Thriller paratattico con sviluppo allo scrittore che volete voi

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Il thriller paratattico di oggi è al contempo facile e difficile. Se amate un autore, se la sua voce vi penetra l’anima, se le sue storie e i suoi personaggi vi tengono aggrappati al romanzo fino all’ultima pagina, è probabile che la sua scrittura sia fra quelle inconfondibili della letteratura. Forse vi è addirittura capitato che leggendolo sia venuta anche a voi la voglia di scrivere. Si tratta ora di rendergli un omaggio riproponendo il solito brano di partenza, arido e oggettivo, con lo stile che è la cifra del vostro faro letterario.
Paradossalmente, se ci pensate un attimo, è più facile imitare lo stile di un grande autore che di un altro meno riconoscibile. Insomma, è più facile scrivere alla Proust che alla Asimov.

Lo so cosa avete immediatamente pensato, un po’ scandalizzati: Asimov, nel suo genere, è grande quanto Proust. Vi do ragione, tant’è che l’amore per i libri me l’ha insegnato il biologo scrittore, e non ho letto mai il secondo. Ma è un fatto che sia più riconoscibile l’autore della Recherche rispetto a quello della Fondazione. Perciò sarà pure difficile e impegnativo, ma so che voi riuscirete a farmi leggere il thriller paratattico scritto anche alla Isaac Asimov, all’Agatha Christie, alla Stephen King o alla chi volete voi, pur senza dichiararlo.
Lasciate quindi che siano i lettori stessi a indovinare tutti questi omaggi. E soprattutto, partecipate numerosi, senza timidezze ingiustificate, perché c’è sempre un libro in palio e nessuna controindicazione.

Ecco a voi il thriller paratattico alla chi volete voi. Buon lavoro.

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Alfred Hitchcock con Helgaldo

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54 commenti

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54 risposte a “Thriller paratattico con sviluppo allo scrittore che volete voi

  1. Stica’! … e mo chiami facile? A me piace Dostoevskij, ma giuro: non ci provo neanche a scrivere come lui. 😛

  2. Non so cosa sia la vergogna…

    CORO

    Nel cuore di Parigi,
    Teatro dell’azione,
    Un odio come carie di cui non si ha memoria
    Corrode senza pace.
    Dall’anse di quel fiume, vedrem sbocciare un fiore,
    Ragazza che alle grida oppone i suoi sospiri.
    Segnata dalle stelle percorre la sua via
    Lasciando una corona,
    O mezza, e così sia.
    Prestateci l’orecchio e noi faremo in modo
    Di metter del mestiere, in questa nostra storia.

    SCENA I – Parigi, una strada mentre cala la sera

    GIULIETTA – Non ci saremo perse, Nutrice?
    NUTRICE – Non mi sono mai persa, io, com’è vero ch’ero vergine a dodici anni (sospira)
    GIULIETTA – Vi dico che codesta non è la strada maestra.
    NUTRICE – Non ha certo nulla da insegnarci, questa strada; ma guardate: un lume filtra da quella scala.
    GIULIETTA – (sorridendo) Andiamo, dunque. Troveremo là qualcuno che ci possa aiutare.
    NUTRICE – (con ritrosia) Questo buio non riesco a farmelo piacere.

    SCENA II – All’interno di un’osteria. Alcuni uomini litigano di fronte a un paio di boccali.

    GIULIETTA – (apre la porta ed entra) Cugino Tebaldo! Mercuzio! Benvolio! Cosa state facendo?
    MERCUZIO – Per i miei calcagni, si discute davanti a un boccale.
    NUTRICE – Io me ne vado. Non è posto, questo, da signorine per bene.
    TEBALDO – Son venuto, cugina, per scoprir se abbian degli accordi…
    MERCUZIO – Ci prendi forse per musici? Attento a te, o sentirai le stonature di codesto archetto (mostra la spada)
    TEBALDO – Messere, con piacere se me ne offrite il destro.
    BENVOLIO – Ti prego, buon Mercuzio, andiamo a casa.
    MERCUZIO – Lasciami fare! Tebaldo, te ne offro il destro e il mancino, ché non s’abbia a dire che non t’abbia dato tutto quel che meriti. (sguaina la spada)
    TEBALDO – Ai tuoi comandi. (estrae la spada anche lui)
    MERCUZIO – Acchiappasorci patentato! Vien qui e lascia che prenda una delle tue nove vite.
    TEBALDO – Mostrami il tuo famoso affondo e prendi in pancia questa lama.
    (si azzuffano, inseguendosi per il locale. Tebaldo viene toccato e fugge ma, nella colluttazione, anche Giulietta è stata colpita)
    MERCUZIO – Non ci sono cerusici, qui. È solo un graffio, ma quanto basta per mandarla al creatore.
    BENVOLIO – Inutile indugiare. Presto, scappiamo!
    MERCUZIO – E codesto fiorellino? Non possiamo lasciarlo qui a passire in bella vista.
    BENVOLIO – Visti, ci han visti, oramai.
    MERCUZIO – E noi farem di questa storia un sogno. Svelto, gettala nel fiume. Le nere acque la porteranno via e, quando ci sveglieremo, qui non rimarrà che un pallido ricordo di stanotte. Brezza che il sole del mattino disperderà con le calde dita dell’aurora.
    BENVOLIO – (la solleva con fatica) I tuoi sogni son leggeri come il piombo, Mercuzio: dammi una mano. (la gettano di sotto)

    SCENA III – Nel buio; si sente rumore d’acqua

    GIULIETTA – Vago, nel buio, come la regina Mab.
    Ma non porto sogni, né belli né brutti;
    non parcelle per gli avvocati,
    non nemici per i soldati.
    Non volteggio su raggi di luna,
    ma cavalco la squallida acqua
    patria di ratti feroci
    che alla riva s’acquattan
    aspettano me, sugoso banchetto
    per le lor luride fauci.
    Aggroviglian code verminose
    e squittiscono festanti;
    io ondeggio e non respiro.
    Odiosa fauce, grembo della morte,
    ecco: son io il tuo cibo
    e ora vengo a impinguarti.

    SCENA IV – Su un lettino dallo speziale

    SPEZIALE – (Mostrando a Giulietta una fiala)
    Ecco: l’avete versato e l’avete bevuto tutto, fino in fondo:
    aveste pur la forza di un uomo,
    v’ha spedito nel mondo dei sogni.
    E il dente, che tanto vi doleva, è estirpato!
    È la mia povertà che v’acconsente,
    non la mia volontà: mi dovete mezza corona.

  3. Cerchiamo di non farci terrorizzare dalla versione terroristica di Michele.
    Contrastiamo la sua versione tutti insieme.

    Penso che questa storia del thriller paratattico sulla ragazza che si è persa per Montmartre e ha vagato tutta notte nelle tenebre in preda alla paura costeggiando un lungo muro, per poi entrare in una casa, salire le scale attratta da una luce, aprire una porta e ritrovarsi in un bar frequentato da uomini ubriachi che la vogliono derubare, forse abusarne, e poi decidono di gettarla in un fiume per vederla divorata dai topi, non sia una storia particolarmente originale, anzi è già stata raccontata in precedenza. E se si considera che la ragazza inizia a dondolare nell’acqua e poi affoga e in quel momento viene scossa dalla mano del dentista che le dice che tutto è fatto, mezza corona prego, risvegliandola da un incubo, si capisce che questa storia può tranquillamente essere inserita in schemi e teorie psicoanalitiche che hanno a che vedere con il sogno, validandole ulteriormente come un caso particolare di una speculazione più generale, finendo addirittura per suggerire che questo thriller non sia altro che l’autobiografia di Hitchcock, se non anche di Helgaldo, e in quest’ultimo caso si potrebbe giungere a ipotizzare una latente ambizione vorrei dire letteraria, ma naturalmente su questo punto ognuno può pensare quello che gli pare.

  4. Ma sappi, caro Michele, che io non mi spavento! ;P

    Delle raccomandazioni pirsonalmenti pirsonali ricevute da so matri prima di nèsciri, ossia di prestare attenzione e tornare lesto a casa, la giovane carusa se n’è totalmente scordata; ci tornano a mente solo quando scendendo a rotta di collo lungo la via per Montmartre s’attrova improvvisamente inchiummata nel buio infunnato della notte parigina. La carusa prende allora a camminare in mezzo ai vicoli appoiandosi al muro con una fottuta paura. Finalmente vede una casa e ci entra. Sale le scale lèggio, la lumineria la guida. Ca quali casa e casa! Apre la porta e dintra a càmmara attrova tanti uomini ubriachi con l’occhi allampanati che cangiano atteggiamento appena la vedono. Gli uomini principiano a taliare quella parte della carusa che più gli fa garbo: “Gesù! Non babbiamo, che volete da me?” urla. Si sente tanticchia svenire dallo scanto e ietta vuci; intanto, i maniaci aggrugnati la legano e la buttano nel fiume, aspettando che venga abbordata dai topi assittati a riva. Fu certo per distrarsi dai pinseri che la carusa si sente sciddricare nell’acqua, strammata e col respiro acciaccato. Ma una mano la scummatti e lei s’arrisbiglia.
    Come una sciamannata, si mette in piedi dopo che il dentista le dice “tutto fatto, signora”. Lesto addomanda : “quanto le debbo?”
    “Mezza corona, prego.”

  5. Un’ottima prova quella di Marina.

  6. Il buio oltre Montmartre (Harper, abbi pietà di me!)

    Una giovane donna voleva semplicemente sbirciare dalla finestra con la persiana difettosa, della casa diroccata a Montmartre. Intorno a lei una scura coltre di buio oltre la siepe. La giovane cammina sul marciapiede e si chiede perché diavolo ha aspettato fino a quella sera. Perché quella sera Atticus era tanto immerso nella lettura da non sentire nemmeno le trombe del giudizio universale, perché – e a quel punto comincia a intravedere una luce – se quei malfattori ubriachi la uccidevano avrebbe perso il lavoro e non le vacanze. Infine era più facile guardare dentro una casa buia di sera che di giorno, chiaro? A quel punto però è in trappola e capisce che non ne uscirà facilmente. L’interno del bar era ancora meno invitante della facciata: una vecchia stufa, uno specchio rotto che rimandava le facce degli ubriaconi e la sua di faccia, terrorizzata. La donna cade in ginocchio: la incateneranno e la lasceranno morire nello scantinato, e se non l’ammazzeranno, morirà di paura, già comincia a dondolare. Si sente soffocare. O forse abuseranno di lei come ha fatto quel negro accusato di violenza carnale, laggiù a Maycomb, nel profondo Sud degli Stati Uniti. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica di Boo Radley, che tante volte la giovinetta aveva stuzzicato con un piglio più adatto a un birbante che a una signorina: «Tutto fatto signora. Sarebbe mezza corona, ma per lei facciamo un quarto!». E’ diventato un dentista tanto delicato, la sua mano scese leggera sui capelli della donna, infine le toccò dolcemente la mano, le aprì la porta e la richiuse. La donna non lo vide mai più.

  7. iara R.M.

    Non ce la faccio! Il mostro divoraidee è venuto ad abitare nella mia testolina… lui, il mostro, ha due teste: una, con occhi grandissimi, per individuare e cristallizzare idee, ispirazioni e simili; l’altra, con una grande bocca per divorarle, GNAM! In un solo boccone!
    …che poi, non sono mai stata tanto brava a copiare neanche a scuola!
    …E ci metterei anche che per potersi ispirare a qualcuno, quel qualcuno bisogna conoscerlo proprio bene e io, non è che per aver letto 3 o 4 libri di qualche autore sparso, mi sento tanto in grado di imitarne lo stile col paratattico. Però, giuro che in primis è colpa del mostro se rischio di gettare la spugna a questo giro! ^_^

    • Non ti angosciare. E poi il paratattico salta se l’autore scelto non è paratattico. Leggiti un incipit, due-tre pagine di un Kafka, di un Calvino o di un Hemingway… Ti aspettiamo, forza, senza di te non si prosegue. 🙂

    • Fai così: prendi un incipit che ti piace e copi le prime due frasi. Poi continui a scrivere: il storia del paratattico fluirà verso le tue dita per la legge dei vasi comunicanti 😉

  8. iara R.M.

    Buona Notte ^_^

    Era sera tarda quando una sventurata si perse nelle vie del quartiere parigino di Montmartre. Il luogo era sprofondato nel buio.
    Nebbia e tenebre la circondavano mentre avanzava fra i vicoli costeggiando un lungo muro. A ogni passo, sentiva crescere la paura.
    Un flebile chiarore rivelò una casa lungo la strada.
    Non sostò a lungo sul portone di legno, meditava sul fatto che era l’unico rifugio che aveva trovato; vi entrò e salì le scale da cui si intravedeva una luce. Si trovò in un Bar circondata da uomini ubriachi, assai stupiti ed eccitati dall’arrivo di quel cliente tardivo.
    Sedevano davanti alle loro birre, silenziosi; faceva caldo, lì dentro.
    Alcuni avevano girato la sedia per osservarla meglio.
    Era inutile provare a nascondere le fattezze di cui era dotata.
    Cosa poteva dire? Pensò. Che aveva sbagliato strada?
    La giovane si scusò molto gentilmente per averli disturbati, poi disse:
    “Vado via, subito!”
    Ma nessuno può andare via senza permesso.
    E lei il permesso non ce l’ha.
    Gli uomini che si erano levati a sedere, si avventarono su di lei
    per rapinarla, forse abusarne.
    “In che posto mi sono persa?” gridò la giovane terrorizzata, mentre qualcuno, qua e là, scuoteva la testa.
    I maniaci presero il controllo lanciandosi occhiate d’intesa.
    “Finiamola con questa commedia”, disse uno di loro con voce stranamente bassa. Gli altri la legarono e la buttarono nel fiume, aspettando che i topi la mettessero a tacere per sempre.
    Lei sprofondava e dondolava sempre di più nell’acqua sudicia.
    Stava per soffocare, poi sentì una mano che la scuoteva.
    Si svegliò; finalmente la voce amica del dentista:
    “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”.

    • Non ho capito l’original… e ora mi sento taaaanto ignorante.

    • Secondo me, azzardo, è un americano. L’Hemingway dei Quarantanove racconti.

      • iara R.M.

        Visto che azzardi, azzarda anche con questo: 😛

        Mi svegliai nel cuore della notte con i sudori freddi e le mani tremanti.
        Esplorai con lo sguardo la stanza, fiocamente illuminata dalle luci della strada. La sveglia sul comodino segnava le 3:00. Avevo avuto un incubo, non c’era altra spiegazione. Mi alzai dal letto per andare in cucina.
        Aprii il frigo e mi versai dell’acqua fresca. Non mi alzavo mai la notte per bere. Quella sera invece per calmarmi ne bevvi due bicchieri di fila. Tremavo ancora, ma la paura a poco a poco stava passando.
        Andai a sedermi su una delle sedie intorno al tavolo, aspettando che il mio respiro si calmasse.
        E’ stato un brutto sogno viscido, pensai. Mi accesi una sigaretta, avvicinai il posacenere e provai a ricordare i dettagli: mi trovavo sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, immersa nel buio.
        Non ricordo di avere mai avuto un buon senso dell’orientamento.
        Sarà per questo che l’ho sognato. Percorrevo un vicolo seguendo un lungo muro. Tutto quello che vedevo era nuovo per me, e cominciavo ad avere paura. A un tratto vidi una casa illuminata e vi entrai. Presi a salire le scale fin dove portavano. Mi ritrovai in un bar con della gente seduta ai tavoli. Mi guardai meglio intorno.
        Sentivo uno strano odore. Mi accorsi che c’erano solo uomini ubriachi.
        Il pensiero di quello che seguì mi mette ancora i brividi. Accesi un’altra sigaretta e continuai a ricordare. Volevo scappare, ma gli uomini si avventarono su di me per farmi non so che cosa. Cominciai a urlare.
        Urlai più forte, ma i maniaci mi legarono e mi buttarono nel fiume.
        L’acqua era fredda e sudicia. Provavo a muovermi, ma niente ero legata troppo stretta. Devo essermi agitata parecchio nel letto, perché quando mi alzai, le lenzuola erano tutte disfatte e pendevano da un lato.
        A ogni modo, nel mio incubo rinunciai e mi lasciai trasportare dalla corrente. Poi, mi misi a piangere. Cos’altro potevo fare? C’erano dei grossi topi affamati che volevano divorarmi. E’ stato a questo punto del sogno che ho iniziato a svegliarmi. Mi parve di sentire una mano che mi scuoteva, ma quando aprii gli occhi era ancora notte e nella stanza non c’era nessuno. Strano, pensai. Avrei giurato di aver sentito una voce.
        Non feci altro che pensare a questo incubo, anche nei giorni che seguirono. E’ stato solo oggi, quando ormai non ci pensavo più che ho capito. Ed è il motivo per cui ora, ne sto parlando. Piegata in un angolo del portafoglio è ancora lì. La ricevuta del dentista: mezza corona.

      • Questo viene da una prosa particolare, anche se mi risulta sconosciuta. Ce lo svelerai alla fine?
        Ma non eri tu quella che non aveva idee per questo giro di thriller?

      • Niente: mi distraggo un attimo e mi postate un sacco di roba.
        Uno simile l’ho già visto, su un altro blog: è chiaro che l’originale deve essere di ispirazione a molti 🙂

        A questo punto bisogna proprio scoprire chi sia, l’originale…

    • Meno male, il mostro divoraidee si è arreso! 🙂

      • iara R.M.

        Si, se l’è vista di brutto con la mia ostinazione!
        L’ho minacciato di ispirarmi ai libri più noiosi che ho in casa; compresi certi volumi dell’università.
        Ehm… Ma si capisce chi ho cercato di imitare?
        (Faccina con gli occhi rivolti verso l’alto;
        nuvoletta da fumetto sulla testa con dentro tre grossi punti interrogativi lampeggianti… )

        (No, non lo dite. Non sono sicura di volerlo sapere…)

        Grazie e Felice giornata a Tutti! ^__^

      • Edgar Allan Poe, è sicuramente Edgar Allan Poe. 🙂

      • iara R.M.

        Ehm… infatti Hell! E ribadisco che non ho idea di come si copia uno stile;
        Tant’è che il mio nessuno lo capisce 😛 Imparerò.

        Ok, alla fine vi svelerò chi ho creduto di imitare (se mi minacciate ^_^).

  9. Seme Nero

    Mi pare giusto presentarmi facendomi massacrare le ossa già da subito.
    Proviamoci, a voi la mia prova.

    Una notte di quel primo inverno Jenny si perse per i vicoli di Montmartre, a nord di Parigi. Immersa nell’oscurità, si faceva strada a tentoni, poggiando le mani sulle fredde pietre del muro che stava costeggiando. Il respiro ritmato scandiva la sua ansia, nel silenzio il suo cuore rombava. Trovò una porta, l’aprì, e si infilò dentro. In alto, su per una scalinata filtrava una debole luce, dall’interstizio di una seconda porta. Passo dopo passo, il rumore di voci concitate e bicchieri che sbattevano si faceva sempre più forte. Aprì la seconda porta. Gli occhi degli avventori del bar erano su di lei. Tre uomini le si avvicinarono. I nasi arrossati, l’odore del fiato appesantito dal pessimo vino si mischiava a quello del sudore.
    Ciao splendore, disse il primo.
    Lei non rispose.
    Puttanella.
    Togliti.
    Che ci fai da queste parti?
    Devo andare.
    Resta. Non vuoi divertirti con noi?
    No.
    Le saltarono addosso. Jenny si divincolò come poté, tirando e scalciando. Pregava volessero solo rapinarla. Serrò le cosce aspettandosi il peggio. Gridò, dimenandosi, sputandogli addosso e maledicendoli. Uno tirò fuori una corda, la legarono. Uscirono, costeggiando la Senna. Jenny volò nell’acqua, il fiume le entrò nella gola impedendole di urlare.
    Aspetta che arrivino i topi, puttana.
    Guarda come se la mangiano.
    La luna ballava nel riverbero delle onde. Jenny dondolò, cadde. Una mano le afferrò la spalla. La scuoteva.
    Jenny aprì gli occhi. Il dentista si tolse la mascherina. Le sorrise.
    Todo se hace, señora. Media corona, por favor.

  10. iara R.M.

    Un esordio in grande stile! 🙂

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