Appendice a Fahrenheit

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L’altro ieri vi ho proposto il monologo che il comandante dei vigili del fuoco fa a Montag, il protagonista di Fahrenheit 451 nella trasposizione cinematografica di François Truffaut, per convincerlo della necessità di bruciare i libri in quanto espressione di idee pericolose e portatrici di disuguaglianza tra gli uomini.
Devo ammettere che nel riportarvi la filosofia del cattivo, simbolo di un regime dittatoriale «morbido» ma pervasivo, che soffoca le emozioni e le diversità sociali, mi sono ritrovato d’accordo con molte delle tesi del comandante, cosa che mi ha preoccupato. Sarò cattivo e dittatoriale anch’io?

Un cattivo molto cattivo e con idee insostenibili è facilmente criticabile. In questo caso invece è difficile davanti al Mein Kampf non sostenere che i libri possano condurre alla sciagura.
Ma non è solo questo: il monologo in questione è una miniera di osservazioni, stimolanti e attualissime, e mi pare che molte di queste, profetizzate da Bradbury, si siano poi verificate o si stiano verificando. Altre invece ci toccano come scrittori o aspiranti tali. Da ultimo anche qualche osservazione sulla scrittura del monologo stesso. Non posso però tediarvi in un unico post alla vigilia di Natale, perciò ne tratterò in più interventi successivi. Dovrete sopportarmi.

Oggi vi suggerisco solo due spunti. È di pochi giorni fa la notizia che il Mein Kampf è di nuovo pubblicabile in Germania. Quindi dei pompieri alla Fahrenheit hanno comunque operato in questi settant’anni, almeno in quel Paese. Non so però che significato dare alla notizia, la mia è solo una constatazione: ma chi l’ha vietato in passato e chi ha smesso di vietarlo oggi, e con quali motivazioni?

Per l’altra osservazione, più interessante, prendo spunto da un titolo di ieri su Repubblica a firma Paolo Bertinetti: «Mark Twain censurato nella scuola americana del politically correct». Il sottotitolo recita: Hackleberry Finn cancellato da un istituto di Filadelfia: usa la parola «negro». Ma allora bisognerebbe togliere dai programmi una folla di classici del Novecento.

Tra l’altro di politically correct ho già parlato a proposito delle dichiarazioni non politicamente corrette di un direttore di libreria di Bologna sui libri scritti da donne, dichiarazioni che hanno scatenato la reazione indignata di molte autrici italiane: avrebbe fatto meglio a starsene zitto o a esprimere un’opinione ipocrita ma almeno politicamente corretta, questo il succo delle loro rimostranze.
Nei commenti a quel post avete indicato diversi casi che ricordano Mark Twain e la censura sulle parole. E qui torna in ballo il nostro comandante dei pompieri, perché mi pare incarni con il suo monologo proprio questo politically correct così diffuso nella nostra società: «Ah, Robinson Crusoe: ai negri non piaceva per via del servo, Venerdì. E Nietzsche: questo non piaceva agli ebrei […] Noi dobbiamo essere tutti uguali. L’unico modo per essere felici è di sentirsi tutti uguali. Quindi noi dobbiamo bruciarli Montag, fino all’ultimo (mostra il Mein Kampf, ndr)». Una dittatura morbida la sua, dove le differenze vanno necessariamente smussate, dove si censurano parole e idee, dove vige appunto il politically correct. Onestamente mi pare la filosofia della società di oggi, altro che futuro fantascientifico di Fahrenheit 451. Trovo più somiglianze che differenze, e questo è sorprendente.

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9 commenti

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9 risposte a “Appendice a Fahrenheit

  1. Basta distrarsi un attimo, e al giudizio universale spuntano le braghette.
    Non mi pare di vedere grandi novità, all’orizzonte. La censura era dei vincitori sui vinti, a suo tempo. Oggi, con guerre meno campali, la censura si fa ancora. Solo in un modo diverso.

  2. Ariano Geta

    Poi magari capita invece che Casaleggio pubblichi “Veni vidi web” i cui contenuti sono delirio allo stato puro e i grillini lobotomizzati lo reputano meraviglioso… Tuttavia questo è il tipico caso in cui sono felice che non esista censura in Italia: se ne fosse stata impedita la pubblicazione il saggio in questione avrebbe assunto un certo fascino del proibito e del temuto, invece una volta pubblicato tutti (tranne i grillini) possono vederlo per quello che è: delirio di una mente malata.
    P.S.: il capo di Montag parla bene, ma non è coi roghi che si risolve il problema. Basta la vecchia, cara, dimenticata ragionevolezza…

    • Sono convinto che ogni tentativo di trovare soluzioni perfettamente condivise e condivisibili generi un mostro. Non si tratta di mettere tutti d’accordo, ma di ragionare. Per ragionare bisogna che esistano posizioni differenti, e che continuino a essere differenti. Anziché portare tutti al pensiero unico, anche se fosse il migliore, preferisco che esistano molti pensieri opposti e in conflitto. Non mi spaventano mille libri, perché dovrei essere spaventato da mille pensieri diversi? Il politically correct non dà valore alla diversità, anzi la teme, perché mette in discussione il pensiero dominante. Voglio invece vivere l’inquietudine di pensieri diversi. Non mi farà stare bene con la vita, ma mi pare che sia questa la vita.

  3. Non bisognerebbe mai censurare nulla, ma insegnare a “leggere” nel modo giusto per pensare con la propria testa. Mi viene il dubbio che ciò non sia possibile. Però ero passata per augurarti buon Natale, quindi non mi dilungo 🙂

  4. Simona C.

    Sono felice di essere libera di pensare, dire e scrivere ciò che mi pare e che altri siano liberi di non essere d’accordo con me e discuterne. Discuterne, non spararsi e non censurare quello che potrebbe far sparare qualcuno. C’è un limite tra politicamente corretto e censura, come tra libertà d’espressione e maleducazione.
    La diversità dovrebbe generare spirito critico e libertà di scelta, ma non siamo una razza così intelligente come ci piace credere. Una volta, nel blog sui miei viaggi, ho scritto che le differenze tra culture, tradizioni, religioni e costumi non dovrebbero generare conflitti, ma soltanto rendere il mondo più interessante. Purtroppo, non è così.
    Malgrado tutto, buon Natale 🙂

  5. Grilloz

    Un giorno parleremo tutti in neolingua.

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