Dolcetto, scherzetto

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Pare, sembra, si dice che La Richerche di Proust non originò dal ricordo di un pezzetto di madeleine inzuppata nel tè preparato dalla mamma allo scrittore da piccolo. Il delizioso piacere gustativo all’inizio fu ben diverso. Lo annota lui stesso in tre taccuini antecedenti al dolce, in cui scrive che fu una fetta di pane tostato col miele a dar vita ai sette tomi di parole e sonno che compongono il suo capolavoro.

Io dico, già inzuppare la madeleine mi pare una provocazione bella e buona. Però, ormai, che vogliamo farci? Ci siamo abituati all’unica cosa che sappiamo della Ricerca del tempo perduto, perché sfido chiunque a dirmi che l’ha letto. E in fondo la madeleine ha qualcosa di poetico, di letterario. Quanto meno è un buon argomento per qualsiasi manuale di scrittura creativa.

Ma che ora mi vengano a dire che Le Editions del Saint-Pères pubblicano per la modica cifra di 249 euro i facsimili dei manoscritti originali di Proust con la fetta biscottata al miele trasformatasi solo in seguito in madeleine, questo no, non mi va giù. Preso per i fondelli da Proust ok, lo posso anche accettare. Ma dal Mulino bianco no, è una beffa insopportabile.

Già sento Banderas: «Rosita, portai machinalmente ale labra una feta de pan tostato insupato col miele. Apena el pan tocò el mi palato, trasalii, atento che al fenomeno estraordinario che se svolgeva en me. Un delisioso piacere de Mulino blanco m’avea invaso». Questo proprio no, non ce lo meritiamo.

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13 commenti

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13 risposte a “Dolcetto, scherzetto

  1. Ma come! Con tutti gli euro che hanno speso, al Mulino Blanco, per ingaggiare il buon Banderas. Che ogni volta che una delle signore nelle pubblicità dice “inzuppare” passa un sottotesto più grosso di quello di Siffredi!

    Che poi, io l’ho capito perché “Recherche”:
    – (urlando) Mamma, dove sono le madeleine?
    – (in lontananza, dall’altra stanza) Nella credenza.
    – Ho già guardato: ci sono solo le fette e il miele.
    – Cerca meglio.
    – (borbottando) In questa casa non si trova mai un cazzo.

  2. A tratti io l’ho letta, la Recherche. Prima o poi mi imporrò di leggerlo tutto… In fondo è una questione di tempo. Dalle madeleine però, devo stare alla larga, o mi allargo io. 🙂

    P.S. il tuo Banderas mi sembra abbia un accento veneto… Sbaglio?

  3. Rosita si è sperduta nell’aia, tra il mulino rosso e il rigagnolo che gli passa a fianco: un piccolo corso d’acqua che vorrebbe essere una specie di canale ma ormai non è altro che una specie di scolo a cielo aperto, pieno com’è di tutti gli anticrittogamici e gli antiparassitari che vengono sparsi sui campi. È venuta sera e lei ancora non è giunta al pollaio; ad un tratto, vede una scaletta che si inerpica fino a un riparo, dal quale filtra una luce. Ci sarà certo qualcosa da beccare, lassù. Una volta entrata vede quello che non avrebbe mai voluto vedere: un uomo olivastro, dai capelli crespi, che rompe decine di uova nella farina. Becchetta sperduta qualche chicco sfuggito alla macina, domandandosi il perché di quello spreco di semi. L’uomo la prende con le sue mani possenti; rotea gli occhi invasato mentre declama: «Rosita, portai machinalmente ale labra una feta de pan tostato insupato col miele. Apena el pan tocò el mi palato, trasalii, atento al fenomeno estraordinario che se svolgeva en me. Un delisioso piacere de Mulino blanco m’avea invaso». Rosita sa che finirà male: quello ha bevuto talmente tanto da non distinguere nemmeno più il colore del mulino. Il fornaio pazzo non vuole che nessuno sappia le turpitudini che combina, chiuso là dentro: prende il volatile e lo getta dalla finestra. Mentre cade, Rosita si rammarica di non essere un fagiano per poter volare; una volta tuffatasi, si rammarica di non essere un’oca per poter nuotare. Destino cinico e baro: di riffa o di raffa, non è mai l’uccello giusto e non basterà un righello truccato, per portare a casa le piume. Una mano la estrae dall’acqua: è un principe, vestito di bianco, a salvarla. Le dice: «Ma che bella gallina grassa, che sei. Meriteresti una corona!» La prende con sé, sul suo furgone. Rosita non lo può leggere, ma sul fianco una scritta rossa recita: “Da Alfredo – Pollami di qualità”.

    • Ma ormai lo so, che basta sfiorarti le corde per farti suonare! 😉

      Helgaldo, perdonami: è colpa di Michele, gli avevo semplicemente chiesto di usare il tanto citato righello in uno dei suoi racconti… e lui lo ha fatto! Ma non gli si può dire niente a ‘sto ragasso! 😉

      • Non ne so nulla di questa storia del righello. Intendi quell’asta millimetrata utilizzata per disegnare linee dritte sul foglio, spero.
        Mi è rimasto impresso il tuo post col doppio senso… 🙂

        Poi Michele, e non solo lui, qui può tranquillamente aprire il frigorifero e prendere ciò che gli pare. La casa è sempre aperta a tutti.

    • Questa storia l’ho già sentita da qualche parte. Non vorrei fosse un nuovo caso di plagio.

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