Traduttore traditore

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Parlando di romanzi tradotti da una lingua straniera, qualche giorno fa ho messo in guardia gli aspiranti scrittori, esortandoli a formarsi sulla prosa dei romanzieri italiani per arricchire il proprio patrimonio linguistico, tappa obbligata per esprimersi in modo efficace. Giungevo addirittura a dire, semplificando la questione, che leggere solo traduzioni straniere, per quanto valide, indebolisce la nostra espressività e ci porta a una prosa senza carattere.

Marina Guarneri ha rilanciato ieri la querelle sul Taccuino dello scrittore, e io ci ritorno ora con nuove riflessioni che, direbbe Manzoni, non risolvono le questioni, ma per lo meno le mutano.

Premetto che il mio inglese è sempre stato a un livello scolastico, e già mi sto allargando. La questione non è però legata alla capacità di comprendere nella maniera più corretta la lingua straniera, casomai di riproporla in un italiano all’altezza dello stile dell’autore tradotto. Spesso quando leggo un grande della letteratura mondiale mi stupisco della povertà linguistica presente nella traduzione italiana, tranne che in poche e rare eccezioni. E, badate, non sto affatto dicendo che il traduttore ha lavorato male. Avrà anche lavorato bene, ma se poi lo stile di un Oscar Wilde equivale a un Fabio Volo, allora non ci sto: preferisco la banalità autentica di Fabio Volo – che serve per migliorarmi nella scrittura – alla banalizzazione mediata di un Oscar Wilde, che non mi serve a niente.

Un piccolo esempio per farvi capire le mie perplessità. Non voglio citarvi Moby Dick in qualche preziosa e mitica traduzione: per farmi comprendere mi basta in effetti Il ritratto di Dorian Gray.

Non andiamo neppure troppo lontano, ci fermiamo in fondo a pagina 2 del romanzo. A parlare è Henry Wotton, il cinico e raffinato intellettuale che influenzerà negativamente l’ingenuo Dorian Gray. È lui la celebrità di queste prime pagine, caratterizzate da battute caustiche, arguzie raffinate, paradossi ironici, che fanno tanto Oscar Wilde in persona.

Perciò al termine di una lunga serie di sparate, il Lord inglese si serve di un aforisma per irridere il clero britannico: «A bishop keeps on saying at the age of eighty what he was told to say when he was a boy of eighteen, and as a natural consequence he always looks absolutely delightful». Che nella traduzione anonima in mio possesso, di un certo Emanuele Grazzi, Istituto Geografico De Agostini, diventa: «A ottant’anni un vescovo continua a dire quello che gli hanno insegnato a dire quando ne aveva diciotto, e naturalmente ne consegue che conserva un aspetto assolutamente delizioso».

Se avete un Dorian Gray in casa mi piacerebbe sapere come altri hanno tradotto quelle due parole, eighty ed eighteen, che sono il cuore dell’aforisma. Perché sicuramente eighty è ottanta ed eighteen diciotto; ma se in inglese suoni quasi identici portano a significati opposti, in italiano ottanta e diciotto indicano sì un vecchio e un giovane, ma il gioco linguistico è svanito. E un Lord Wotton non accetterebbe mai che le sue labbra se ne uscissero con un aforisma zoppo, che non stupisse anche stilisticamente i suoi interlocutori: preferirebbe starsene in silenzio.

Ma poiché il traduttore è traditore (ecco un concetto che si regge su suoni simili, in un gioco di parole tutto italiano), arriviamo a peggiorare Wilde senza migliorare l’italiano. Come si dice da noi quando capitano situazioni simili? Due fave con un piccione, se non ricordo male.

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15 commenti

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15 risposte a “Traduttore traditore

  1. Questo mi ricorda una cosa che si dice nel mondo delle corse: “nessun pilota può andare più veloce della macchina (o della moto) che guida”. Così come mi ricorda che ho dovuto aspettare quarant’anni per sapere la traduzione corretta di un vecchio racconto di Asimov, basato su un gioco di parole, che la traduzione sull’Urania aveva letteralmente stravolto (e infatti non si capiva proprio il senso di tutta la storia); traduzione che, a tutti gli effetti, non esisteva perché il gioco di assonanze con un proverbio americano era intraducibile.
    Se a tutto questo aggiungiamo che, a parte pochi esempi fortunati, i traduttori sono sempre meno pagati (quando lo sono, addirittura) allora abbiamo finito di discutere.
    Comunque, Lord Wotton se la sarebbe cavata così: «Per quanto un testo sia tradotto male, è comunque meglio di un Volo originale: ché la sua non è una prosa da Oscar».

  2. Le figure retoriche che si basano sul significante, quindi sul suono
    delle parole si perdono spesso nella traduzione, non ci si può fare nulla. I titoli di Jane Austen sono quasi tutti così: Sense and Sensibility = Ragione e sentimento, Che fa pena, talvolta tradotto pure con Sensibilità e buon senso, che va meglio perlomeno il significato rimane, invece col primo si perde sia il gioco di parole che il significato.
    Poi è chiaro che ci sono traduttori validi e traduttori incapaci, come in tutte le professioni.

    • L’uso delle figure retoriche, ma anche la particolarità dei contesti culturali che permeano chi scrive e chi legge non rendono del tutto sovrapponibili le lingue. Sono aspetti che arricchiscono l’espressività. Mi pare che in parte ciò vada perso indipendentemente dall’abilità del traduttore.

  3. Ci sono case editrici che si avvalgono di traduttori con poca esperienza, perché preferiscono sottopagare il giovane che ha voglia di affermarsi ma che è privo di una competenza meritevole e poi si trovano traduzioni piene di errori, illeggibili. Questo è un caso.
    L’altro è quello oggettivo che mi porta a darti ragione, c’è una difficoltà materiale di riportare in una lingua qualcosa che in un’altra ha una musicalità diversa e un senso che nella traduzione si perde. Già in campi non letterari, quando in un film provano a cantare in italiano traducendo canzoni in lingua originale, viene da ridere per la banalità del risultato.
    La verità è che bisognerebbe essere poliglotti e leggere ogni opera nella sua lingua di provenienza e poiché ciò è rarissimo dobbiamo per forza accontentarci degli Oscar Wilde tradotti o delle Jane Austen travisate nei titoli.

    • Comunque preferisco la traduzione eseguita da uno scrittore bravo a quella fatta da un traduttore bravo. Scrittore e traduttore possono coincidere, ma è la lingua di arrivo che vince su quella di partenza. Per tradurre bene ciò che conta è l’ottima conoscenza dell’italiano e non della lingua straniera. Uno scrittore dovrebbe avere una prosa migliore di un traduttore.

  4. Concordo con Marina, e come sarebbe bello essere poliglotti, magari nella prossima vita 😉 forse è per questo che negli ultimi anni (da quando mi è ripresa la fissa di scrivere) preferisco leggeri gli autori italiani, così non sono filtrati dal traduttore.

  5. Simona C.

    Io scrivo come il traduttore di Philip K. Dick e la maggior parte dei miei libri preferiti sono di autori stranieri. La mia però non è una scelta per esterofila, è solo che gli italiani non scrivono il genere di libri che mi piace leggere o, almeno, per ogni italiano ci sono dieci stranieri che li scrivono. Pur leggendoli tutti, gli autori italiani nella mia libreria restano 1 su 10. Aggiungo anche che non è facile trovare quell’unico, in certi generi, che non imiti gli stranieri.
    Se fossi un’alunna diligente, dovrei sforzarmi di leggere libri che non mi attirano per la trama pur di migliorare la mia scrittura. Lo metto tra i buoni propositi per l’anno nuovo 🙂

    • Cara Simona, il discorso lo considero valido soprattutto per chi volesse scrivere non di genere. Mi rendo conto che per la letteratura specifica (dal fantasy alla fantascienza, dal noir al thriller) scrivere alla Gadda, per esempio, diventa un modo facile per non essere presi in considerazione (non lo leggerei neppure io un Gadda-fantasy…). 🙂

  6. Ariano Geta

    Certi giochi di parole (“puns” in inglese) spesso sono intraducibili. Se ti capita di leggere una traduzione di “Alice nel paese delle meraviglie” ben curata, quasi sicuramente troverai tante note a piè di pagina nelle quali il traduttore spiegherà come ha cercato di rendere in italiano giri di parole che, tradotti letteralmente, non restituirebbero mai gli scherzi linguistici dell’originale.
    ” ‘That’s the reason they’re called lessons’, the Gryphon remarked: ‘because they lessen from day to day’ “.
    Ecco, questa è intraducibile. Se si vuole resituirla al lettore italiano bisogna alterarla, modificare il senso della frase senza però stravolgerlo. É una responsabilità…

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