Spassosissimo Paolo

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Sulla Stampa di ieri Paolo Di Paolo ha scritto un articolo spassosissimo: «Scrittori, i tormenti dell’età di mezzo», il titolo. Sommario: «Autori che si erano fatti apprezzare tra gli Anni 80 e 90, sacrificati da un’editoria che puntava tutto su esordienti e bestseller; oggi faticano a pubblicare. E c’è chi fa da sé».

Ve li immaginate le facce degli autori Anni 80 e 90, allora in ascesa e che ora faticano a pubblicare, che espressioni possono avere quando leggono il loro nome nell’articolo di Di Paolo? Penne valide e pluripremiate, dice il giornalista, che sono scivolate nella piccola editoria. E fa pure l’elenco: Silvana Grasso, Sebastiano Nata, Vincenzo Pardini, Paola Capriolo, Clara Sereni, Silvana La Spina, Laura Pariani, Marco Archetti. Oltre il danno di non aver sfondato, anche la beffa di essere le icone di un certo genere di fallimento. Gente che mi è del tutto sconosciuta,  che ignorante di lettore che sono, mai sentiti nominare.
Il climax della comicità si raggiunge con Giulio Mozzi, citato in quanto «narratore in finale allo Strega ’96, editor di lungo corso», un po’ come i Jalisse al festival di Sanremo. No, mi correggo, i Jalisse avevano vinto, nel palmàres della canzone sonora resteranno incisi per sempre. Spassosissimo.

Lasciata la truppa cammellata degli scivolati per sempre, l’articolista si concentra su un giovane scrittore 56enne, con diversi libri alle spalle, e davanti a sé il self-publishing come ultima speranza per il prossimo: Beppe Sebaste.

Spassosissimo come il Sebaste giustifica la scelta del self: «Per me è un esperimento, non una teoria. Un invito alla riflessione e, successivamente, alla discussione»;«libertà di scrivere non per seguire modelli o per avere successo, libertà di scrivere per scoprire qualcosa di imprevisto o impensato». L’esatto contrario dell’esordiente indie, che sceglie il self per raggiungere il successo scrivendo esattamente come te lo chiederebbero in casa editrice per essere pubblicati. Inversione dei ruoli. Lo scrittore tradizionale fa l’indie (o l’indiano?) e l’indipendente che scrive come da modello precompilato.

Il finale poi è alla Totò e Peppino. Seduti al tavolino, l’editore chiede all’autore quale sia la trama, generando un comico teatro dell’assurdo. «Eri impreparato a rispondere. Quando scrivi pensi più al tono che alla storia. Ti senti a tuo agio come un orso polare ai tropici. Non capisci quasi nulla di quello che lui dice, e quel poco ti opprime. Lui, si vedeva benissimo, non capiva quasi nulla di quello che dicevi tu, ma quel poco lo disgustava». Questa è la Letteratura, con l’elle maiuscola e un mutuo ancora da pagare. Spassosissimo Paolo.

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29 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

29 risposte a “Spassosissimo Paolo

  1. Ho letto l’articolo ieri. Non so immaginare la faccia degli “scivolati”, ma posso immaginare benissimo quella beffarda e sorniona di Mozzi, il quale ha tenuto a rilanciare il link pure su facebook. Lui sì, il Mozzi, che è un gatto pardo del marketing editoriale. Una pubblicità gratuita così – «narratore in finale allo Strega ’96, editor di lungo corso» – aggratise, neanche se lo sognava ieri mattina, quando s’è alzato dal letto. Tuttavia vorrei la tua opinione sulla sottolineatura che l’articolista dà del self… perché è chiaro che l’articolo teneva a sottolineare “l’utilità” del self. Sai, in taluni frangenti, per terminare di pagare il mutuo… XD

    • Al di là delle battute, il self dovrebbe servire proprio agli scrittori all’Anfuso e alla Sebaste che vogliono fare letteratura, ma non saprebbero dove collocarla, se non da Adelphi da morti. Mi pare invece che il self sia la copia delle Cinquanta sfumature con struttura da manuale di scrittura all’americana e viaggio dell’eroe. Il mutuo si paga facendo il venditore, come fai tu. 🙂

      Non sono sicuro che Mozzi sia un trasformista del marketing editoriale.

  2. «Eri impreparato a rispondere. Quando scrivi pensi più al tono che alla storia. Ti senti a tuo agio come un orso polare ai tropici. Non capisci quasi nulla di quello che lui dice, e quel poco ti opprime. Lui, si vedeva benissimo, non capiva quasi nulla di quello che dicevi tu, ma quel poco lo disgustava». Questa è una storia scritta in seconda persona. Pensaci, Helgaldo.

  3. Ricordo solo Paola Capriolo e ho un’ottima memoria per gli scrittori, nonché l’età per ricordarmi quegli anni. Aiuto!

  4. Gli spunti di riflessione, secondo me, possono essere diversi. Per prima cosa la dicotomia Letteratura/romanzo (e bada che le maiuscole non sono a caso): che la vendita dei romanzi debba sovvenzionare le perdite della Letteratura è una cosa che ci sta; che si siano raggiunti questi livelli, meno.

    Mozzi dice di non essere capace di scrivere un romanzo da 50.000 copie. Ma cos’è un romanzo che vende? Non è forse un romanzo di genere, che segue canoni precisissimi come Montalbano o certa fiction? Un libro che vende, segue pedissequamente quelle regole ed è come i film di Hollywood, dove accade sempre che si conoscono al minuto A, si baciano al minuto B, litigano al minuto C e così via. E bada che bisogna essere grandi scrittori per aderire a certi canoni senza far addormentare chi legge.

    Poi c’è la Letteratura. Ma cos’è? Io credo che la Letteratura sia come la ricerca fondamentale in fisica, quella che fanno al CERN, per dire: roba inutile, adesso, le cui ricadute si vedranno molto in là negli anni. La Letteratura deve permetterci di ampliare le nostre conoscenze. Lo fa mettendo in crisi le regole ben consolidate di cui sopra, per vedere cosa ne salti fuori. E allora nasce il flusso di coscienza, la distruzione dei tre atti, e altre cose che non saprei neppure citare.

    Tutta questa generazione di mezzo di scrittori, tra cui Mozzi, mi pare appunto che si siano fermati in mezzo. Mozzi, ad esempio, con il suo “Favole del morire”, fa una cosa giusta: indaga il senso della morte per la prima generazione al mondo che si trova a invecchiare insieme con i propri genitori. Questo è uno dei temi veri, di oggi, insieme all’immigrazione, al mescolamento di razze e religioni, alla globalizzazione. Ma le favole non sono il modo giusto per vendere 50.000 copie.

    Questi scrittori di mezzo hanno le idee, perché sono bravi, ma mancano della capacità di incidere; però non riescono a fare Letteratura e neppure a vendere e quindi, all’atto pratico, non sono bravi abbastanza. Si scontrano con i direttori editoriali e fanno le verginelle per la roba che vende, ma non sono neppure capaci di fare i santoni della Letteratura e hanno finito per tagliarsi fuori da soli. In questo senso, la fuga nel self-publishing è emblematica, ed è sacrosanta. Loro, che forse sono gli unici che dovrebbero aver accesso alla piattaforma del self, si ritrovano a sgomitare con liceali innamorate di un vampiro, scritte da gente che ha finito a fatica la terza media. Credo che il termine corretto sia “umiliazione”, ma a cinquant’anni, magari con una famiglia da sfamare e nessuno che pubblica quello che scrivono, cos’altro potrebbero fare?

    • Se leggono il tuo commento, quegli scrittori di mezzo, si suicidano…

    • Condivido l’ultimo paragrafo, meno l’interpretazione sulle Favole del morire: sono un esempio perfetto di minimalismo postmoderno, una roba che, secondo me, dei poveri studenti fra due generazioni studieranno in antologia… Quindi, in un certo senso, incide, il Mozzi. Ma non è bravo abbastanza o non ci crede abbastanza o non ha abbastanza coraggio per provarci seriamente. O qualcosa del genere insomma. 🙂 Gli altri non li conosco.

  5. C’è da dire che i numeri sono cambiati da quegli anni, oggi vendere 5000 copie è fare il botto, una volta erano almeno 30 mila. A spanne, eh.

  6. Ma perché faticano a pubblicare? Perché le Case Editrici, che prima li piazzava a furor di popolo, adesso li guarda da lontano (anzi, come dice l’articolo, “li lascia in garage”), prese come sono da quello che realmente vende e vende perché interessa. Quando sono proprio gli interessi a impoverirsi e gli orientamenti letterari diventano altri, anche lo strumento deve adeguarsi: il libro che dà garanzie non è più quello di “penne valide”, ma quello di “penne” e basta, purchè scrivano ciò che piace. Sebaste, grande autore da mega Editori, con il suo ultimo romanzo è stato mandato a riempire il cimitero di Adelphi perché il libro era poco piazzabile e lo era perché troppo letterario. Così cosa decide? Di buttarsi nella produzione indipendente (che non chiama self-publishing perché quella è roba da esordienti) e lo definisce un “esperimento”. In pratica, Sebaste ha ceduto le armi in nome di una libertà che dice di vantare, salvo poi sperare di “rientrare dalla finestra” nell’Editoria tradizionale, dopo essere uscito dalla porta.
    Brucia a tutti il fatto di non essere capiti, brucia ai piccoli e sconosciuti scrittori all’avventura, quanto ai capitani di lungo corso.

    • Okkey! Tutto giusto. Vuole rientrare dalla finestra, in fondo è una soluzione forzata dagli eventi, anche se raccontata bene. Ma il succo è che non ti pubblicano più come vorresti.

    • Ma davvero li piazzava a furor di popolo? No, perché c’è differenza tra essere Modigliani ed essere un bravo marmista.
      «Magari anche bravissimo: ti hanno lasciato perfino fare la scultura da mettere in piazza in paese. Però poi non vuoi lavorare su commissione come se fossi chissà chi (dimenticando che per primo Michelangelo lavorava su commissione) e ti metti in piazza con una bancarella di ninnoli». Ma questo è un discorso che ho già fatto, e non rifarò ché poi viene a noia…

  7. Simona C.

    Non si scrive per pagare il mutuo, per quello ci sono lavori meglio pagati anche se meno interessanti. Scrivo perché mi piace e mi appassiona e vorrei che diventasse il mio lavoro, ma non per saldare le bollette: vorrei che fosse il mio lavoro perché così potrei dedicarci tutto il tempo che “spreco” lavorando in un altro campo per saldare le bollette.

  8. La Pariani vive nel borgo dove io insegno e spesso la incontro al supermercato (mi ignora bellamente, anche se sono stata sua allieva a un corso, ma forse è solo miope). Ha pubblicato nel 2014 con Sellerio e nel 2011 con Einaudi. Questi sono i suoi ultimi lavori. Vorrei un fallimento analogo. Sai dove posso ordinarlo?

    • Stesso discorso se questo è far fatica a pubblicare. Voglio fare la stessa fatica, grazie.

    • Quello che ha preso la signorina. (cit.)

    • Che una persona non ti saluti, ignorandoti, non merita il mio rispetto. Se poi è una scrittrice mi piacerebbe pensare che dipenda solo dalla miopia. Ma il sospetto che sia anche boria mi rimane. Se fosse, ben venga lo scivolamento verso l’oblio.

      Di gente pubblicata che ti guarda dall’alto con sufficienza perché ha una qualche pubblicazione alle spalle ne ha esperienza anche questo blog. 🙂

      • Non volevo rimarcare il fatto che non mi saluta, ci siamo incrociate una volta a un corso, tutto qui, ma che non la frequento abitualmente, pur conoscendola di vista. Probabilmente mi sono espressa male e me ne scuso.
        Di certo non credo che la sua carriera vada così male, in particolare l’ultimo romanzo ha avuto ottime critiche, certo, non ho in mano i suoi dati di vendita. Sugli altri autori non sono così informata, ma se sono come lei qualcosa nell’articolo non mi torna.

      • Comunque chi non ti saluta mi infastidisce. 🙂

        In verità nell’articolo della Stampa mi si insinua che tutti questi supposti promessi casi letterari avevano ottimi riconoscimenti di critica, ma erano i lettori poi a mancare.

      • Davvero, di loro seguo solo la Pariani, per lo più per contiguità geografica, ma ne la classifica de La Stampa il suo ultimo libro è stato segnalato per parecchio tra i più letti. Qualcosa non mi torna. Mi sa di articolo scritto solo per riempire uno spazio con dei nomi presi un po’ a caso. Potrei sbagliarmi, ovviamente.

      • Ovviamente potresti anche non sbagliarti per niente. 🙂
        Teniamo conto di tutte le possibilità.

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