La scala a chiocciola

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«Ah gli americani! Vogliono trasformare il romanzo in una pista di pattinaggio; io invece voglio che sia una scala a chiocciola».

Potrà sembrarvi strano, ma la frase che avete appena letto non l’ha detta nessuno. Appartiene alla voce letteraria di un personaggio in un romanzo di uno scrittore che non conosco, non conosco cioè né lo scrittore né il romanzo né il personaggio. L’informazione quindi ve la dovete tenere così, a meno che non l’abbiate voi già letta in un libro, e vi prego quindi di comunicarmelo.

Pur sbocciata dalla fantasia, a me però pare non solo vera, ma anche un concentrato – oggi va bene anche la parola distillato – di saggezza polemica ma circostanziata. Almeno lo è per me. L’immagine della pista di pattinaggio, delle lame che filano via lisce, senza attrito sul ghiaccio, sempre in linea retta lungo una timeline ideale che sa più di film che di romanzo, mi sembra proprio aderente alla filosofia che caratterizza la maggior parte dei manuali di scrittura creativa all’americana.
Ti metti i pattini tra l’introduzione e il primo capitolo del manuale, senti una vitalità che ti scorre lungo il corpo, aumenta il tuo entusiasmo di scrittore per l’entrata in pista, nei due tre capitoli successivi ti muovi sul ghiaccio con poco sforzo, senti addirittura il vento tra i capelli tanto vai forte, chiaro, sicuro verso il primo climax; poi piroetti come ti chiede di fare il manuale e continui a girare. Eppure più lui prosegue su quello che bisogna fare e dire da metà in poi per giungere al finale, e più tu pur pattinando senti che l’entusiasmo scema, inizia qualche involuzione, qualche gesto poco stilistico e poi ci si ferma a centro pista e non si ha più la forza per proseguire. Il finale non scritto nel manuale, ma nell’esperienza pratica dello scrittore, è che serve un secondo manuale per completare l’opera che il primo ha solo abbozzato, e che riletta ora pare anche un po’ banale per non dire brutta. Tra gettare il manuale e l’opera, si preferisce l’opera (il manuale è stato acquistato a 18 euro…).
Magari voi siete gente che pubblica da una vita seguendo il manuale. Io non ho mai pubblicato nulla seguendo il manuale. Anche non seguendolo, ovvio.
Preferisco però la scala a chiocciola, la fatica di salire un gradino alla volta da stesura a stesura, a volte con la scala illuminata, a volte quasi buia; a volte con la sensazione che pur salendo stai tornando indietro; e poi osservando dall’alto quello che sta in basso, quel gradino che andrebbe risistemato lì sotto, e quindi torni sui tuoi passi, e poi guardi quanto ancora stai in basso e quanto la luce che viene da lassù sia lontana, irraggiungibile; e le gambe fanno male, e manca il fiato per salire, e due gradini alla volta per far prima capisci che non va bene, che il lettore se ne accorge.
Se proprio volete fare gli scrittori compratevi una scala a chiocciola. Tra l’altro il thriller è assicurato. Ne ho vista ieri proprio una in uno stabile abbandonato. Potete anche rubarla.

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28 commenti

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28 risposte a “La scala a chiocciola

  1. Grilloz

    Da una rapida ricerca:
    http://archiviostorico.corriere.it/2016/gennaio/25/Raccontare_una_scala_chiocciola_co_0_20160125_351f67d0-c32d-11e5-9608-c001426aec36.shtml

    Veniamo al dunque, sai che ho avuto la stessa impressione leggendo qua e là? Solo che tu hai pensato a una pista di pattinaggio artistico, io a quella di pattinaggio di velocità, o meglio ancora allo short track.
    Insomma secondo certi guru il romanzo deve essere “veloce”, ma non solo veloce, non deve fermarsi mai: una scena via l’altra, senza pause, senza interruzioni, sennò il lettore si ferma e poi non riparte, il lettore si stufa se ogni volta che gira pagina non trova una nuova ragione per leggere oltre, un nuovo colpo di scena.
    Io da lettore già sento il fiatone, già sento di essere in apnea, a volte ho anche bisogno di respirare, di fermarmi un po’, di riflettere. E poi dov’è finita la così bella suspense?

  2. Marco Amato

    Io sento parlare spesso, da parte degli italiani e degli europei in genere, in maniera negativa dei manuali di scrittura americani, e più in generale come scadente proprio la produzione narrativa a stelle e strisce.

    E a me è sempre sembrata strana questa cosa, proprio perché la narrativa/letteratura americana dell’Ottocento, Novecento e Duemila surclassa di gran lunga quella italiana.

    Solo per soffermarci ai contemporanei: Philip Roth, Cormac Mccarthy, Franzen, lo stesso King, o proseguendo anche in generi che qui da noi vengono definiti commerciali quali i Thriller, ma che negli Usa raggiungono vette notevoli di introspezione, basti citare Harris (quello de Il silenzio degli innocenti), o il più popolare Michael Connelly. Ma la lista di scrittori americani di altissima qualità è enorme.

    Per intenderci se un americano mi chiedesse: dimmi tre nomi italiani analoghi a Roth, Mccarthy e Franzen, io comincerei a sudare e rigirare i pollici.

    Ehm americanaccio… allora… ti rispondo: Eco… (ma consideralo solo per il Nome della Rosa che il resto è tutto in calante) poi vediamo… aspetta, lo so… ora ne trovo un altro… ti dico Baricco… e poi… e poi… se voglio fare lo chic sofisticato ti nomino Moresco con la spettacolare trilogia degli Increati (che però hanno letto solo pochissimi eletti) e poi sì, dico Ammaniti e poi… va beh… facciamo finta che abbia risposto.

    Dove, chi sono i nostri grandi autori italiani contemporanei? Abbiamo parecchi scrittori di qualità, ma di grandi, io non ne vedo.
    Noi italiani crediamo spesso d’essere i migliori: il più bel campionato del mondo, il più grande patrimonio artistico mondiale (boom), ma poi appena tiriamo fuori il naso ci rendiamo subito conto che non siamo questo granché. Nel passato, per brevi momenti, abbiamo vissuto momenti di gloria, ma attualmente no.

    Tra un manuale italiano che mi fa salire con la scala a chiocciola e un manuale di pattinaggio americano da cui si sono abbeverati King e Mccarthy (da loro la scrittura creativa si insegna nelle università sin dal dopoguerra), beh, sarò fuori moda o poco italiano, ma preferisco di gran lunga la pista da solcare. 😉

      • Marco Amato

        Ciaooo Sandra! Ehm… sfruttiamo Hel… come interfono. Sai che il tuo libro sta già arrivando? Venerdì è in consegna. Ma in genere Amazon consegna un giorno prima del previsto. Create Space è stato velocizzato. Avendo ordinato il libro Lunedì, è stato stampato (dalle parti di Grilloz 😉 in Germania) e spedito fino in Sicilia (senza ponte) e probabilmente già domani lo avrò fra le mani. 😉

      • Le corna sì, ma qui davanti a tutti no, proprio non lo sopporto… 😦

      • A me però non mi saluti con tre punti esclamativi… 😦
        Vabbè, lui è speciale, lo so…

    • Disgraziato! 😀

      Questa non è una critica alla letteratura americana, ma al manuale di scrittura all’americana. E per dimostrarti che non ho in odio King eccetera senti questa quarta cosa dice: «Come ha scritto Stephen King: la maggior parte dei libri sulla scrittura sono pieni di scemenze. Una rispettabile eccezione alla regola di cui sopra è The elements of style. Non ci sono scemenze in quel libro e se ce ne sono, sono meno che veniali. Vi dico fin d’ora che tutti gli aspiranti scrittori dovrebbero leggere The elements of style».
      Il manuale parla di grammatica, sintassi, costruzione della frase, stile. Niente atti, climax, costruzione del personaggio, dialoghi, se non in paragrafetti di mezza pagina. Infatti non arriva a cento pagine.

      Gli autori che hai citato dovrebbero dire, per essere onesti, di essersi formato sui manuali di scrittura. Magari l’hanno detto. Se l’hanno detto tu sicuramente lo sai e puoi riferircelo. Io penso che si siano formati con la faticosa fatica di salire gradino dopo gradino una immaginaria scala a chiocciola. Per questo sono grandi, non per il manuale all’americana.

      Se poi King vale vale sia che dica bene sia che dica male. Qui dice male. Prenditela con lui.

      Inoltre non esiste un manuale italiano a chiocciola. Non esiste proprio il manuale a chiocciola. E passare dai manuali alla letteratura è un salto illogico. Dici che non vedi autori italiani di quel livello. Ma allora tutta questa manualistica all’americana tradotta in italiano, nuova fede degli aspiranti, cosa è in grado di produrre di buono in un giovane scrittore italiano?

      Infine, mi dispiace confidartelo, ma l’Italia è un popolo di santi, poeti e navigatori. Poeti, non scrittori. Di grande abbiamo Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Pascoli, Carducci, Leopardi. Dobbiamo aspettare Manzoni e l’unità d’Italia per avere un (dico uno) romanzo. Poi Verga e Pirandello. Forse Gadda. Saba e Montale. Calvino quasi quasi non lo metterei, se non per Marcovaldo, per esempio. Eco è un semiologo prestato all’industria editoriale, Baricco e Ammaniti non pervenuti proprio.
      I libri non sono la letteratura, questo sia chiaro. A scuola non studiamo Volo o Moresco.

      Quindi chi critica la letteratura americana sbaglia. Sbaglia ancor di più chi pensa che basti il manuale all’americana per scrivere da italiano (o americano) un romanzo appena decente. Io non l’ho mai visto, e tutti i manuali che ho letto non mi sono serviti ad aggiungere una buona riga di testo che non avessi già pensato senza bisogno di leggerli.

      E tu resti un disgraziato. Simpatico, ma che disgrazia… 🙂

      • Marco Amato

        Ahah bellissima reazione Hel!

        Io non commento quasi mai. Soprattutto non commento quanto sono d’accordo. E se commento mi piace alimentare il fuoco delle idee e della dialettica. E a te ti ho fatto avvampare… hai uscito un commento che vale un post. Bellissimo.

        Quel che dici è tutto pienamente giusto, compreso sul mio disgraziato, forse pecchi sul simpatico, non credo d’esserlo tanto, in giro proprio mi detestano. Ma è divertente.

        E’ vero, molta della manualistica americana è alla Patterson scrittore, ovvero mera spazzatura.

        Io non credo per nulla ai manuali di scrittura, né americani, né italiani. Però non è tutto uguale. Sui manuali italiani lo confesso, spesse volte mi calava la palpebra, e c’è da temere se un manuale di scrittura suscita sonno su quel che dovrebbe insegnare per coinvolgere il lettore. Però devo dire che qualche impostazione di base interessante sui manuali americani – pochi – l’ho trovata.

        Il mio manuale preferito sai qual è? Il mio. E’ patchwork in cui ho estrapolato il meglio, da tutti i manuali letti, dai consigli degli scrittori, dagli editor, dallo studio diretto dei libri, la vera materia base.
        Conosco bene quel suggerimento di King su On Writing, e conosco bene lo smilzo manuale di stile di Strunk.

        Non so su quali manuali si siano formati i grandi scrittori americani. Ma la scrittura creativa lì è un qualcosa che si studia nelle scuole. E’ un humus di base che è quasi una sorta di rumore di fondo.

        Lì hanno un premio di altissima qualità come il Pulitzer (mi collego a Sandra) che è il massimo riconoscimento per uno scrittore. Da noi il massimo è il premio Strega, che io per decenza (e gli addetti ai lavori per servilismo), non definisco pilotato. Ma quando negli ultimi 10 anni per 7 volte vince sempre lo stesso editore… abbiamo il prestigio del suvvia.
        Il mio commento chiaramente trascendeva dal tuo post, ma riprendeva proprio l’eco di tanti Soloni nostrani che pensano che qui si è sull’Everest, mentre siamo appena in pianura.

        Io credo che in Italia occorra più umiltà nella scrittura. Qui da noi, vedo tanti scrittori dai più infimi, agli arrivati, che si credono dei geni universali. Non tutti è chiaro, Camilleri è squisito e modesto, Baricco, leggermente snob ma ama gli scrittori e letteratura. Però avverto quella sorta di cappa che proviene anche da certi critici e certi editor dove la puzza sotto il naso è proprio un olezzo di ipocrisia. Quel che bravi che siamo, a me inorridisce. Perché dirsi bravi significa stagnare, non crescere, non evolverci di pari passo con la scrittura dei nostri tempi.

        Io credo che gli scrittori italiani debbano essere umili e ambiziosi, e non è un ossimoro. Umili nello scrivere, prima di tutto, belle storie, storie coinvolgenti, storie il cui respiro non sia da paesello sotto casa. E ambiziosi nel non credere d’essere mezze seghe che starnazzano nella nostra piccola lingua, ma che possono ambire a palcoscenici internazionali. A puntare anche quel mercato americano, che si accorge della nostra esistenza solo sporadicamente, quando esce un Nome della Rosa, o una anonima Elena Ferrante.

        Sulla poesia hai ragione. Come poeti ci battono in pochi, anche se uno Spoon River, o colui che declamava Capitano mio Capitano, un po’ ci mancano.

        Ok, da disgraziato certificato… mi taccio. XD

      • Grilloz

        Per dare a Cesare quel che è di Cesare, negli ultimi 10 anni il Pulitzer l’ha vinto per 8 volte un libro edito da Penguin Random House o “publisher” dello stesso gruppo 😉

      • Grilloz

        Forse ho sbagliato, 7 su 10, di una non sono sicuro la metto tra i non appartenenti al gruppo.

      • Marco Amato

        Grazie Grilloz, prendo nota allora… anche ‘sto Pulitzer…

      • Grilloz

        Però nuon vul dire necessariamente che sia pilotato, anzi, probabilmente le case editrici grosse si accaparrano anche gli autori migliori 😉

      • Marco Amato

        Certo, ma lì il mercato è molto polarizzato dalle Big Five. Però spesso proprio le anomalie statistiche evidenziano le incongruenze. Uno dei più famosi e peggiori politici italiani diceva: a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina. 😀

  3. Il problema è complesso. A malincuore, non sono per niente filo americana, tocca riconoscere che Marco ha ragione. Franzen, Eugenides ed Egan. Ecco un trittico di Pulitzer da urlo, che non ha una corrispondenza in Italia. Cito Genovesi e mi fermo. Ma gli autori italiani sono solo quelli pubblicati da Mondazzoli & C.? Mi capita di trovare pezzi più interessanti nel Thriller Paratattico o in Sostiene l’autore, certo sono pagine, non interi romanzi, ma vedo una stoffa e mi appassiono più che in tanti romanzi che mi lasciano spesso perplessa a dir poco. Quindi in Italia secondo me si continuano a pubblicare libri-pista di pattinaggio, laddove l’autore non solo pattina ma, e con questa frase mi auto cito, non staccano mai le mani dal bordo della pista. Il trio di cui sopra invece ha addirittura ricoperto la scala a chiocciola di ghiaccio e si lancia, eh.

  4. @ Helgaldo, sai bene quanto adori anche te!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  5. Grilloz

    Tornando ai manuali e alla velocità, mi riferivo tra gli altri a questo:
    http://www.advancedfictionwriting.com/articles/writing-the-perfect-scene/, ma si trovano consigli analoghi. Anche qui ci sono consigli che possono essere utili, ma l’idea di un romanzo scritto così mi fa venire il fiatone 😛
    In ogni scena deve esserci un evento che produce una reazione, tutto deve essere veloce, tutto di corsa.
    La stessa suddivisione in scene mi lascia perplesso. La scena fa pensare al linguaggio cinematografico, ma la narrativa non è fatta solo di immagini, ci sono riflessioni, monologhi, flussi di coscienza e un’infinità di alternative impossibili in un film (quelle cose che il più delle volte rendono migliore il libro del film che ne è stato tratto, insomma).
    Poi dagli americani c’è molto da imparare, anche solo per il fatto che “scrittura” si studi all’università.

  6. E se uno volesse pattinare sulle scale a chiocciola?

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