Italianese parte seconda

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Nel post di ieri consigliavo all’aspirante scrittore che abbia tra i suoi obiettivi anche quello di «scrivere bene», di non affidarsi troppo alla lettura di autori stranieri. Se conoscere la letteratura mondiale è certamente necessario per migliorarsi nella scrittura, non è però sufficiente per accrescere le proprie competenze linguistiche. Leggere Hemingway, Borges, King va benissimo, ma se non abbiamo nell’orecchio Dante, Manzoni, Calvino, non potremo mai padroneggiare tutta la potenza espressiva della nostra lingua e metterla al servizio della storia. Non sottovalutiamo insomma che per emergere nella letteratura italiana dobbiamo conoscere a fondo la nostra lingua madre, scritta e parlata. Se l’esterofilia ci arricchisce – semplifico il concetto per spiegarmi meglio – in termini di trama e contenuti, può però aiutarci poco nel perfezionamento dello stile. E poiché trame e contenuti devono passare attraverso le force caudine dell’italiano, è necessario confrontare la nostra prosa con quella degli altri scrittori italiani del passato e del presente. Niente di nuovo sotto il sole, quindi.

In quest’ottica ho pensato allora di proporvi alcuni spezzoni di autori italiani e no, per capire se esiste una qualche differente intensità linguistica tra una prosa che sgorga direttamente dall’italiano e un’altra che almeno teoricamente dovrebbe essere una mediazione con la lingua straniera. Siate voi, a fine lettura, a classificare i brani come originali o frutto di traduzione. Ovviamente con tutte le osservazioni del caso.

1) Circa dieci giorni dopo, durante la prima settimana di giugno, Alice finì il ritratto della signora Di Pascale. Il busto dell’anziana signora era raffigurato di tre quarti, quasi a grandezza naturale. Teneva in mano un mazzolino di viole del pensiero nere e gialle. Alice l’aveva dipinto nel suo stile di un tempo – prima lo sfondo, poi il torso, fino ad arrivare alla faccia, resa a pennellate veloci e, ultimo tocco, la luce che si rifletteva nelle iridi degli occhi azzurrissimi della signora Di Pascale. Alice era abbastanza orgogliosa del ritratto, sicuramente realistico – il realismo era qualcosa da guardare dall’alto in basso, di cui scusarsi, tra le persone che frequentava, persone che dipingevano e non – ma non certo più realistico del famoso ritratto di Picasso a Gertrude Stein, che Alice e un sacco di suoi amici consideravano un capolavoro.

2) Gli strilli risuonavano oltre le mura del palazzo del conte, arrivando fin su, alle finestre della Torre del Cacciatore.
Argalia era affacciato da dieci minuti abbondanti. Nudo, il corpo muscoloso e scolpito da anni di battaglie e di combattimenti, godeva della fresca brezza di un giorno nuvoloso di fine primavera. La cicatrice che tracciava un solco sul suo volto gli prudeva, ma aveva imparato a non farci caso.
La sua attenzione era rivolta a un punto preciso, situato oltre la piazza centrale di Torre d’Ambra. L’edificio rettangolare, basso ma massiccio, della Gilda dei Medici e degli Speziali era ben visibile dalla torre. Gli strilli venivano da lì e non erano umani. Nonostante la distanza, riusciva a vedere qualcosa che si muoveva nel cortile interno della Gilda, il cui ingresso era precluso a gran parte dei paesani. Quattro armigeri vestiti con complesse corazze a bande metalliche circondavano la cosa morta, imprigionata al suolo tramite spesse corde e anelli metallici.

3) Avevo sempre avuto un bel rapporto con mia nonna. Ero molto affezionato a lei. Dopo la morte del nonno era anche venuta a vivere da noi, e io e lei dormivamo nella stessa stanza. Ho molti ricordi legati a quelle sere prima di addormentarci. Ad esempio, quando si sfilava i vestiti prima di andare a dormire faceva i fuochi d’artificio. Sembrava la carrozzeria di una macchina che sfrega sull’asfalto. Era tutta una scintilla. Per via di quei tessuti sintetici. Acrilico. C’è stato un periodo in cui l’avevo soprannominata «Capodanno». Quando la vedevo entrare in camera contavo ad alta voce: meno dieci, nove, otto, sette… e lei rideva.

4) Mia madre si è sposata a sedici anni, a diciassette mi ha partorito. In tutta la mia infanzia, anzi, in tutta la mia vita, non le ho mai visto fare un solo gesto affettuoso. Il suo matrimonio non era stato d’amore. Nessuno l’aveva costretta, si era costretta da sola perché, più di ogni altra cosa, lei, ricca ma ebrea e per di più convertita, ambiva a possedere un titolo nobiliare. Mio padre, più anziano di lei, barone e melomane, si era invaghito delle sue doti di cantante. Dopo aver procreato l’erede che il buon nome richiedeva, hanno vissuto immersi in dispetti e ripicche fino alla fine dei loro giorni. Mia madre è morta insoddisfatta e rancorosa, senza mai essere sfiorata dal dubbio che almeno qualche colpa fosse sua.

5) Il soldato russo si fece strada nervosamente sul lato scosceso della collina, tenendo pronta la sua arma. Si guardò intorno, leccandosi le labbra riarse, il volto immobile. Ogni tanto con la mano guantata si asciugava il sudore dal collo, scansando il colletto del cappotto.
Enrico si rivolse al caporale Leone. «Lo sistemi tu? Oppure ci devo pensare io?» Regolò il mirino in modo che il volto del russo fosse perfettamente al centro, con le linee sovrapposte al suo profilo duro e solenne.
Leone rifletté un attimo. Il russo era vicino, si muoveva rapidamente, stava quasi correndo. «Aspetta, non sparare», disse ansioso. «Non penso sia necessario.»
Il russo accelerò il passo scagliando ceneri e detriti sul suo cammino. Raggiunse la sommità della collina e si fermò, ansimando e guardandosi attorno.
Il cielo era ricoperto di nuvole di particelle grigie che si muovevano lentamente. Si vedevano qua e là alcuni spogli tronchi d’albero; il terreno era piatto e desolato, ricolmo di macerie, le rovine degli edifici sparse intorno come teschi ingialliti.

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24 commenti

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24 risposte a “Italianese parte seconda

  1. Ariano Geta

    Ma per carità, è evidente che un testo scritto in lingua madre da uno Scrittore con la S maiuscola ha delle vette di espressività che una traduzione difficilmente riesce a raggiungere.
    Personalmente ho letto pressoché tutta la narrativa di Pirandello proprio perché c’è un’intensità nel suo modo di narrare che da solo basta a dare il piacere della lettura. Nel caso specifico che sto citando si accompagna anche un ingegno ineguagliato nell’immaginare situazioni assurde e la capacità di esplorare l’animo umano con una lucidità spaventosa, però, limitandosi alla sola prosa, credo che troverei piacere nel leggere anche una nota della spesa redatta dal grande autore siciliano.
    La traduzione è nelle mani dell’abilità letteraria del traduttore. Ho letto diversi libri purtroppo danneggiati da traduzioni pessime (ad esempio i “Racconti” di Ryonosuke Akutagawa… ora io capisco che passare dal giapponese all’italiano è sicuramente difficile, però ho letto romanzi di Mishima, Tanizaki, Soseki e le traduzioni non erano così goffe).

    • Ma certamente. Non parlo infatti di traduzioni goffe, quelle sono per definizione censurabili. La domanda però è se leggendo tutto Pirandello in americano uno scrittore di lì si arricchisce linguisticamente. Che possa trovare piacere nella trama, nelle situazioni ok, ma il piacere della lettura ci sarà oppure no?
      Quando leggo dei racconti in rete spesso non provo piacere nella lettura. E a volte sento l’autore dire, in altri contesti, che legge letteratura straniera perché gli italiani fanno «schifo». Forse è anche per questo che non provo piacere.

      • Ariano Geta

        Posso rispondere solo a titolo personale: per me gli autori italiani a livello storico recente (scendendo al massimo agli inizi del ‘900 e andando poi a risalire) offrono tantissimi esempi validi di scrittura.
        Gli spregiatori di cui parli tu probabilmente sono quelli fissati coi thriller, i gialli e i romanzi horror o fantasy, dei generi in effetti d’importazione e che gli autori italiani hanno iniziato a seguire sulla scia dell’esempio di originali americani o inglesi.
        Non frequento granché queste categorie di narrativa quindi non saprei dare un giudizio comparativo. Ho letto, per dire, tutta la saga di Conan quando ero ragazzo ma nessun libro della Troisi, quindi dire che il fantasy italiano non è all’altezza di quello storico americano, boh? e come potrei affermarlo? Dovrei prima fare un confronto.
        Thriller e gialli li leggo poco, più per le atmosfere che per reale interesse nella trama. Ho letto alcuni romanzi di autori storici del giallo americano (Earl Derl Biggers, Rex Stout) e se mi chiedessero di ognuno “chi era il colpevole?” non saprei rispondere. Però magari gli citerei alcune scene tipicamente anni ’30 rese dalla narrazione. Anche in questo caso non potrei permettermi di fare paragoni.
        Gli unici che posso fare sono relativi alla narrativa cosiddetta mainstream e francamente non mi pare che gli autori nostrani siano da disprezzare, tutt’altro.
        Bisogna infine capire da dove nasce la professione di “schifo” verso gli italiani che hai notato. Chi si dichiara disgustato dagli autori italiani preferendo gli stranieri è uno con una vasta e variegata esperienza di lettura o uno che legge solo ed esclusivamente fantasy / thriller / giallo? É una distinzione importante perché chi si fossilizza su un genere spesso tende a diventare – senza che lui stesso se ne renda conto – un talebano di quel genere con atteggiamenti jihadisti.

      • Direi l’ultima che hai detto. Sono autori che tendono al romanzo di genere, che è una scelta lecita, si intende. Ma così si perdono la possibilità di scrivere anche bene, o comunque meno bene. Ma non vuoi partecipare al sondaggio?

  2. Diciamo che, se in un brano trovo la signora “Di Pascale”, so di avere di fronte un italiano perché uno straniero che tiri fuori un cognome del genere sarebbe solo un italiano di seconda generazione. Se trovo “George”, invece, non è detto di avere davanti un anglofono, poiché molti scimmiottano la letteratura d’oltreoceano. Ma facciamo finta di nulla e ragioniamo solo sul testo…

    1) La costruzione della frase, l’involuzione e le digressioni, per me fanno “italiano”. Lo stile tende anche a essere datato (il che non significa che il brano lo sia, comunque).

    2) Le frasi brevi soggetto-verbo-complemento fanno proprio inglese.

    3) Anche qui frasi brevi, addirittura una da una parola sola: tipico degli scrittori del nuovo mondo (o di chi li copia).

    4) Anche qui la prosa è nervosa, pur se meno dei due precedenti. Lasciamo perdere la madre ebrea (che fa proprio scrittore newyorchese) ma anche l’atmosfera generale dice proprio Stati Uniti.

    5) Il testo è nervoso, ma la scena è di guerra e questo rimescola le carte. Se non guardo a quello che c’è scritto non saprei dire se sia tradotto o no, ma se lo leggo mi viene in mente Rigoni Stern (anche se non l’ho mai letto).

    • E bravo Michele che vuol giocare! Certo, andiamo a istinto, e non so che conclusioni trarremo alla fine da questo gioco. Forse nessuna. Ignorare i nomi è necessario, e poi i nomi sono puri purissimi accidenti, dice Manzoni. Cosa non fu più vera che qui.

      Prendo nota delle tue scelte. E spero che altri commentino e allarghino le tue brevi osservazioni. Se ho capito bene, per te:

      1) Italiano
      2) Inglese tradotto
      3) Inglese tradotto
      4) Inglese tradotto
      5) Italiano

      Giusto? Ovvio che sono tutti in italiano, e se sono tradotti non sono stati tradotti male. Un’altra domanda. Riconosci un modello di scrittura a cui anche tu aderisci nella tua prosa in qualcuno di questi (brevi) passi?

      Ovvio che alla fine, magari domani, svelerò la provenienza di questi cinque brani. Ma intanto giochiamo.

      • Sì, le mie scelte sono quelle 🙂

        Io sono partito, nella scrittura, dal numero 3: le frasi brevi sono più facili da gestire e danno ritmo anche senza volere. Però hanno diverse controindicazioni, prima tra tutte il fiato di chi legge 🙂
        Personalmente sto navigando verso il numero uno, quanto a stile, ma di quelli presentati quello in cui mi ritrovo di più è il quinto.

  3. Ariano Geta

    @ Helgaldo: ma sì, perché non cogliere l’occasione per fare una figuraccia?
    Allora… il numero 1 è vero che cita un nome italiano come nota Michele, però fa riferimento al dipinto eseguito da Picasso a Gertrude Stein… Quindi, anche se la prosa è onestamente scorrevole, non originale ma scorrevole, mi viene proprio da pensare che sia una traduzione.
    Il 2 sembra proprio una traduzione, ma potrebbe essere il copia/incolla inconsapevole di qualche fissato del fantasy. Comunque voto per la traduzione.
    Il 3 ha lo stile di un romanzo melenso, uno di quelli che si comprano in edicola. L’associazione dei fuochi d’artificio col capodanno è molto italica, quindi presumo sia italiano originale.
    Il 4 mi suona proprio italiano.
    Il 5 ha uno stile tipico del genere d’azione, l’uso di determinati aggettivi mi fa supporre che sia italiano originale.

    • Ok!

      1) Inglese tradotto
      2) Inglese tradotto
      3) Italiano
      4) Italiano
      5) Italiano

      Bene, avanti un altro. Noto tuttavia che il giudizio diverge da quello di Michele. Interessante…

    • Dimenticavo: qualcuna di queste scritture si avvicina alla tua, o tu a questa? Ce n’è una che ti risulta contigua, nella quale ti ritrovi quando scrivi?

      • Ariano Geta

        A dire il vero, come già dicevo una volta a Marina, il mio “cruccio” è che non ho uno stile di scrittura particolarmente distintivo. Mi concentro più sulle idee, sulle immagini, sugli stati d’animo dei personaggi. E tendo a variare lo stile a seconda della narrazione. A seconda dei casi la mia scrittura è stata simile all’esempio 4 oppure all’esempio 5. In taluni casi a nessuno dei cinque.

      • Lo stile si adegua alle situazioni, ma al di là dello stile ognuno di noi istintivamente è portato a comporre le frasi, a scegliere le parole in base alle sue conoscenze linguistiche. Torna domani per sapere a che cosa ti avvicini di più. Un po’ di curiosità non guasta. 🙂

        Non mi affliggerei, se fossi in te: a volte ci distinguiamo senza saperlo. Se volessimo distinguerci scriveremmo in modo falso e affettato.

  4. Ho provato a leggere e rileggere, le uniche cose che ho osservato sono nel brano 2 e nel 3:
    Il 2 potrebbe essere una traduzione, se “le mure” del palazzo non è un refuso tuo o di chi altri. Poi la “gilda” mi pare abbia una connotazione anglosassone, non so se un autore italiano userebbe lo stesso termine (forse sì, però, boh!).
    Anche il 3 mi sa di brano tradotto; le frasi sembrano proprio una traduzione letterale di un testo straniero: troppo semplici, non lo so, ma anche “fare i fuochi d’artificio” sembra essere un’espressione che ha trovato un’infelice (per me) collocazione nella lingua italiana.

    Negli altri non trovo elementi particolari: o sono troppo abituata alla narrativa straniera da cui traggo spunto al pari di quella italiana oppure sono proprio una neglia e il mio stile non saprà mai di niente, imbastardito dal miscuglio di letture.

    Però, mi sfugge qualcosa: fai riferimento alla letteratura classica italiana che fa scuola anche a fronte di quella contemporanea, ma i classici stranieri, Dostoevskij, Hemingway, allora non ci hanno insegnato nulla?

  5. Ho letto che stai chiedendo a tutti a quale stile ci sentiamo più vicini, allora ti rispondo che mi riconosco più nella prosa del n.1, con qualche spunto appartenente anche al n 5

    • Sì, è per capire insieme quanto dici alla fine del commento precedente. Scriviamo in italiano o in un mix italiano-italianese. Se anche fosse il secondo caso, non ha connotazioni negative: è solo una constatazione che la lingua letteraria italiana si contamina di altri costrutti inconsapevolmente. D’altra parte scrivere come Boccaccio sarebbe anacronistico, non credi?

  6. Simona C.

    1- Italiano
    2- Italiano
    3- Indecisa. Non mi convince il soprannome “Capodanno” in altre lingue, come la faccenda di portarsi la nonna in casa. Potrebbe essere italiano.
    4- Tradotto, penso inglese non americano per la questione dei titoli nobiliari.
    5- Italiano per la scelta di certi termini

    Ovviamente, come per il “Vero o falso” sulla Settimana Enigmistica, quando ho il 50 percento di probabilità di sbagliare, lo faccio.
    La mia scrittura tende forse al 5, ma non mi ritrovo del tutto in nessuna di queste.

    • Grazie, Simo.

      Il 3 lo metto tra gli italiani, per via della nonna… 😀

      Il nostro è solo un gioco, ma uno di quei giochi che può aiutarci a vedere più chiaro anche nella nostra stessa prosa, che a volte pensiamo sia indipendente da tutto e invece si lega a mille altre prose lette in passato.

      • Simona C.

        La mia non è affatto indipendente da ciò che leggo. Il “problema è che leggo cose molto diverse tra loro e tutte influenzano il mio stile, fumetti compresi.

  7. iara R.M.

    Italiano
    Traduzione
    Traduzione
    Italiano
    Italiano

    • Tu hai uno stile unico anche nel modo di commentare, lo sai? 😀

      • iara R.M.

        Ehm… Presumo nel bene e ne male.

        Nel caso specifico ho scritto di fretta la mia idea;
        poi, con calma, avrei aggiunto le mie motivazioni.
        È che tornando a casa la sera sono quasi sempre l’ultima a commentare; Non vorrei che il grande maestro pensasse che copio! :-p. ^_^

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