Poesia del quotidiano

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Di parole non sarò mai sazio. Desidero possederle, piegarle al mio volere, farmele a tutte le ore. Le cerco con frenesia smaniosa, senz’altro fine che quello di soddisfare il mio piacere. Ebbene, lo confesso: sì, sono un maniaco, un vizioso delle parole. Quando ne metto tre o quattro l’una in fila all’altra mi sembra di volare, che cos’altro potrei desiderare di più? Non riesco a resistere al loro fascino, le coltivo con cura assillante. Un coltivatore diretto della parola, ecco cosa sono. Di più, un drogato. Statemi perciò alla larga se non volete essere contagiati anche voi da questa strana dipendenza. Questa dipendenza dalle parole è un virus che mi ammorba e non mi molla. E a ben guardare è tutta colpa loro, non certo mia, se sono ridotto in questo stato.

Sì, ora che ci penso sono loro, le parole, che mi inseguono, che non mi lasciano in pace, che mi ronzano attorno e mi provocano. E io che cosa posso farci, sono di carne, dovrei forse far finta di niente quando cercano di sedurmi come sirene? In fondo anche Ulisse ha resistito al loro richiamo solo perché era legato all’albero maestro, ma io? Io sono libero di muovermi, di incontrarle, ho le mani sciolte io. E poi finisce in tragedia.
Voi direte che esagero. E se vi dimostrassi che vi sbagliate, che non esagero affatto, che se sono ridotto in questa condizione non è per colpa mia?

Prendete per esempio la Stampa di ieri, 15 ottobre. Voi cosa fareste con in mano il quotidiano? Che domanda, dareste una sbirciata, una sfogliata innocente. C’è una manovra da 27 miliardi in prima pagina e, sotto, la guerra ai lupi da parte della Francia. C’è poi la recensione di un libro di Veltroni, poveraccio, e magari voi vi mettereste a leggerla. Che bella vita la vostra, semplice e intelligente. Purtroppo per me non è così.

Con in mano la Stampa di ieri, 15 ottobre, il mio cervello pensa tutta un’altra cosa. Il mio cervello si domanda – guarda te che domande si fa il mio cervello – se riesco a ricavare una poesia automatica da tutte quelle parole scritte sul giornale. Una poesia, capite? Io sospetto che dentro quel giornale si nasconda una poesia, ben camuffata. E che sia mio compito stanarla. No, dico, vi sembro normale?

E così, tanto per vedere se ho ragione, decido di trascrivere di ogni pagina le prime parole dell’articolo a sinistra. Parto dalla prima pagina per finire alla pubblicità nell’ultima. Le pagine sono quarantotto – i giornali vanno a multipli di otto, lo sapete? – e io mi applico, con tutti i problemi che ci sono al mondo, a trascrivere le prime parole di ogni pagina nell’articolo a sinistra. Se siete di Torino magari l’avete sotto mano quel giornale e potete controllare di persona anche voi. Ma non fatelo, per carità, poi non la smettereste più, diventereste dipendenti dalle parole come me.

Lo so, ora siete curiosi di conoscere i «versi» che ho trascritto. Ve li dico solo perché siete voi, e ci frequentiamo ormai da tempo. Però mi raccomando, che non vi venga in mente di imitarmi. Non ne uscireste sani. Perché le parole hanno vita propria, come per magia. Ma è magia nera.

 

Per cambiare basta un’azione

Li abbiamo bloccati,
non è finito.

Se non ci fosse Roma
fanno di tutto per riconquistare
l’ultima informativa.

Renzi si presenta,
alla fine il ddl sulle unioni.
Arrivati quasi al traguardo
sono quattro i pilastri.

L’Italia può presentarsi,
la Francia suggerisce:
il rumore è intermittente,
finalmente.

Per la sua «prima»
Agnese e Matteo.

Una Hillary Clinton
crepe nei muri,
all’inizio doveva essere.

Ma il reato di estorsione,
in Francia, l’ultimo lupo.
Boom di richieste.

Da una parte,
chiusura debole
a proposito dei pagamenti.

E come nella fiction
qualche anno fa,
una lunga fila di taxi.

Oggi è la giornata mondiale:
va’ dove ti porta il cuore,
finiscono stasera.

Il senso dei nordici per il thriller.
Florilegi di colore,
micosi unghie.
Il ritratto dell’Italia.

Quindici giorni senza
il sogno della ricchezza facile.
Il caffè di Raiuno…
L’apparenza fa prendere abbagli.

Dai «Magnifici tre» a «Chi l’ha visto?»
ricette e consigli:
ci sono altre due società,
i confini della nuova Europa

Serve una grande squadra.
Mentre negli States
un vertice depressionario.

Per cambiare basta un’azione.

 

No, dico. Meglio della poesia futurista passata. Meglio della poesia futurista futura. Da nobel in Svezia. Segnalatemi.

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11 commenti

Archiviato in Dove vanno le parole

11 risposte a “Poesia del quotidiano

  1. John Nash sarebbe fiero di te. Anche Umberto Eco, che ha infilato la poesia automatica ne “Il Pendolo”. Da tutto questo credo si possa solo derivare che la pareidolia non funziona solo in campo ottico, anzi. Mi sembra una spettacolare possibilità di riciclo delle parole: bisogna proprio inserire un nuovo bidone nella differenziata 😛

  2. Da quando è diventato così prolisso non riesco più a leggerla, caro Hell. Le palpebre si appesantiscono dopo le prime cinque righe, poi calano definitivamente all’undicesima. Che bei tempi quelli in cui pubblicava citazioni stringate da tre righe scarse…! XD

  3. Nooo, io sto cercando di curare il mio naturale attaccamento alle parole e tu mi fornisci un pretesto per tenermele ben strette?
    Sei un diavolo tentatore! 😀

  4. Bene, dai un nome a questa cosa che domani la faccio anch’io! 😀
    Ah, ce l’ha già? E allora a domani con una nuova poesia del quotidiano 😉

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