Epifanie per scrittori

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L’argomento di oggi è serio, ma serio veramente. Userò quindi poche parole, lasciando soprattutto a voi, se vorrete, le riflessioni più appropriate.

Scorrendo vecchi appunti ho ritrovato la descrizione di un fatto che si è trasformato immediatamente in una intuizione assoluta, in un’epifania.

Questa apparizione inaspettata porta la data del 2 novembre 2014, più di un anno fa, quando come tanti vado a visitare i miei cari al cimitero. Dovete sapere che a Milano, al centro del cimitero Maggiore, vi è un’enorme costruzione a forma di piramide. E proprio lì, mentre mi aggiro tra i marmi freddi incisi con i nomi dei morti «sento il vagito di un neonato amplificato dall’enorme cubatura vuota. Sente la presenza dei morti? Piange per la propria vita?». L’accostamento tra neonato e morti, il suono di un vagito flebile che si amplifica a dismisura in quei luoghi, percorrendo i corridoi, girando gli angoli, rimbalzando sulle pareti fredde, mi è parso un segno ignoto di qualcosa di noto. Direbbe Joyce, un dramma minimo.

Non so se sono riuscito nell’intento di trasmettervi la sensazione che ho vissuto. Credo però che uno scrittore che non possieda geneticamente un istinto per intercettare le epifanie, non avrà poi molto da raccontare del reale.

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23 commenti

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23 risposte a “Epifanie per scrittori

  1. Marco Amato

    E’ curioso. Quando veniamo al mondo, il primo verso di ciascun uomo, il nostro primo sentimento è il pianto. Perché non nasciamo con un sorriso?
    E in fondo l’echeggiare del vagito che si amplifica fra le volte di un cimitero, quando il pensiero è proiettato alla morte dei nostri cari, ma anche alla futura nostra, non fa nient’altro che commemorare il principio. Quel grido di pianto ormai dimenticato, e che probabilmente in qualche forma flebile pulsa ancora all’interno della nostra psiche.

    • Si dice che invecchiando si torni bambini. Forse era il pianto dell’anima giovane di un vecchio morto… 😉

      • Anche la tua disamina è interessante. E tu come stai a epifanie? Ti capita di assistere a qualche evento «assoluto», che poi viene trasfuso sulla pagina?

    • Bella interpretazione, Marco. Mi chiedo, e ti chiedo, se al di là della mia epifania che ovviamente potrebbe rientrare anche in uno scritto romanzato, queste percezioni che irrompono a volte nella realtà siano materiale utilizzabile per la scrittura. L’intento di oggi è che ognuno racconti qualche piccolo fatto che gli è capitato e che può essere caricato di significati altri per diventare letteratura. Ti capita di assistere a «scene» epifaniche? Epifaniche per te, almeno.

  2. Ma toh! Che bella epifania: a fagiolo come il cacio sui maccheroni.
    Credo che te la ruberò (e forse lo sapevi pure) 🙂

    • Ovviamente è da rubare, lasciandone però un’altra a disposizione di altri che dovessero passare da queste parti. Ridistribuzione di epifanie scopo romanzo.

      • Tu trovi una epifania in una cosa che c’è, e io ne ho trovata una in una mancanza.

        Un giorno mi hanno rimproverato perché parlo alle cose. Io sarò anche matto ma, a prescindere da ciò, dov’è la linea che separa l’inanimato dal vivo? La mia epifania è nella scoperta che questa linea non esiste: la vita non è altro che la complessità dell’esistente.

      • Parlare alle cose! Da piccoli è ok. Anche da grandi.

  3. Conosco benissimo il luogo e ci vado spesso (non alla piramide però).
    Credo che sia necessario cogliere le epifanie per offrire un prodotto diverso, ma di ‘sti tempi chissenefrega delle epifanie, vogliono solo le etichette, come i barattoli di marmellata confezionata 😦

    • Tu parli così oggi perché sei sotto l’effetto dell’ultimo tradimento editoriale che hai subito. Invece credo che avresti molto da dire a proposito. Qualche fatto come quello che racconto io, ti è mai capitato? Ed è poi confluito in qualche tua pagina?

  4. Simona C.

    Ne avrei tante da raccontare che ti riempirei di commenti. Viaggiando spesso in luoghi remoti e selvaggi, mi sono trovata in situazioni capaci di suscitare riflessioni ed emozioni anche a chi manca di immaginazione. Domani te ne racconto una, ora sono di fretta.
    Prima, però, voglio ringraziare la mia prima Micia e i gatti che sono venuti dopo di lei nella mia vita perché sono creature che sanno cogliere l’invisibile e hanno spesso ispirato la mia fantasia. A volte fissano con insistenza un punto sul muro, sotto un mobile o dentro un’ombra con l’espressione di chi osserva qualcosa di estremamente interessante negato agli occhi umani. Quanto posso fantasticare su ciò che vedono i miei gatti?

  5. iara R.M.

    Sera ^_^

    E’ capitato anche a me ed è stato alquanto inquietante.
    Mi è sembrato di sperimentare una scissione tra quello che semplicemente accadeva e quello che avveniva nella mia testa: un movimento di pensieri, sensazioni, intuizioni. Ci sono rivelazioni piacevoli, ma ce ne sono altre che scuotono e turbano. Rapidamente mi sono tornati alla mente tre episodi.
    Nel mio caso, si tratta di esperienze cariche di suggestioni emotive che hanno cambiato il mio modo di pensare alla vita.
    Se un giorno dovessi decidere di provare a scrivere qualcosa di serio, credo che questi eventi potrebbero non solo essere inseriti in un racconto, ma ispirarlo.

  6. Simona C.

    Ecco la mia storia di un’epifania addirittura condivisa.
    Due anni fa mi trovavo nella parte indonesiana dell’isola del Borneo. Come al solito, per godermi la natura lontano dai turisti, ho ingaggiato una guida locale per trascorrere due notti in tenda nella giungla, oltre i sentieri battuti. Il gruppo era composto da me, il mio compagno, la guida Ponco, un ranger del parco nazionale e un giovane cuoco. Siamo stati sorpresi da un acquazzone fenomenale nonostante la stagione delle piogge fosse finita e procedevamo con l’acqua alla vita e gli zaini in testa.
    Al calare del buio, ci siamo rifugiati in due tende fradice e nessuno di noi riusciva ad addormentarsi malgrado la stanchezza. Ogni tanto cedevo a un colpo di sonno per poi svegliarmi al minimo rumore perché la giungla, anche in una notte di pioggia, è piena di vita. A un certo punto, sotto i suoni della natura, ho sentito un ritmo diverso, una musica suonata da tamburi lontani che mi ha fatto pensare di essere in prossimità di un villaggio. Forse stavo sognando, forse era il mio cuore che batteva troppo forte. La mattina, però, mentre smontavamo le tende, il mio compagno ha raccontato a Ponco di aver sentito i tamburi e gli ha chiesto se nella sua tenda avessero acceso una radio. Li aveva sentiti anche lui, non era stato un sogno. La risposta della guida mi sorprese: loro pensavano che la musica venisse dalla nostra tenda. Non c’erano villaggi nei dintorni, quindi il volto di Ponco s’illuminò: “Sono gli spiriti della foresta!” Era felicissimo di averli sentiti per la prima volta dopo averne tanto sentito parlare. Ci spiegò che quando senti i tamburi vicini, gli spiriti sono lontani, ma quando la musica è lontana, gli spiriti ti sono accanto. I nostri tre accompagnatori erano così entusiasti dell’esperienza che, una volta tornati a casa, l’avevano raccontata a tutti, vantandosene.
    Ma non è finita qui. Una settimana dopo, ci siamo spostati sull’isola di Sumatra e abbiamo affittato una stanza da una famiglia musulmana, intendo moglie velata e preghiere a orari fissi, niente a che vedere con l’animismo praticato su altre isole. Una sera il mio compagno ha raccontato loro dei tamburi e, con mia sorpresa, non ne furono affatto stupiti: “Anche qui abbiamo la foresta, ma ogni giorno il governo concede permessi di disboscamento e gli spiriti non sanno più dove andare.”

    • Bellissima la tua testimonianza. Dispiace soltanto che il tutto sia infettato dai politici alla fine, proprio quelli riuniti in queste ore per suicidare definitivamente il pianeta. Non solo gli spiriti non sapranno dove andare, ma anche i bambini di domani.

  7. iara R.M.

    Peccato. La terra sarebbe un posto splendido dove continuare a vivere!

    Bellissima esperienza Simona.

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