Io speriamo che me la cavo, giudizio finale

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Io speriamo che me la cavo è la frase più famosa dell’omonimo libro del maestro Marcello D’Orta, frase ormai entrata di diritto nei modi di dire dell’italiano moderno, che ha dato l’abbrivio all’ultimo thriller paratattico di lunedì scorso.
Ringraziandovi per aver partecipato numerosi al nostro gioco, e prima di decretare il vincitore di questa tornata paratattica – ricordo a tutti che c’è un libro in palio – ne approfitto però per sviluppare qualche considerazione personale su questo genere di prosa.

Innanzitutto, io speriamo che me la cavo è la frase che conclude uno dei temi assegnati dal maestro ai suoi alunni. Se non ricordo male, vado a memoria, il tema verteva sul Giudizio universale. Perciò quel «io speriamo che me la cavo» risulta geniale e disarmante insieme, riferito a questo argomento, un giuzzo da guitto che troverà il padreterno divertito e ben disposto nei confronti di un’umanità che si salverà, se si salverà, per il rotto della cuffia. E bisognerà ringraziare i ragazzini di tutte le latitudini, vittime delle scelleratezze di noi adulti, se anche noi potremo sperare nel purgatorio anziché precipitare direttamente all’inferno. Solo a un ragazzino poteva venire in mente di chiedere la clemenza della corte in un modo tanto folgorante. Dante stesso, nella sua grandezza, per cavarsela di fronte a Dio ha dovuto sfoderare ben cento canti ispirati, e dedicare tutta la sua vita alla Divina Commedia.

Mi chiedo quanta spontaneità ci sia in realtà in quei temi. Troppo divertenti nelle loro deviazioni sintattiche, troppo acuti nel giudicare ingenuamente ma in profondità il mondo per essere del tutto naturali. Non conosco la genesi esatta di quelle composizioni elementari, ma quell’ingenuità bambina a me pare studiata. Un’ingenuità studiata ovviamente è un ossimoro bello e buono, un vero falso d’autore. Da questo punto di vista, non ho rintracciato lo stesso schema nei nostri lavori.

Avevo sì chiesto di ridiventare bambini, e l’avete fatto diligentemente. Ma non mi avevo chiesto di rinunciare a essere scrittori, e non capisco perché avete abdicato a questo ruolo.
Risultato: gli strafalcioni di grammatica ogni tre parole ne depotenziano l’effetto, la quasi assenza di frasi spiazzanti alla speriamo che io me la cavo, la costruzione forzata e innaturale del vissuto del narratore-alunno hanno reso le nostre composizioni abbastanza piatte, senza quei picchi di vitalità e di adultitudine che sono invece rintracciabili in molti temi dei ragazzini di Arzano.

Non dico che non ce la siamo cavata in qualche modo. In effetti ce la siamo cavata in qualche modo, ma il maestro D’Orta ci surclassa tutti. Anzi, per essere sinceri, ci declassa tutti. Morale, tutti rimandati al prossimo thriller paratattico. Siete contenti?

Dio mio, ma c’è da assegnare un libro…
Voi penserete: ma se siamo andati così male come stai dicendo, nessuno se lo merita, e slitta alla prossima puntata. E invece no, perché il nostro Michele Scarparo è stato l’unico che volontariamente non ha rinunciato al suo ruolo di scrittore. Certo, uno scrittore per caso, ma pur sempre scrittore dialettale.
Il suo sforzo è ben visibile sulla pagina, ha costruito la narrazione almeno centrandola sulla parte linguistica, ed è stato quindi tutto meno che spontaneo. Ha fatto cioè quello che tutti avremmo dovuto fare: il mestiere di scrivere.

Il libro che si è guadagnato – credetemi, è più una punizione che un premio – è di Jonathan Galassi, La Musa, Edizioni Guanda. Non resta ora che comunicarmi, caro Michele, un indirizzo fisico dove inviarti il romanzo. Poi sono fatti tuoi.

Ma dopo questa sonora bocciatura, ve la sentite ancora lunedì prossimo di cimentarvi in un’altra prova del fuoco? Non voglio spaventarvi, voglio solo vedere degli scrittori all’opera. Il prossimo thriller sarà quasi proibitivo. Ma quando il gioco si fa duro… spero che voi ve la caverete.

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26 commenti

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26 risposte a “Io speriamo che me la cavo, giudizio finale

  1. Che io scriva per caso non ci sono dubbi. Che io sia un “giramanovelle”, come direbbe Foster Wallace, neppure: la mia musa ispiratrice è stato un tema che riporta la stessa intestazione del mio e che si trova in rete. Com’è ovvio, molto più divertente del mio, da leggere.

    Comunque, visto il giudizio sul “premio”, sappiate che l’ho fatto per voi, per evitarvi un tal volume per casa. Aspetto con ansia di sapere dove presentare le carte per la causa di beatificazione 😉

  2. Bravo Michele, bravo!
    Io ho capito poco di quel tema, ma in effetti richiedeva uno sforzo di scrittura che solo tu potevi mettere in campo!
    Punizione meritatissima! 🙂

  3. Wow, Helgaldo, sei andato a pescare un talent-scout nonché traduttore di Montale e dei Canti di Leopardi!

  4. La lotteria è truccata!

  5. Ma sai che io mi sono persa il thriller paratattico?
    Non sono stata molto bene in questi giorni. Dov’è?

  6. Bravissimo Michele, il libro mi ispirava, ma più che altro io vorrei starnare Helgaldo proponendo un incontro anziché un invio per posta 😀

  7. iara R.M.

    Condivido le riflessioni di Helgaldo, senza “se” e senza “ma”.

    Complimenti a Michele per la vittoria!
    Ovviamente, ci scriverai del libro, appena lo avrai finito di leggere ^_^

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