Italianese

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Caro aspirante scrittore, vorrei giocare con te. Però mi serve il tuo aiuto: devi provare a immedesimarti per qualche istante nel tuo omonimo collega di penna inglese o americano. Te la senti di giocare vestendo i panni di un aspirante scrittore straniero?

Un certo giorno questo aspirante scrittore decide di leggere un romanzo italiano, per esempio The name of the rose. Ed eccolo a pagina 1 che inizia la lettura.

«In the beginning was the Word and the Word was with God, and the Word was God. This was beginning with God and the duty of every faithful monk would be to repeat every day with chanting humility the one never-changing event whose incontrovertible truth can be asserted».

Fin qui tutto bene. «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità».

Ma ora arrivano i guai. Sentite quello che dice Eco: «Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità…»… e leggete quello che invece trova sulla pagina l’aspirante scrittore inglese: «But we see now through a glass darkly, and the truth…». Il latino è stato eliminato.
Non importa chi l’ha deciso, ma è un dato di fatto che vi ritrovate con un testo depauperato. Già questo fa riflettere. Ma scendiamo di qualche riga, perché ora arriva una delle frasi esteticamente più belle della letteratura italiana contemporanea.

«Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche…» viene tradotto con «Having reached the end of my poor sinner’s life, my hair now white, I grow old as the world does, waiting to be lost in the bottomless pit of silent and deserted divinity, sharing in the light of angelic intelligences…».

Diavolo di un traduttore! Il canuto senesco si è trasformato in un banale «capelli bianchi» e l’inconversevole (che non trovate neppure su un vocabolario italiano di quelli massicci), puff!, completamente svanito.

Ma il bello del romanzo di Eco non sta forse in quel respiro medievale e teologico che ammanta la prosa di un giallo per altri versi tedioso? Quel canuto (di registro alto), quel senesco (altro termine antico e raro), quell’inconversevole – e più sotto troviamo anche un vello tradotto con parchment (pergamena) –, non servivano a dare ricchezza alla prosa italiana?

E il nostro lettore di lingua inglese si ritrova invece a dover assimilare un testo ordinario nel registro linguistico. C’è di più: rimanete ancora per qualche attimo nei suoi panni mentre vi dice che legge soprattutto scrittori stranieri anziché inglesi, che giudica troppo provinciali. Domanda: a quale livello linguistico si pone il suo inglese, la lingua in cui scrive romanzi, se non fa altro che coltivare pessime traduzioni straniere?

Invertiamo ora le posizioni: siete tornati a essere ciò che siete: aspiranti scrittori italiani. Però leggete soprattutto letteratura straniera, e soprattutto di genere (dalla fantascienza al fantasy, dal giallo al thriller, dal noir al romanzo storico). La vostra prosa si confronta con autori di lingua inglese, tradotti però in un italiano poco curato. Come potete pensare di scrivere bene, se leggete libri scritti in una lingua mediocre?

Badate, questo non è un problema di traduzione. I traduttori trasferiscono una lingua in un’altra. Come dice Eco, «dicono quasi la stessa cosa». Ma se non leggete autori italiani, del passato e del presente, non potrete mai scrivere in italiano. Tutt’al più in italianese.

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28 commenti

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28 risposte a “Italianese

  1. Ariano Geta

    Da ex studente di lingue e letterature straniere e – nel mio piccolo – traduttore in alcune occasioni, devo riconoscere che talvolta certe traduzioni mettono realmente in difficoltà. Rendere lo spirito e la verve della versione originale in alcuni casi è davvero arduo.
    Tanto premesso, il traduttore non deve però eccedere nella semplificazione altrimenti non è più italiano o inglese ma “traduttorese” (termine coniato, se ricordo bene, dal compianto Nantas Salvalaggio).

    • Sì, tocchi il punto arrivando da un’altra direzione. Traduttorese 🙂

      Il rischio è quello di scrivere poi in traduttorese senza accorgersene. Il che peggiora il testo inconsapevolmente.

  2. Bell’interrogativo. Diciamo che si può accettare di leggere libri stranieri tradotti in italiano per i contenuti e le idee; per assimilare, invece, una certa sensibilità linguistica conviene leggere narrativa scritta originariamente in italiano. A te, adesso, il compito di individuare quale…

    P.S. Tutto ciò mi fa venire in mente un certo scambio epistolare elettronico che io e vossia ebbimo tempo fa…

    • Il tuo consiglio utilitaristico mi pare azzeccato. La letteratura mondiale è carica di idee e visioni. Quella italiana delle parole appropriate per esprimerle nella nostra lingua madre. Il dramma è che molti aspiranti invertono questo processo: scrivono male e ragionano peggio.

  3. Mi è capitato per le mani proprio in questi giorni un romanzo di Asimov. Come molti (tutti?) l’ho adorato e ne ho letto a tonnellate, sempre con grande soddisfazione.
    È stata una bruttissima epifania (ipofania? catafania? cacofania?) scoprire che era scritto in maniera orrida, con personaggi di cartone e battute di ghisa.
    Comunque il problema non è della lingua: quando leggo Shakespeare, per esempio, ho sempre delle ottime epifanie 😉

    • Eh, Asimov… Sì, proprio lui. Per fortuna un giorno ho incontrato Manzoni o Calvino o Dante. Poi non torni più indietro, e ti viene voglia di riscrivere le tre leggi della robotica in italiano. 🙂

      Riscrivere una pagina di Asimov, questo sì che è un esercizio. Sai che faremo prossimanente (domani). Riscriviamo in italiano un passo tradotto dall’inglese, accetti la proposta?

  4. Simona C.

    Ho letto libri che sembravano tradotti con Google e altri, invece, più curati. Se conosci un po’ l’inglese ti accorgi di frasi tradotte alla lettera che hanno perso il significato originale. Stranamente ho trovato saggi tradotti peggio della narrativa che, in teoria, dovrebbe essere più difficile. Io sono per leggere tutto, le differenze saltano all’occhio, e assorbire solo il buono.

    • Non mi pare strano. Il traduttore di saggi non è quasi mai uno scrittore di narrativa. Conosce la lingua tecnica del saggio nelle due lingue, ma non è detto che scriva particolarmente bene in italiano.

      • Simona C.

        Intendevo che un saggio, appunto perché tecnico, dovrebbe essere più semplice da tradurre, c’è poco da interpretare.

      • Hai ragione, però anche l’autore di partenza potrebbe avere una cattiva prosa: pensa solo a come scrive male il mondo accademico, anche di alto livello. 🙂

  5. Per capire ciò che dici bisognerebbe avere per le mani entrambi i testi: l’originale e il tradotto e verificare in uno scambio continuo di battute, con gli occhi ora in una pagina, ora nell’altra equivalente, chi dice cosa e chi lo interpreta peggio. Invece, forse anche per fortuna, ci accontentiamo delle parole che leggiamo che, in qualche modo, ci soddisfano.
    Sai dove ho qualche dubbio? Con alcuni autori stranieri che scrivono in modo del tutto particolare. Prendi Cortazar, non so se tante sue espressioni straordinarie sono rese in italiano alla stessa maniera in cui voleva intenderle lui; però è anche vero che in alcuni casi ho trovato in corsivo il termine in lingua originale, forse proprio per uno scrupolo del traduttore che, magari, in questo modo prova a dividere a metà con il lettore la responsabilità di ciò che traduce.

    • La traduzione è sempre un compromesso. Il punto che volevo evidenziare con questo post però è un altro: leggere Cortázar in italiano migliora il tuo italiano scritto? Quando scrivi, scrivi meglio o peggio del Cortázar italianizzato?
      Detto in maniera diversa: Cortázar in italiano diventa per te una base linguistica per migliorare la tua espressività?

      • Forse sì, se suppongo che la traduzione sia stata fatta con una certa cura. Infatti, da un po’ di tempo a questa parte sto imparando a leggere i nomi dei traduttori che affiancano l’autore, e verificare le loro credenziali. Proprio la traduttrice di Cortazar, Ilide Carmignani, sembra essere molto accreditata.

  6. Sì, il discorso “traduzioni e traduttori” è un altro. Gente che per lavorare scende a 3 euro a cartella, a questo punto lavora male, perché
    A) sa solo lavorare male
    B) così traduce di più e arriva a fine mese.

    Il punto però è un altro: leggere autori italiani se si vuole scrivere. Ah, lo sostengo da tempo: Muzzopappa, Genovesi, Stefania Bertola, Morozzi, ad esempio, soprattutto il secondo qualche esperimento sulla lingua l’ha portato avanti.

  7. Non si può scrivere bene senza leggere bene. E leggere bene significa leggere di tutto. È tautologico, sciocco e innegabile. Del resto anche il migliore dei pasticceri deve essere onnivoro. Così non possiamo pensare di leggere solo il genere che vogliamo scrivere, né tanto più solo traduzioni (magari frettolose, vedasi la splendida “aquila bicipite” trovata in un libro di genere tradotto) di letteratura straniera.
    Il problema, se mai, è che queste ovvietà vanno ribadite.

  8. iara R.M.

    Io credo che conoscere bene la propria lingua di appartenenza sia basilare per imparare a scrivere correttamente. Però, penso anche che il contributo della letteratura straniera sia utile per arricchire le proprie prospettive. Linguaggio non è solo lingua; è cultura, pensiero, idee, concetti, tradizioni.
    Tutto questo, riportato nelle parole.
    Se ho un desiderio è quello di imparare più lingue possibili, così da poter capire quello che è scritto.
    Chi conosce, non traduce. Comprende.

    Mi si è formata nella testa l’immagine di una mela, cosi come la fanno disegnare a scuola, ai bambini: bella, tonda, rossa. (Ma potrei prendere a esempio tanti altri frutti :-p)
    E le sfumature, dove sono? Tutte cancellate.
    Non assomiglia anche questo a una traduzione?
    A una mera semplificazione?
    Il fatto è che traduciamo male già la realtà.
    Presumo che come nel disegno anche nella scrittura questo atteggiamento non sia una buona cosa.

  9. @ Rispondo qui a Michele perché là sopra non mi riesce. Be’ ma la Conventi l’ho già vista più volte per cui è stato un processo lungo ora giunto a maturazione, però tu bravo a cogliere l’analogia linguistica.

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