Da che parte stare

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Sul blog di Salvatore Anfuso mercoledì scorso è «inaspettatamente» intervenuto il rinomato editor Giulio Mozzi, a proposito del fatto che l’articolo postato avesse proprio lui come argomento.

A un certo punto, tra frizzi e lazzi, ha buttato lì una frase talmente assordante nella sua sinteticità, che quasi tutti i presenti alla discussione hanno finto di non aver sentito: «Facciamo una distinzione – ha detto –: c’è l’editoria, e c’è la letteratura. A salvare la pelle agli editori ci pensino gli editori. Non è un problema degli autori. Analogamente: la letteratura non è un problema degli editori: è un problema degli autori». Bum! La frase era certamente riferita alla discussione, ma per come è stata scritta a me è parsa dotata di valore assoluto, di vita propria, ed è di questo che voglio parlarvi oggi.

La faccenda è delicata, e dai contorni indefiniti. Non pretendo né di conoscerla a fondo né di avere una qualche risposta in tasca.
Provo comunque a sciogliere l’affermazione di Mozzi mettendoci un po’ del mio nel tentativo di comprenderla io stesso. Posso sbagliarmi, e anche sonoramente. Anzi, facciamo così: dico la mia, magari per voi vuol dire tutta un’altra cosa, e avete la possibilità di scriverlo e correggermi.

In più di un anno che frequento i blog di scrittura, mi sono accorto che in generale l’aspirante scrittore si definisce come artista che fa letteratura e contemporaneamente desidera avere successo con il suo libro, cioè vendere. Per esempio Fabio Volo non è letteratura, è solo vendita di libri. Su questo tutti gli aspiranti sembrano d’accordo. Fabio Volo è editoria (salva la pelle agli editori), ma non letteratura. Non faccio invece nomi di grandi autori contemporanei, ché io leggo Manzoni e Boccaccio, e sono una bestia d’altri tempi. Però diciamo che ce ne sarà uno bravo e grande, e vende mille copie. Questo autore fa letteratura, ma l’editoria non vive dei suoi libri, anzi muore.
Non stiamo a dire che il best-seller alla Fabio Volo finanzia le vendite in perdita degli autori di qualità, sarà certamente vero e anche no.

Il punto è che quasi tutti gli aspiranti che setaccio in rete stanno scrivendo opere di genere. La maggior parte scrive male, ed è già un complimento. Fare letteratura non è certo il loro fine. Perdono ore per spiegarti come fare utenti per il proprio libro (usano la parola utente come nella pubblica amministrazione); parlano di trame a fiore, cipolla, carciofo; di marketing e di vendite; di reputazione in rete. Scrivono thriller, horror, fantasy, paranormal. Basta però guardare le copertine dei libri su Amazon (pubblicati da editori o in self-publishing) per intuire che non aspirano all’olimpo letterario. Quello che fanno è semplicemente editoria, cioè ancora Fabio Volo. L’unica differenza è che le vendite non volano.

L’altro giorno è uscito in contemporanea in tutti i Paesi del mondo il quarto capitolo della saga di Larsson, Quello che non uccide, scritto da David Lagercrantz, autore della biografia di Zlatan Ibrahimovic: certamente l’uomo con le carte in regola per continuare l’opera del defunto. Gli editori prevedono un successo mondiale e nelle interviste dichiarano che l’operazione è tutta di natura commerciale. Vuol dire quindi che alla gente che acquista questo libro (e mi verrebbe da dire anche i precedenti) non gliene frega nulla della letteratura, dei libri che formano le coscienze e quelle balle lì. No, si alimentano culturalmente con gli stessi ingredienti usati nei MacDonald’s. Nel loro caso la lettura non c’entra nulla con la letteratura come il Big Mac non c’entra nulla con la cultura del cibo.

Alla consapevolezza che esiste una separazione netta tra letteratura ed editoria prima o poi dovremmo arrivarci tutti, ognuno di noi dovrà fare i conti con questa dicotomia. Da autori pensiamo di fare letteratura, e invece produciamo bassa editoria. Da lettori crediamo di essere portatori sani di cultura, e invece ci alimentiamo a porcherie. Da recensori di libri puntiamo a fare i letterati, ma siamo semplicemente la longa manus degli uffici stampa editoriali. Ma noi, blogger cresciuti tra i libri e sempre con la penna in mano fin da piccoli, alla fin fine da che parte stiamo?

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36 commenti

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36 risposte a “Da che parte stare

  1. Parole sante: siamo come e peggio di Catalano, e vorremmo avere la penna di Manzoni e il conto in banca di King. Sui detentori di blog non ho dati di prima mano più di quelli che hai tu, credo, eppure sui lettori ho scoperto da poco che forse siamo messi meno peggio di quanto pensassi: hai letto il post “da spiaggia” di Vitadaeditor?

    • Dostojeski, Kafka, Hesse, Palahniuk, un campionario vastissimo quello scoperto nel sito che citi! (Poi, quando ti va, mi dirai cosa non ti ha convinto di Cecità di Saramago, una lettura che abbiamo in comune e che difficilmente io potrò dimenticare!)

      • Come vedi si fa un gran parlare di sfumature e di vampiri e poi la gente legge molti classici. A questo punto, più che l’editoria, due conti in tasca se li dovrebbero fare gli autori…
        Per quanto riguarda Saramago ho trovato la storia pretenziosa: al di là della punteggiatura, che ho trovato insopportabilmente saccente, anche il dispositivo drammatico (come direbbe Salvatore) fa acqua.
        Per esempio: perché il dottore va con la ragazza? Che pro ne ha la storia? E lo scrittore? Se anche non ci fosse stato, non avrebbe fatto differenza.
        Ecco: dal mio punto di vista è proprio il meccanismo a non funzionare, prima ancora della lingua. Ed è un peccato, perché l’incipit era davvero buono.

  2. Mozzi non è un editor. Questo andrebbe corretto. Non è una segnalazione da nerd puntiglioso; fa una grossa differenza essere o non essere un editor (per una casa editrice, ovviamente). Inoltre “inaspettatamente” non credo, allo stesso modo, sia corretto. Io mi aspettavo un suo intervento. Ci conosciamo da sei mesi e, probabilmente (nel senso che non ne ho la certezza), Mozzi il mio blog lo leggeva da prima che mi iscrivessi al suo corso. Lo dico perché alla prima lezione ho avuto la sensazione che già mi conoscesse. Poi non ho approfondito, per carità.

    Detto questo, Giulio, l’editoria, i suoi meccanismi, li conosce proprio bene. Infatti nel mio articolo dico: “[…] Giulio Mozzi ha vent’anni d’esperienza nell’editoria e la parte interessante del suo corso consiste in tutti quegli aneddoti che egli snocciola con piacere, facendotene dono”. Quello che ho imparato da lui in questi sei mesi non riguarda solo la scrittura, intesa come tecnica, o il gusto (la sua distinzione tra bello e brutto); soprattutto ho imparato quello che c’è dietro la realizzazione di un libro. Non si può essere dei bravi scrittori senza conoscere i meccanismi di produzione della “letteratura”. Meccanismi che riguardano solo in parte l’autore. Oggi, infatti, da più parti si legge che la creazione di un romanzo è un lavoro da team. Questo è senz’altro vero, e in questo team l’autore ha solo una parte, quella di scrivere (si spera) bene una storia.

    Infine, per tornare all’argomento del tuo articolo, per quanto mi riguarda l’obbiettivo è cercare di trasformare la letteratura, quella che vende poco e non salva l’editoria, in un prodotto godibile anche dal lettore medio. Il mio interesse è rivolto soprattutto a lui: il lettore che legge un paio di libri l’anno. Se vuoi puoi definirmi un egocentrico, perché cercare di far leggere buona letteratura al lettore medio è, in definitiva, un modo per educarlo al gusto… Un progetto ambizioso, certo.

    Tuttavia mi guarderei dal giudicare il lettore. Se vuole leggere spazzatura, ha tutto il diritto di farlo. E prima di giudicare Volo bisogna essere almeno in grado di scrivere come lui. Non è una critica nei tuoi confronti, sia chiaro, ma verso i tanti aspiranti scrittori di cui parli.

    Grazie per aver segnalato questa cosa. Come sempre, hai un occhio eccezionale. 🙂

    • Caro Salvatore, non volevo mancare di rispetto alla tua conoscenza, dandogli dell’editor. Primo perché editor non è una parolaccia, ma il modo in cui si chiamano quegli editoriali che ti seguono e ti valutano nella difficile via verso la pubblicazione. In fondo non sei andato da lui per giocare a calciobalilla, e ora ti mangerai le mani per non averlo fatto. Sei andato da lui per vederti smontato e rimontato quanto scrivi e capire quanto talento hai in base all’esperienza ventennale del tuo insegnante. Secondo, in Voglio fare lo scrittore, sottotitolo Consigli per aspiranti autori in dieci interviste a editor e agenti letterari, il primo intervistato è proprio a lui, prima di Franchini per intenderci. Dentro ci sarà scritto che lui è un editor particolare, non assimilabile a tutti gli altri, però anche Musso, l’autore del libro, lo fa rientrare nella categoria. Che poi uno voglia differenziarsi è un suo diritto, ma spero non mi ucciderà per questo. Tra l’altro ero stato messo sull’avviso di non chiamarlo editor, speriamo non scatti una denuncia.
      Secondo, vabbè che stai parlando dei fonemi e la punteggiatura è un po’ lontana, ma quell’inaspettatamente tra virgolette, quella marcatura voluta, messa in risalto, doveva metterti sull’avviso che la frase comunicava esattamente il contrario di quello che diceva. E che, fai un post sul corso di Mozzi, dandone un giudizio, e non immagini che lui venga a trovarti? Sapevamo tutti che sarebbe comparso «inaspettatamente». Qui serve un corso di lettura, altro che scrivere…
      Per il resto concordo. Ma non leggere spazzatura, lasciala agli altri. 🙂

      • Non è corretto di nuovo. Vedi, il termine editor si usa spesso in modo improprio. Si associa a qualsiasi figura sia disposta a dare consigli e giudizi agli aspiranti/esordienti scrittori. Non è così, e il tuo post è un’ottima occasione per dirlo. L’editor è una figura chiave all’interno di un’azienda che pubblica libri, o contenuti culturali. Ha il compito di scovare talenti, proporre un progetto editoriale all’editore (che è quello che ha l’ultima parola su qualunque cosa), seguire il progetto se viene approvato, quindi anche la correzione delle bozze (ma non solo), e inventarsi un modo per renderlo visibile e vendibile. Naturalmente tutto questo lo fa, idealmente, attraverso dei collaboratori. Quindi ci sarà lo scovatore di talenti, il correttore di bozze, e via dicendo. Non riesco più a trovarlo, ma Mozzi aveva postato il link di una tesi di laurea in cui venivano intervistati diversi editor. Veniva chiesto loro i modi con cui selezionano le opere per la pubblicazione. Più importante dei “modi”, dalla lettura risaltava la figura cruciale dell’editor.
        Perché ti correggo? Perché Mozzi vorrebbe sì diventare un editor, e qualunque casa editrice lo assumesse per quel ruolo non potrebbe che trarne un grande vantaggio (Marsiglio fra tutte), ma lui al momento non lo è. Al momento è: uno scrittore, un talent scout (per di più stipendiato come tale, che non è poco) e un insegnante di scrittura creativa; ma non un editor. Cioè non può proporre alcun progetto all’editore, o lo può fare ma nel ruolo di consulente, che è un ruolo non di forza. Per intenderci più simile a quello dell’agente letterario, purtroppo.
        … e come se dicessi che Helgado è un critico letterario perché scrive delle bellissime recensioni (cosa che non fai, lo so) sul suo blog. Mi spiego? Sei uno scrittore, no? Fai attenzione ai termini! XD
        E non ti incazzare se ti bacchetto… tu lo fai sempre con me. 😛
        P.S. non hai mica mancato di rispetto. Stasera troverai Mozzi sotto casa, ma non ci fare caso. A parte gli scherzi, credo sia importante specificare, perché c’è tanta gente che si fa delle “illusioni”. E le illusioni fanno male; proprio fisicamente intendo.
        P.P.S. il calciobalilla… glielo dovevo proporre, cazzarola! Io sono un fenomeno in porta. 🙂

      • Guarda te se devo passare tutta la mattinata a stabilire che cacchio fa nella vita, oltre a salire sui treni, Giulio Mozzi… 😀

        Va bene, diciamo pubblicamente che Giulio Mozzi è «un riconosciuto scopritore di talenti». Può andare così? Però ti faccio notare, per tua futura (si spera) carriera editoriale, che quando si parla pubblicamente a molti (pochi nel mio caso) sul blog, come sui libri o i giornali, qualche semplificazione terminologica è necessaria per farsi comprendere da tutti. Se dico Mozzi, il riconosciuto scopritore di talenti, molti non capiscono. Poi dovrei spiegare cos’è il lavoro di riconosciuto eccetera. Per questo Mozzi non trova lavoro in casa editrice, perché non sa mettere sul curriculum le esperienze editoriali pregresse. Scrive: sono un riconosciuto scopritore di talenti. E l’editore dice no, non ci interessa, abbiamo già degli editor.
        Quando entri in casa editrice, specie quelle piccole, sappi che sono tutti editor, anche la donna delle pulizie. Nella maggioranza delle case editrici, perché non ci sono solo quelle che fanno narrativa nella vita, l’editor smista pacchi, mandando a tutte le figure che lavorano nel processo editoriale la parte di loro competenza e poi assembla il tutto. Una volta si chiamavan redattori. Se ogni volta devo stare a specificare si fa notte. Comunque, nel mio curriculum ho scritto che sono un ottimo attaccante a calciobalilla, facciamo squadra? Sfidiamo Mozzi con Franchini. Dieci a zero.

  3. Non sai quanta consapevolezza stia acquisendo io negli ultimi tempi: la consapevolezza che scrivere non sia soltanto esprimere al meglio un pensiero, non sia raccontare una storia infarcendola di artifizi per renderla accattivante, non sia sapere di avere delle belle idee e farsi bastare questa capacità creativa; scrivere è il vero privilegio che possono vantare pochi e per me quei “pochi” sono quelli che noi consideriamo “due palle” perché vecchi di due secoli! Leggo tanto, non tutto, sono selettiva, forse esigente, ma ciò che leggo mi convince in percentuali sempre più basse: c’è una ricerca di tipo diverso, la corsa ai primi posti delle classifiche di vendita, le guerre per vincere Premi influenti, l’obiettivo di fare soldi. L’editoria raccoglie queste neo-esigenze e lavora su quelle. La letteratura è un’altra cosa e oggi, più che mai, lo penso senza ombra di dubbio.
    Io so che non farò mai “letteratura”, mi faccio bastare la capacità creativa, invidio persino un po’ chi conquista il mercato editoriale con libri “insomma…”, però almeno ne ho consapevolezza, questo mi fa essere diversa da tutti gli esordienti o scrittori affermati o aspiranti con bravure ancora non scoperte che pensano di potere conquistare il mondo con la loro arte scrittoria e non si chiedono come mai non ci siano ancora riusciti!

    • Consapevolezza lo dico sempre, un po’ un refrain. Invecchierò dicendolo. Però è il primo passo necessario verso il tentativo di scrivere adeguatamente. Brava, la tua riflessione mi piace molto, la condivido in pieno. In fondo è anche una cosa semplice, alla portata di tutti, invece sembra sia il credo di una setta segreta.

  4. C’è la letteratura e c’è l’intrattenimento. Non ci vedo nulla di male. A volte leggo un libro che mi apre a mille riflessioni e a volte ne leggo senza alcuna pretesa. Che problema c’è? Adesso sto leggendo un saggio sulla donna nel mondo classico, con dentro interventi molto tecnici di natura antropologica (io la struttura a case separate non sapevo manco cosa fosse…), ovvio che poi leggo anche Tex! L’importante e non confondere le due cose e dare a entrambe la loro giusta dignità.
    Poi c’è anche un territorio di mezzo, che non è Tex, ma neppure Proust, di letteratura di genere non di puro intrattenimento, che vuole offrire uno sguardo sulla realtà e, allo stesso tempo, anche una bella storia. Io vorrei fare questo cosa qui.
    Per il resto credo che il problema sia che la gente non legge, non cosa legge. Ricordo a uno scavo archeologico, il direttore del progetto, luminare di livello europeo, seduto su un masso che leggeva un fantasy che non era becero, di più. Da brava appassionata del genere, trovo il coraggio di chiedergli il perché di quella scelta. Aveva passato 8 ore il cantiere, in serata avrebbe dovuto scrivere un articolo in tedesco. In quel momento voleva solo riposare il cervello. Come dargli torto? Rivendico pertanto il diritto alla lettura dei libri beceri. Basta prenderli per quello che sono.

    • Bello che gli interventi siano lunghi e articolati, vuol dire che la questione è sentita un po’ da tutti. Ti do ragione su tutta la linea. Certo che si può leggere tutto, da Proust (che non ho letto) al libro becero (che ho sicuramente letto). Non è che faccio l’intellettuale, sono dentro al mondo con tutti i suoi pregi e difetti. Sicuramente il libro in mano al luminare è editoria, cioè fa massa per tenere a galla un editore. Tu rivendichi la lettura di libri beceri. Ma sei sicura che l’autore di quel libro quando ne parla dice che ha scritto volutamente un libro becero tanto per vendere? Faccio un’ipotesi: se viene dal mondo del self-publishing, crede comunque che sia di pregio. Viceversa, se naviga da tempo nel mondo editoriale con tutti i suoi meccanismi di produzione, anche creativa, e di commercio di questo filone letterario, è il primo a ridere dei suoi lettori.

      • Innanzi tutto il “buon” libro becero (tipo harmony, per intenderci) è scritto con molta tecnica, è tutt’altro che il pasticcio arrangiato dell’esordiente self (che viene letto forse dai parenti). E non credo che l’autore di libri beceri rida dei suoi lettori. Credo che questa sia una cosa che un po’ vada combattuta: “leggi Fabio Volo (o un harmony), allora sei un cretino”. Uno deve avere il sacrosanto diritto di leggere un harmony, magari in una pausa nella stesura della tesi sulla narrativa polacca medioevale, perché lo rilassa. Sa che l’harmony non è letteratura, l’autore di harmony sa di non fare letteratura, ma intrattenimento. Cosa c’è di male?
        Questo genere di prodotti editoriali è sempre esistito, mi sono imbattuta poco tempo fa nella storia di uno storico romano che per campare scriveva porno nel I sec. a.C.
        Il problema è attribuire a tutto il giusto rispetto e la giusta dignità, né più né meno e convincere la gente a leggere. Meglio un harmony che niente.

      • Non sono certo un blogger che ritiene sia un mentecatto chi legge Harmony o Fabio Volo. Più volte ho difeso nel blog questa editoria, perché tra l’altro fa lavorare tanta gente.
        Non sono però sicuro che un aspirante scrittore abbia sempre la consapevolezza di sapere se sta facendo letteratura o editoria. Questo è il punto, tu sai bene dove collocare i libri. Ma nei commenti che leggo, recensioni su quotidiani, blog letterari, per non parlare di Amazon, sembra che ci siano in giro solo dei capolavori. Invece è Harmony. Non scrivono, buono se siete dal dottore per ingannare il tempo, ma che è un capolavoro di romanzo. Finiscono per crederci anche gli autori.

      • Sarà la vita ad aprire loro gli occhi, Hell, non preoccuparti.

  5. Non credo che ci sia tanta consapevolezza da parte di chi scrive. Magari sarebbe giusto che ci fosse, ma dubito che ci sia.
    E mi viene da domandarmi se gli autori classici di “alta letteratura” avessero inteso proprio fare alta letteratura. Magari cercavano solo un modo per esprimere qualcosa e lo hanno fatto in modo grandioso, così da essere ricordati ancora oggi.
    Siamo d’accordo che gli editori guardano a ciò che vende, a ciò che è popolare. E personalmente trovo un po’ ridicolo chi cerca di imitare la narrativa popolare famosa nell’illusione di diventare a sua volta famoso. E’ un po’ come imitare McDonald’s… sappiamo bene come va a finire 🙂
    Meglio essere se stessi, con limiti e pregi, cercando di fare del proprio meglio. E poi gli autori di alta letteratura sono tutti morti da tempo…

    • Anche tu hai ragione. Cerchiamo solo di scrivere al meglio, con passione, onesta, ma anche professionalità. Basterebbe questo per rivolgere almeno gli occhi ai classici che stanno lontano nel tempo e nello spazio. Non credo che scrivessero per fare alta letteratura, ma nemmeno per vendere. E poi a chi? A quei tempi eran tutti analfabeti, re compresi a cui dedicavano i loro scritti. Hanno però codificato un genere, ecco cosa hanno fatto i classici. Hanno guardato avanti, e non di fianco a quello che scrivevano gli altri, nel tentativo di imitarli.

  6. Caspita sì, facciamo squadra! E non ce n’è per nessuno. Anche se Mozzi e Franchini insieme… non so, mi suona male. XD

    Dimenticavo di specificare che fa anche il pendolare; Mozzi intendo. Anzi, a sentirlo, sembra l’attività più copiosa del suo lavoro. Io, a fare Torino/Milano per sei mesi, in treno, mi sono stracciato gli zebedei. Figurati farlo per vent’anni. Motivo per il quale, almeno per il momento, non ho nessuna intenzione di andare a bottega. Ti immagini? Un anno con Mozzi… Guarda come mi hanno ridotto sei mesi! O.O

    Comunque, non ti preoccupare, ci penso io a specificare le tue “generalizzazioni”. E poi le donne delle pulizie sono degli ottimi editor, più brave degli editor stessi! Come pensi sia stato scoperto Fabio Volo? 😛

    Basta, mi censuro da solo. Sarei in grado di andare avanti per tutta la mattina.

    P.S. in questo blog, almeno nei commenti, si fa grandissima letteratura, cazzarola!

  7. Marco Amato

    Ah ti stanno piacendo i commenti lunghi?
    Fortunato che sono in spiaggia e da cellulare non posso…
    Quell’osservazione Mozzi la replicò al mio commento.
    E io scientemente non ho voluto replicare.
    Distinguere fra letteratura e narrativa commerciale, lo trovo limitante. Oltre che anacronistico.
    Proviamo a contare Dickens, Flaubert, Dumas e mi fermo qui per non tediare, ma erano squisitamente autori commerciali nel loro tempo.
    A Dumas poi un buon editing sarebbe servito.
    La maggior parte dei modelli letterari sono prodotti commerciali del loro tempo.
    Flaubert scriveva per le donne borghesi e ne andava fiero.
    E che dire dell’Ariosto che scriveva per essere letto nelle corti.
    Molti critici che parlano di cultura non hanno nemmeno letto la Recherche di Proust. Proust per i canoni di chiunque, la sacralità che infonde, l’alta letteratura è una palla megagalattica. Una palla che io trovo adorabile, divertente. Ma io.
    La letteratura alta non insegna nulla di più di un commerciale. Anche leggendo mille volte la Divina Commedia nessuno diventerà un uomo migliore.
    Leggere permette di penetrare emozioni, dal libro frivolo, alla commedia, a Joyce.
    Proust col suo periodare infinito, col lessico preciso provava a penetrare dentro le verità del mondo. Fabio Volo con lo sberleffo del cazzeggiatore a un certo punto fa dire a un suo personaggio che squadra una ragazza: ma le donne lo sanno che gli uomini si masturbano pensando a loro?
    Io penso che occorre scrivere bei libri. Che emozionino, che spingano il lettore a leggere perché vuole, e non perché vien detto è letteratura e poi sbuffa di noia a ogni pagina.
    Ci sarebbe anche da rispondere sul pensiero di Mozzi. Gli scrittori non devono preoccuparsi dell’editoria.
    Ma il dito si è stancato e non riesco a rileggere. Chiedo venia per gli errori.
    Ma penso d’essere andato lo stesso un po’ lungo 😉

    • Ah, hai sentito il richiamo e sei «inaspettatamente» giunto!
      Per gli errori di battitura non ti preoccupare che sistemo tutto io. Non hai replicato mercoledì, e hai fatto bene, invece ne potrai discutere lungamente (sic!) qui. Come do ragione a Lui, per altro do ragione a te.
      Tutti prima di essere classici sono stati contemporanei. Però non tutti i contemporanei diventano classici. Quindi anche nel contemporaneo c’è il libro di qualità che vende poco ma avrà vita lunga, ed è stato scritto per avere vita lunga. E c’è il libro commerciale, che si abbandona sul treno alla fine del viaggio, e che è solo carta per il macero. Tu che ne pensi?

      • Fabio Volo è un genio, cazzarola! XD

      • Marco Amato

        Sì certo. La maggior parte delle pubblicazioni è carta da macero.
        A me non convincono coloro che dicono: oggi si scrivono porcherie, una volta avevamo i classici e la letteratura.
        Chi è che oggi conosce l’Africa di Petrarca? Nessuno. Eppure Petrarca considerava l’Africa la sua grande opera immortale, mentre il Canzoniere un lieto passatempo. Chi sa citare il più grande poeta italiano del suo tempo: Metastasio. Era famosissimo, ambito, riverito. Ploff!
        I classici che abbiamo oggi sono il frutto della scrematura della storia. Opere considerate capolavori per secoli che poi scompaiono. Oggi, chi è che fa letteratura? Boh. Chi ha la pretenziosità di considerarsi letteratura? Ha ragione Mozzi, su questo, lo dirà il tempo.

      • Marco Amato

        @ E’ risaputo che Volo se le spara… 😉

  8. Ryo

    Io ho dovuto leggere tre volte “Perdono ore per spiegarti come fare utenti per il proprio libro” per capire che cosa intendessi 😀

  9. Simona C.

    Io scrivo capolavori e commenti brevi.

    Adesso vado a finire il cruciverba della Settimana Enigmistica che mi insegna un sacco di parole nuove.

  10. Pingback: Totti, le parole crociate e il femminismo | Scrivere per caso

  11. Ho letto tutti i commenti, ma in velocità e mi pare che solo Marco, ecco adesso non venitemi a dire che sono di parte :D, abbia tirato in ballo quella che per me è da sempre la parola chiave “narrativa”, io faccio narrativa, non letteratura. E come dice invece Gaia Conventi che secondo me merita assai nell’analisi del sistema e per come scrive, be’ il talento è per la letteratura, ma per l’editoria ci vuole la tenacia. Gli Harmony hanno un grande valore: aver affrancato le casalinghe anni 50-60 dall’unica lettura dei fotoromanzi, guardate che non è poco, lo sostengo da sempre, infatti sono rimasti nel tempo, cosa che non credo avverrà per certe collane “rosa” di celebri editori che attualmente pubblicano raccontoni con 4 trombate e via senza sugo, spacciandoli per romanzi, che non lo sono manco per il n. di battute. La letteratura oggi, a parere mio, la fanno alcuni premi Pulitzer, come Franzen, Eugenides e J. Egan, per loro sprecherei anche la parola talento. Volo, ma non solo lui, è un prodotto di marketing ben riuscito, i libri, alcuni li ho letti, sono anche leggibili, e si sposano perfettamente con l’italiano medio, non è cosa da poco arrivare all’italiano medio, la radio che fa, poi chiaramente gli ha dato un lasciapassare per tutto il resto, questa è strategia, lavoro di squadra che va ben oltre il testo in sé. Dai, averne di uffici marketing che spingono i nostri libri a questa maniera. Io, e concludo, non uso mai parole come “arte”, “missione” “talento” per la mia scrittura, mi pare davvero da presuntuosi per chi come molti di noi, hanno un paio di pubblicazioni con editori minori e stop. C’è da dire che ho sentito spesso editor che conoscono bene sia la materia che il sistema affermare di avere ottimi testi di letteratura tra le mani, ma di essere del tutto impossibilitati a proporli ad agenti e editori: non hanno mercato.

    • Quattro trombate, scritto da te, non me lo sarei mai aspettato… 😀
      Ho solo smosso l’argomento partendo da una frase, che credo vera, di uno che la sa lunga. Anche tu, come Marco e altri, porti fatti alla riflessione. Dici bene, e dici secondo me la stessa cosa di Mozzi, con parole diverse. L’editoria è un crogiolo di mestieri, professionalità e tenacia. Poveri cristi della scrittura quotidiana, che siamo noi. E poi c’è il talento che nessuno può sapere come nasca, cresca e si manifesti. A volte viene dalla fatica editoriale, a volte nasce altrove. La narrativa è editoria nel 95 per cento dei casi. Poi c’è l’arte per quell’altro 5, che magari non ha mercato ma finisce sulle antologie scolastiche. Pensiamo solo alla poesia contemporanea.
      Infine una nota aggiuntiva sui fotoromanzi. Vero, sono stati sostituiti dagli Harmony. Però è anche un peccato: anch’essi erano editoria, erano narrativa più fotografia. Ideati e confezionati da professionisti di case editrici, esattamente come gli Harmony (non erano però d’importazione, ma prodotti cento per cento italiani).
      Su questo blog arte, missione, talento vengono usati solo per prendere bonariamente in giro quelli da due pubblicazioni con editori minori, case più che case editrici, che credono di aver prodotto arte, letteratura, genio.

      • Concordo su tutto e sono felice di sorprenderti con certe affermazioni, altrimenti sai che barba che noia, come diceva una mia omonima. In quanto ai fotoromanzi, sai quanti ne ho letti in vacanza 30 anni fa? Ricordo ancora i nomi degli attori e potrei citarteli…

      • Tanti anni fa ne conobbi uno, ma non ricordo il nome. Fotogenico, ovviamente. La faccia e il fisico ideale per fare o l’imprenditore o l’autista in livrea della Royce della contessa (a volte con sviluppo in camera da letto). Poi arrivò Dallas e finì tutto. La maggior parte non sapeva recitare, solo belli. Così finì un’epoca.

  12. Marco Amato

    Grazie Sandra, almeno tu mi comprendi nei miei sproloqui. 😀
    Tornando al pezzo, che magari merita un’altra piccola considerazione, viene da chiedersi, ma chi è che in questo momento produce letteratura in Italia? Fuori i nomi. Ebbene di norma sono i critici che si arrogano il diritto di decretare la letteratura. I lettori si fumano meno canne mentali.
    E fra i critici è divertente cogliere l’excursus dicotomico (e lo so, ma parlando di critici devo iniziare a elevare il linguaggio) nel quale è sempre più divergente la distanza fra libri popolari e letteratura. Per loro funziona che più un libro vende, meno è letterario. Per la serie se un libro di tal autore vende 100 copie, già siamo in odore letterario, ma se un tal autore ne vende 10, sfioriamo il capolavoro.
    I critici sembra facciano a gara nel citare autori sconosciuti al 99% dei casi.
    È mirabile questo articolo di Luca Ricci sul Messaggero http://spettacoliecultura.ilmessaggero.it/libri/scrittori_diabolici_misconosciuti_letteratura/1544965.shtml
    Premetto che rispetto gli autori citati e non escludo che siano di grande qualità. Ma se devo dire la mia, mi dispiace, sono geneticamente incapace a non pensare con la mia testa. Per me non può esistere letteratura senza un minimo di consenso popolare. Di una letteratura che si fa per pochi, pochissimi, di libri che non si pubblicano o finiscono subito fuori catalogo.
    Se uno scrittore vuol fare letteratura con le palle scrive libri coinvolgenti con stile e dai contenuti profondi. Nell’articolo si parla con sprezzo di storytelling, di gialletti e roba varia. Senza consenso di lettori i libri muoiono. I libri non vengono tenuti in vita dai critici. Alfieri, grandissimo, era già antico ai suoi tempi. Oggi lo citiamo perché è l’unico che abbiamo di fine Settecento. Shakespeare, ovvero la massima scuola di letteratura, il più grande fra tutti noi poveracci che vogliamo inventare personaggi e storie, ha una diffusione capillare, totale, e non perché qualcuno ci dice che è grande, ma perché appena lo leggi comprendi d’essere arrivato in una vetta fra le più alte.

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