Thriller paratattico sviluppato con il tuo stile

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Un fatto è un fatto, o detto in un modo che piace agli scrittori, un particolare tipo di trama.

Data una trama, o un fatto, il modo di raccontarlo cambia invece da scrittore a scrittore. Fornite la stessa trama a dieci scrittori e otterrete dieci diverse narrazioni della stessa storia. Che cos’è che cambia da uno scrittore a un altro, in questo caso? Cambia lo stile, le parole che ognuno sceglie per raccontare il medesimo fatto.

Il thriller paratattico di oggi vi chiede perciò di raccontare il fatto, o trama, della ragazza che si è persa per Montmartre per poi svegliarsi nello studio di un dentista, con il vostro stile, il vostro modo unico di raccontare i fatti, mediante le parole che più vi sono congeniali. Se la volta scorsa vi avevo chiesto una versione che riprendesse lo stile di un autore noto, e siete stati tutti bravissimi a farlo, spero che oggi non vorrete rinunciare all’appuntamento con voi stessi, mostrando al mondo qual è l’impasto e gli ingredienti della vostra scrittura, del vostro modo personale di cucinare le parole.

Perciò ecco a voi il thriller paratattico.

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buono stile a tutti.

Post scriptum. Quella di oggi è l’ultima volta del thriller paratattico su questo blog. Ma non preoccupatevi, non ci fermiamo, potrete continuare a giocare con nuove varianti a partire dai prossimi giorni su Scrivere per caso, il blog di Michele Scarparo, dove il nostro esercizio di stile troverà nuova linfa grazie a un nuovo maestro di cerimonie.

Ma perché questo cambio improvviso di residenza al thriller? Sarò sincero: inizio ad avvertire i segnali di una perdita di creatività nel proporvi nuove versioni del thriller, e ho pensato che la soluzione migliore per non far perdere smalto, vigore e divertimento all’esercizio consiste nell’affidarlo a un nuovo conduttore che saprà indicarvi nuove sfide. E poi mi piaceva l’idea di realizzare un fatto più unico che raro nella storia dei blog di scrittura: il passaggio di una rubrica fissa, con tante visite e commenti, da un blogger a un altro blogger, in spregio a certi esperti di social network che ucciderebbero per un like in più.

Un passaggio di testimone, una staffetta, un’eredità, definitela voi come più vi aggrada; ma l’importante è che il thriller paratattico abbia una seconda vita da attaccare alla prima. Se come per i gatti le vite saranno infine sette, vorrà dire che gireremo per decenni, perdendoci all’infinito sempre negli stessi vicoli bui e minacciosi di Montmartre, ma ogni volta osservandoli in modo nuovo.

Ah, quasi dimenticavo: continuerà a esserci un libro in premio, alla gioia di regalarvi un libro non rinuncio di certo, ovviamente scelto a caso, il cui vincitore d’ora in poi verrà decretato su Scrivere per caso. Scelto a caso, Scrivere per caso: se tutto questo non vi pare logico, non so più che cos’è logico.

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50 commenti

Archiviato in Dove vanno le parole

50 risposte a “Thriller paratattico sviluppato con il tuo stile

  1. Mi hai dato una bella gatta da pelare, Helgaldo. Proprio a me, che sono felinofilo. Non spero di essere all’altezza (ché, si sa, i casi in cui l’allievo eguaglia o supera il maestro sono rari) ma almeno d’esser degno: ai posteri, l’ardua sentenza (ma basterà aspettare una settimana, per cominciare a scoprirlo).

    Quanto a me, se dovessi scrivere con il mio stile dovrei farci un romanzo 🙂
    Cercherò di contenermi…

  2. WOW ho sempre pensato che voi foste legati in qualche modo, almeno nel mio interesse per i blog vi ho praticamente scoperto insieme e vi visito in parallelo. Dopo partecipo al Thriller Sandra Style. (Per cui dovrò mettere la punteggiatura a caso!)

  3. Basta poco, di M.S.

    Basta poco per sentirsi perduti. Sulle prime aveva fatto fatica ad ammetterlo, ma quando era sceso il buio aveva dovuto farlo: non aveva idea di dove fosse, né di come uscirne, e l’eco del gorgogliare della Senna rimbalzava tra i vicoli scuri tanto che sembrava venire da tutte le parti e da nessuna. C’erano odori sconosciuti e voci che bisbigliavano, che uscivano dalle finestre di quei vicoli.
    Aveva camminato cercando di non fare rumore, per paura di svegliare il timore che già le si agitava inquieto nella pancia. Con una mano aveva seguito il muro ruvido, di mattoni a poco prezzo mai verniciati, nella speranza di sentirsi protetta almeno su un lato e aveva ringraziato il cielo quando aveva visto la luce filtrare in fondo a quella scala.
    Basta poco per sentirsi salvati. Una fioca luce giallognola, in fondo a una scala buia sotto i suoi piedi e nera come l’inferno là, proprio dove si staglia un rettangolo fatto di una lama di luce color di casa.
    Aveva salito quei gradini con il cuore che le frullava in gola e la nuca che pizzicava di nero e ignoto; aveva sentito delle voci allegre, di là della porta, ridere spensierate. Aveva aperto, certa di essere al sicuro, ed era entrata.
    Una decina di facce si erano voltate a guardarla e una decina di bocche si erano zittite. Venti occhi si erano fatti a fessura, mentre calcolavano il valore della mercanzia che vedevano e si erano sentiti i tonfi di alcuni boccali che venivano posati sui tavolacci. L’odore di vino stantio era pesante, coperto solo dal tanfo di qualcosa che la sua mente si rifiutava di voler sapere. Uno, dal fondo, si era alzato e aveva fatto un paio di passi nella sua direzione. Aveva l’aria del capo. Di certo, era quello più grosso e truce.
    Basta poco a sentirsi perduti. Lei aveva fatto un passo indietro, ma alle sue spalle aveva sentito una voce dire: «Eh no, bellezza» subito seguita dal tonfo di una porta che si chiude. Il capo si era avvicinato; le aveva fatto un sorriso di denti gialli, putridi, caduti, e poi le aveva passato una mano nodosa di unghie nere sulla guancia.
    «Adesso ci divertiamo un po’» aveva detto.
    Non erano bastate le urla a fermare le dita che strappavano i vestiti e nemmeno i suoi deboli pugni a fermare quei corpi sporchi che si erano sfregati a turno contro il suo. Si era ribellata con la forza. Aveva pianto implorando pietà. Nulla era servito a fermarli; aveva solo potuto fuggire in sogni tetri e paurosi, sperando che finissero in fretta.
    Si era svegliata che stavano finendo di legarla. Parlavano di fiume. E di finestre. E di topi che avevano fame e avrebbero banchettato.
    A lei non importava; le importava solo che finissero presto e che potesse dormire in pace e, se fosse stato per sempre, sarebbe andato bene lo stesso. Si era sentita sollevare, poi cadere nell’acqua gelida. L’aveva ringraziata, perché per quanto fosse lurida l’avrebbe comunque ripulita; avrebbe voluto berla, per pulirsi anche dentro. Dov’era più sporca. Era così sporca, dentro. Aveva bevuto e bevuto e bevuto fino ad ubriacarsi, con i topi che squittivano e facevano festa con lei.
    Poi, quando era ora di addormentarsi del tutto, era giunta una mano. Una mano pulita, rosea, con le unghie curate, che la scuoteva. La svegliava.
    Basta poco per sognare. Non aveva voglia, di svegliarsi, ma la mano l’aveva tormentata fino a quando aveva aperto gli occhi: davanti a lei c’era il dentista. Così asettico e sorridente. L’aveva guardata con aria compiaciuta e le aveva detto: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».
    Lei aveva pagato con le dita che tremavano e un nodo in gola, ché basta poco, a volte, per scoprirsi sporchi anche quando si è puliti.

  4. “Si è sempre giovani quando si è felici!” Ah, chi l’avrà mai detto? Forse nessuno, forse Natallia l’ha letto nella cartina di quei cioccolatini che Sandra teneva nella ciotola smaltata sul tavolo in sala. Era stato bello sentirsi in grado di tradurli, prima stentatamente con Sandra che controllava su Google traduttore, e a poco a poco in maniera più disinvolta. L’Italia, Milano: il suo primo viaggio oltre la Bielorussia, quando aveva appena nove anni! Il regime le aveva impedito di uscire dal paese per molti anni, poi, inaspettatamente un invito a Parigi: le foto scattate durante una manifestazione studentesca a Minsk e pubblicate su tutti i quotidiani del mondo, che la ritraevano biondissima e bellissima in prima fila con una bandiera che le copriva solo in parte quel corpo ormai sbocciato in una giovinezza fiera, avevano colpito un agente, che si era dato da fare per risalire a lei e l’aveva invitata nel suo studio a Montmartre, invito che, in questi casi, non poteva non contemplare permessi burocratici e voli pagati. Un sogno per il quale ora Natallia sta camminando, costeggiando un muro e inizia ad avere paura: l’agente non si è presentato in aeroporto limitandosi a farle avere chiare istruzioni su dove recarsi. Dovrebbe esserci una casa: eccola: sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi, non così diversi dai tanti che si vedono negli angoli delle strade a Gomel. Forse qui si tratta di vino e là di vodka, Natallia non trova molta differenza. Gli uomini vittime dell’alcol rendono lei vittima di aggressioni: le è già successo più volte di dover tornare a casa di corsa dopo le lezioni, e di rintanarsi in qualche portone sperando che la vodka abbia reso l’uomo non solo feroce ma anche debole nelle gambe, di solito è così! Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. Natallia urla di terrore, cerca di riconoscere l’agente che le ha promesso passerella e notorietà, ma i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. L’aspirante modella sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica di Vlad, il dentista: «Tutto fatto Natallia. Il tuo sorriso ora è ancora più splendido, di sicuro prima o poi qualcuno ti scoprirà e diventerai famosissima. Ricordati di me. Mezzo rublo, prego!».
    PS. Niente video, il Sandra Style non è un ballo!

  5. iara R.M.

    Spero di salutare il thriller in questo spazio degnamente anche se come sempre potrò in serata.

    In bocca al lupo a Michele per questo passaggio.
    Per quanto mi riguarda, seguirò con lo stesso affetto.

  6. Io ci sono, ma non adesso.
    Mi mancherai, cioè mi mancherà il dadovestoscrivendo’s thriller paratattico;
    Michele raccoglierà il testimone egregiamente, ma il primo amore non si scorda mai! 🙂

  7. iara R.M.

    Come promesso la mia versione… ( però, è un pochino strano pensare che questa sarà l’ultima volta qui. Ecco un cliché: la malinconia di sera aumenta!) ^_^

    Il corpo le trema, ha lo sguardo umido fisso nel vuoto; cerca di andare lontano almeno con la mente perché i piedi sono inchiodati a terra in un posto da incubo. Le mani degli avventori la tengono stretta, altre mani la stanno spogliando, sente i loro aliti fetidi sulla faccia, e il suo cuore è indeciso se fermarsi o continuare a battere più svelto. Stringe forte gli occhi per non vedere come va a finire e in quel momento si sente come una bambina che tira le coperte fin sopra la testa per non vedere nel buio l’uomo nero uscire dall’armadio. Mai avrebbe pensato da grande di incontrane uno vero, anzi, più di uno. Comincia a piangere e a urlare.
    Uno di loro gli preme una mano sulla bocca con forza: “sta zitta puttana”. Lo sente salire forte, rabbioso un motto di ribellione e morde quella mano sporca con la stessa violenza con cui la stava toccando, abusando. “Maledetta” esclama la bestia ritraendo la mano. Un altro l’ afferra per i capelli e un altro ancora, la scaraventa sul pavimento.
    Non sa cosa accadde subito dopo. Si sentiva intontita. La testa tornò indietro come un orologio e la riportò nei vicoli di Montmartre in un pomeriggio pieno di luci e colori. E’ lì adesso e si guarda intorno con curiosità posando gli occhi su ogni bancarella, scrutando ogni vetrina e raccogliendo dettagli del luogo da conservare nella sua memoria.
    E’ circondata dalla bellezza, dall’arte, dalla storia e non si accorge che intorno a lei sta calando la sera. Si è fatto tardi e le luci della notte si accendono avvolgendola. Il silenzio inizia a riempire le strade che diventano scure e si srotolano misteriose davanti a lei come gomitoli di lana prive di fascino. Se solo avesse un filo da seguire per ritrovare la strada. L’oscurità inghiotte i pochi punti di riferimento che aveva tracciato nella sua mente nel pomeriggio, quando spensierata girovagava da un posto all’altro entrando e uscendo da bistrot e boutique. Ora, si trovava lì sola e disorientata e avrebbe solo voluto essere al sicuro a casa sua. La giovane donna trova il coraggio di continuare a camminare fra i vicoli e decide di costeggiare un lungo muro; “da qualche parte deve pure condurre”, pensa con tutta la speranza che riesce a trovare. La paura è tanta, ma lei ha imparato a tenerla a bada. Si ripete a ogni passo che mantenersi lucide è l’unica idea intelligente da avere in quel momento. Finalmente, vede una casa. Tira un sospiro di sollievo e vi entra senza esitare.
    L’interno non è molto rassicurante… si guarda intorno un po’ incerta:
    è poco illuminato, sporco e ci sono macchie di muffa sui muri a causa dell’umidità. Rabbrividisce e pensa per un attimo di tornare in strada, ma alzando gli occhi fa caso a una luce che proviene su in cima alle scale; può udire anche delle voci confuse ridere e chiacchierare. Ancora un forte respiro e poi, decide di salire, ma una volta arrivata su, ha soltanto il tempo di rimproverarsi per non aver seguito il suo istinto e di capire che ormai è troppo tardi per rimediare. Si trova in un bar frequentato da uomini ubriachi ed è in guai seri. Quando incrocia i loro sguardi vede gli occhi di belve affamate di carne. Vorrebbe scappare via da quel posto, ma la paura la sta tradendo o forse è il coraggio? Non lo sapeva. Era pietrificata.
    La mente l’ha riportata al presente. E’ ancora in quel posto infernale e uno di quegli uomini la sta legando così stretta da non farla respirare. Altri ridono sguaiati. I maniaci hanno deciso di darla in pasto ai topi del fiume e di godersi lo spettacolo dalla riva. Lei, ora, è in quell’acqua putrida che vive i suoi ultimi momenti di orrore. La corrente la trasporta via come una barchetta di carta, sprofonda e l’acqua le gonfia i polmoni. I topi la inseguono per divorarla. Si sente soffocare. Chiude gli occhi ancora una volta e spera che tutto possa finire in fretta. Sente una mano scuoterla con gentilezza. Si sveglia e si guarda intorno confusa. Pochi attimi di smarrimento prima di riconosce la voce amica del dentista:
    «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».
    Tira un sospiro di sollievo; questa volta può davvero. Sorride.

  8. Si chiuse nel suo studio e scelse un libro tra quelli accumulati sulla scrivania nelle ultime settimane. Il giorno precedente li aveva scartati tutti: “questi aspiranti scrittori sono una delusione”. Prese a sfogliare il testo selezionato, incuriosito dalla lettera di presentazione in cui l’autore lo classificava come “Thriller paratattico”. Ma cos’è un thriller paratattico? – si chiese.
    Cominciò a leggere.

    La Senna guarda Parigi dal suo letto di luci riflesse, mentre una giovane donna, a passi lenti, percorre le strade che portano a Montmartre. Rapita dall’aria bohémien con cui riempie, compiaciuta, i polmoni, si addentra nelle vie di quel posto cui il tempo non ha rubato la magia, non curandosi di memorizzare il percorso fatto. Era stato imprudente da parte sua allontanarsi dalla piazza principale e, a un tratto, si accorge di avere perso il senso dell’orientamento. Il grappolo di vicoli isolati le si stringe attorno come i tentacoli di una piovra, il labirinto di strade e stradine diventa una pericolosa trappola che, con il buio della sera sopraggiunta, inibisce ogni suo tentativo di fuga. Così, attanagliata dalla paura, la donna costeggia guardinga un muro, sperando che questo la porti via dall’oscurità di quel luogo tanto angusto. Da lontano si accorge di una luce che illumina l’interno di un palazzo; lo raggiunge ed entra. Sale le scale e, mentre si avvicina ai piani più alti, il vociare confuso di persone la rincuora e per un attimo pensa di essere salva. Apre la porta, un guizzo di stupore si mescola a un’onda di sgomento: ci sono solo uomini, in quella bettola, che ridono in modo sguaiato con i bicchieri di vino in mano, immersi in un nauseante lezzo di alcool e sporcizia. La povera donna rimane immobile, perché diventa, all’improvviso, il fulcro di ogni loro attenzione malata: le si avvicinano con sguardi laidi, la toccano, vogliono prenderle la borsa, vorrebbero trasformarla in un oggetto che soddisfi la loro ripugnante virilità, ma lei, in preda al panico, comincia a urlare e due di quei tipacci, per farla tacere, la prendono, la legano e la gettano impietosi nel fiume, dove i ratti, sempre affamati, aspettano di saziarsi con le sue carni. La donna scivola lentamente dentro le onde, non sente più nulla, l’acqua culla il suo inabissamento nei fondali della Senna che guarda Parigi dal suo letto di luci riflesse. Non respira quasi più, la sua vita finita… su un lettino di uno studio dentistico. Una mano, forte, l’aveva afferrata e tirata sù da quella tomba melmosa.
    Adesso lei guarda il suo dentista con un sorriso ebete, attonita, ma certa di essere ancora viva.
    “A posto, signora? È tutto finito: l’operazione è riuscita perfettamente. Mi deve solo mezza corona”.

    Chiuse il libro e lo guardò ancora per qualche attimo, tenendolo in mano. I suoi occhi si concentrarono sul titolo: bisognerà trovarne uno più consono.
    Poi chiamò la segretaria: “contatti questa persona a questo numero”.

  9. Titolo: una storia nero speranza 😉

  10. Che vergogna, sempre ultimo a casa mia…

    Tacchi a spillo camminano come lancette, scandendo la paura nei vicoli bui e sperduti del quartiere parigino di Montmartre. Avvolta da una coltre scura l’ombra della giovane donna che li indossa si proietta su un lungo muro anticipando di una frazione di secondo il loro tic tac sul selciato in cerca di un luogo sicuro dove chiedere un aiuto. Poi una casa, un uscio, una scala, una luce, la salvezza. Una porta. La spalanca. Un bar di uomini ubriachi. Lo stupore immobile, suo e loro, dura un attimo e un’eternità. Gli uomini s’alzano, s’avvicinano, l’assediano. Crudeli e lontane le loro facce sfatte, lunghe e tentacolari le loro braccia pelose, diventano enormi le loro mani sudice mentre la sfiorano, l’accarezzano, l’afferrano. La ribaltano su un tavolo, ne violentano e ne gustano le carni profumate, mentre gli occhi della donna si fissano sulla fioca luce di una lampadina che pende dal soffitto. Urla ma non sa di urlare. Il viso sdentato di uno dei carnefici si sovrappone alla lampadina, minacciandola dall’alto di qualcosa. Ora di nuovo il bar, tutti che ridono di lei. Non può muovere mani e piedi, trattenuti dalle corde. La sollevano, di nuovo un soffitto scrostato riempie il suo sguardo, giù per le scale, assi di legno dell’impalcatura, e infine milioni di stelle traballanti di una notte senza luce né speranza. Un’oscillazione. Un, due, tre. Una doccia gelida improvvisa, le risate che si affievoliscono, lo squittio dei ratti che cresce lentamente. Un dondolamento, soffoca, l’acqua marcia che le gorgoglia in gola. È ormai finita. Uno scossone.

    Una mano enorme si ritira allontanandosi da lei, emerge da una nebbia bianca il volto sorridente del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

  11. iara R.M.

    Io, invece, spero che vi leggano in molti. Ognuno di voi, a suo modo, ha prodotto delle versioni splendide. Complimenti, davvero ^_^

  12. Pingback: L’eredità (ovvero del fatto che tutte le salse fanno brodo) | Scrivere per caso

  13. Simona C.

    Mi assento qualche giorno e qui si fa la rivoluzione!
    Per coerenza (e vigliaccheria) continuerò a seguire senza partecipare 🙂

  14. Seme Nero

    Ma sono in ritardo? Beh, io propongo, pure fuori gara.

    Ricordava la mattinata a passeggio tra i banchi del mercato, i frutti esotici e le spezie, il tripudio di giallo, di rosso, l’aria pregna di profumo dolce, gli occhi che parevano bruciare. Labbra strette tra denti desiderosi di mordere.
    Ricordava il viale alberato, il sentiero ricoperto di foglie cadute, che attutivano lo scricchiolio della ghiaia. Estélle che le cingeva il braccio, un barboncino scappato al padrone, col guinzaglio a penzolo, le aveva raggiunte e salutate con vivaci feste. Avevano riso, avevano carezzato i morbidi ricci.
    Quel che non ricordava era come era arrivata in quel vicolo, né da quante ore vagasse. I suoi ricordi non erano più chiari dell’ombra che l’avvolgeva in quel momento. Strinse lo scialle al collo, frizionando le braccia. Perché calpestava le pietre del ciottolato con i piedi nudi, oramai insensibili? Tremava, e non sapeva se era per il freddo o per la paura.
    Una falce di luna si nascondeva dietro la nebbia, lasciandola vagare alla cieca, immersa nella notte fonda di Montmartre. Camminava spedita, l’eco dei suoi passi l’inseguiva, schiaffi bagnati rimbalzavano tra le pareti strette. Il piede si posò su qualcosa di morbido. Qualcosa che si mosse e squittì irato. Ritirò l’arto di scatto, gemendo disgustata, e girò al largo. Cominciò a singhiozzare nervosamente.
    Un vocio ovattato prese il posto del suo respiro in affanno. Risa da dietro un muro. No, Dio ti ringrazio!, una porta. A tentoni cercò il pomello, viscido e freddo, lo girò. Un cigolio le diede il benvenuto in un nuovo oscuro pertugio, e lei vi s’immerse. Le voci si facevano sempre più forti, alzò lo sguardo verso un’apertura, una corona di luce ne disegnava il profilo. Salì una scala stretta giungendo al pianerottolo, di fronte a una spessa tenda di velluto. Allungò la mano, si fece largo tra le onde del tessuto.
    Una figura massiccia le si parò davanti. Il ventre rotondo coperto da un grembiule unto, uno straccio parimenti lercio sulla spalla.
    «Che fai qui? Non è questa l’entrata!»
    Non sapeva come spiegarsi. Non sapeva dov’era “qui”. Diverse paia d’occhi la stavano squadrando dal bancone. Il bar era poco affollato, una densa nuvola di fumo aleggiava togliendole il fiato. Scartò di lato per allontanarsi dal burbero oste, solo per sbattere addosso a un avventore.
    «Salute bella signora. Cosa ti offro da bere?»
    La zaffata rancida dell’alito le fece piegare la bocca in una smorfia. Senza rispondere tentò di ignorarlo, proseguendo per la sua strada, ma quello le afferrò il braccio, tirandola a sé. La cinse, mentre l’altra mano scendeva lungo il fianco e le stringeva le natiche con forza.
    «La serata è ancora lunga, e io ho un bel regalo per te.»
    Calò il tallone sul piede dell’uomo. Uno scricchiolio di noce indicò la fortuita precisione del suo colpo. L’uomo urlò, lei lo spinse, facendolo cadere. Corse alla cieca verso l’uscita dell’angusto locale, quando altri uomini le si pararono dinanzi. Uno schiaffo la raggiunse all’orecchio e il mondo si capovolse. Il contatto col suolo fu duro, la sua fredda presenza non dava fine al senso di vertigine.
    Il bancone e le sedie si rivoltarono sottosopra, ondeggiò stranita, protagonista di una bizzarra parata, portata in trionfo da mani callose. Le spire di una corda ruvida le si serrarono attorno agli arti, e col dolore ritornò anche la lucida evidenza della follia che andava perpetrandosi.
    «Va’ a farti un bel bagno, sporca sgualdrina!»
    Volò, tuffata, stretta nella morsa delle gelide fauci della Senna. Finisce così? Avrebbe voluto chiedere, ma l’acqua le invase la gola. No, non ancora rispose il fiume. Il macabro spettacolo non era ancora giunto al termine, non prima dei suoi furiosi volteggi, non prima dei morsi dei ratti e dello scherno dei disgustosi comprimari di quell’incubo.
    Ballò, morente, scossa dai tremiti.
    Signore, aiuto!
    Signore
    Signora
    Signora, sveglia.
    «Signora, si svegli.»
    Aprì gli occhi. Scomparve la buia Parigi, eccole dinanzi l’asettica e pallida bottega d’un dentista.
    «Il lavoro è fatto. Il suo bel sorriso può tornare a splendere, per sola mezza corona.»
    E il sorriso splendette, sì, ma titubante. Scese dal lettino, pagò il dovuto, e dopo aver salutato s’incamminò verso l’uscita dell’angusto locale. Incrociò lo sguardo dei clienti, bruti ubriachi che le serravano la strada e l’oste che le chiese: «Che fai qui?»
    Scorsero i titoli di coda.
    Helgado stava seduto sul divano, con gli occhi stretti a una linea a fissare lo schermo, la bocca spalancata per lo stupore. Non aveva parole per descrivere ciò che aveva appena visto, se non una: «Esiziale!»
    Spense il televisore ed estrasse il DVD dal lettore. Rigirò la custodia e cercò il nome del regista: Seme Nero. Si fece un appunto mentale per evitarlo in futuro. Gettò il DVD nel cestino senza alcun rimpianto se non per i 3 euro spesi e il tempo perso a rovistare nel cestino delle offerte.
    Se aveva bisogno di conferme quell’ultimo remake del thriller paratattico lo era stata. Era tempo di smetterla. Un pensiero maligno gli attraversò la mente e sorrise. «Sì, passerò la palla a Michele.»

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