragazze, baristi, bottegai (Macellaio, incartandogli la trippa: «Allora, come vanno I Promessi Sposi?)».
L’interesse per noi di una simile vicenda starebbe, a saperlo fare, nel mimare l’evoluzione lessicale e stilistica del protagonista, che chiameremo in via provvisoria Walter (un nome d’immigrato, Carmelo o Salvatore, sarebbe forse più «giusto» per altri motivi, ma la componente meridionale implicherebbe vertiginosamente un problema già di per sé complicato). Narrazione in terza persona, più ardua ma più efficace della prima, che qui scivolerebbe per forza in una tormentosità diario-intellettualistica poco credibile.
Walter dunque maneggia all’inizio una lingua alquanto rudimentale, povera, infarcita di cliché scolastici, giornalistici, televisivi; qualche miserabile eleganza, qualche errore d’ortografia e di grammatica. Oggetti, paesaggi, persone, piccoli episodi, dialoghi, pensieri, tutto dovrebbe apparire attraverso questo velo di pattume linguistico, questa polvere desolata. Ma senza forzature sarcastiche, parodistiche. Insensibilmente, si dovrebbe passare a una fase di arricchimento, di timida e poi via via frenetica, debordante acquisizione. Gli stessi compagni di viaggio, le stesse stazioncine, le stesse risaie, le stesse vie di Milano, ma deformate, impreziosite da immagini barocche, similitudini ricercate, un lessico sempre più sontuoso, una sintassi sempre più funambolesca.
Un flirt ferroviario con una ragazza che frequenta una scuola di grafica o di recitazione, e che Walter di giorno in giorno, di pagina in pagina, va esaltando, idealizzando, trasfigurando, sarà probabilmente il mezzo migliore per illustrare una simile curva. Ma anche qui, le successive metamorfosi lirico erotiche di Cinzia (o Daniela, o Loredana) dovrebbe essere il più possibile sfumate, plausibile, riducendo al minimo l’effetto meccanico di exercise de style da una parte, e dall’altra il rischio che il lettore scambi Walter per un paranoico.
Cinzia (o Deborah, o forse soltanto Annamaria) sarà inoltre assai utile per introdurre la parabola discendente. Da lei potrà partire lo sgonfiamento, il rinsavimento, il primo passo verso una maggiore sorvegliatezza e sobrietà. Pensiamo a una camera d’alberghetto a Novara, come pioggia, termosifoni spenti, mozziconi, fondi di birra o Coca-Cola, e a un subitaneo orrore per quella biancheria intima scarlatta, lussureggiante di poveri pizzi. O al contrario, sarà Cinzia a infrangere bruscamente il processo espansivo implodendo in crudezze del tipo: Ma chi me lo fa fare di stare con un morto di fame che porta la maglia di lana, io mi metto con Giulio, che sarà un ignorante ma va in giro in Bmw! (Ramificazione: Giulio è un pubblicitario, da cui rivalità e gelosie anche di linguaggio. Walter lo chiama, con inutile disprezzo, quel Casanova assorbente, quel don Giovani deodorante).
Fine comunque del «bello scrivere», sparizione di fregi, volute, dorature. Tutto si asciuga, si contrae, ma avvitandosi in direzione introspettiva. Walter analizza gelidamente se stesso, non vede altro, non registra altro. Minuziosità e aridità crescenti, fino a una sorta di crisi di guarigione provocata da una casuale irruzione di realtà: minima (rottura di un tubo dell’acqua in cucina) o massima (rapina alla piccola oreficeria della zio di Walter, un vecchio diabetico).
Scrittura che torna a essere focalizzata sul mondo esterno, con dimessi intenti notarili. Abolizione della soggettività, soppressione di tutti gli aggettivi. Meticolose descrizioni degli oggetti, persone ecc. già viste. Accanimento sul dettaglio, fino all’astrazione (le circonvoluzioni di tre etti di trippa, le macchie di couperose sulle guance del macellaio).
Da questo lento, travagliato recupero dovrebbe infine emergere una lingua narrativa pulita, consapevole, elastica, viva; e (ma è la parte più difficile, due o tre righe di esempio e via) bellissima. Perché, contro ogni probabilità, Walter diventa davvero un grande scrittore, arriva davvero al capolavoro.
Sarà ovviamente impossibile darne la «dimostrazione». La scoperta, o colpo di scena, avverrà per vie indirette, due anni dopo alla Buchmesse di Francoforte, tre anni dopo a New York, o magari in un villaggio marocchino, dove la vetrina di una cartolibreria esibisce una foto di Walter, il suo libro è stato tradotto persino in arabo. Cinzia e Giulio lo notano e risalgono sulla Bmw (il modello è ormai antiquato) litigando aspramente.
Meno soddisfacente per il lettore ma più praticabile per noi sarebbe una chiusura «in minore». Walter si rende conto di aver «imparato a scrivere», intuisce il proprio genio, progetta il capolavoro, anticipa il trionfo e la sua inesorabile, cinerea vanità, rinuncia, riprende a pensare, vedere, parlare (scrivere, dunque) esattamente come all’inizio, si rannicchia per sempre nell’oreficeria dello zio diabetico che un giorno erediterà.
Quaranta, cinquanta pagine dovrebbero bastare. O forse quattro, cinque?

Carlo Fruttero e Franco Lucentini

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5 commenti

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5 risposte a “Creative writing 1985

  1. Finché non ho letto la firma, sotto, ho creduto che fosse farina del tuo sacco. Anche dopo, a dir la verità: davvero hai copiato F&L?
    Però l’idea è splendida; se scritta bene (e pubblicata meglio) lo Strega non te lo toglie nessuno.

    • L’ho letto ieri sera e mi è piaciuto: racconta molto del processo creativo, di quello che bisognerebbe progettare, con semplicità e coerenza tutte le volte che si vuole scrivere una storia. Dopo averlo letto, l’ho copiato parola per parola sul blog per assaporare la scrittura. Già la prosa di questa bozza narrativa è scritta in modo elegante e meditato. Non una sbavatura. C’è poi il tema, la scrittura creativa al fine del successo economico e sociale (o creative writing come moda, siamo nel 1985…). Una moda costruita, analizzata, demolita, esaltata. Gli aggettivi semplici e al posto giusto danno giudizi sferzanti, c’è capacità di analisi della natura umana partendo dalla scusa linguistica. Anche una scrittura «brutta» viene progettata a priori dettagliatamente per l’effetto che deve produrre, con sue motivazioni interne.
      E poi lo schema di sviluppo coerente e lineare che muove dallo spunto iniziale e finisce con due possibili finali ugualmente logici e opposti. Nota che ogni elemento marginale, inizialmente messo a caso a mo’ d’esempio (Bmw, Giulio, zio) viene esaltato nel finale, perciò non era affatto a caso. E anche questa è tecnica. Intendo, il farci credere che era scritto a mo’ di esempio.
      Eppure questo non è un racconto (cinque o cinquanta pagine?), è solo la bozza di un racconto. Se esamini le parole esistenti in questa bozza ti rendi conto della distanza tra noi quando facciamo letteratura e questi due quando fanno la lista della spesa. C’è più stile nella loro lista. Questo non per martellarci i coglioni, ma per osservare come dovremmo accostarci al creative writing, o come lo chiamano meno solennemente loro, l’«imparare a scrivere». In fondo ci regalano dei consigli su come scrivere bene travestiti da bozza di racconto.

  2. Altroché saggi di qua e saggi di là su come imparare a scrivere!
    Sai che avevi ingannato anche me, all’inizio? potresti tranquillamente averlo scritto tu questo testo, anche perché l’approfondimento che ne fai nel commento è di pari efficacia.

    • Ho capito, ora! Vi siete messi d’accordo in due. A prendermi per i fondelli siete proprio una coppia affiatata, come Fruttero e Lucentini…

      Dimenticavo: anche trippa e macellaio non erano esempi casuali. C’è chi costruisce un intreccio anche con trippa e macellaio, ve ne rendete conto? 🙂

  3. Pingback: Walter, detto Melo | Scrivere per caso

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