Chiamatemi come volete

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Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

 

Chiamatemi Bond, James Bond. Alcuni giorni fa – precisamente l’ultimo weekend – avendo centomila sterline caricate sulla carta di credito per le spesucce di rappresentanza, pensai di andare al casinò di Montecarlo per cercare di entrare nelle grazie della conturbante agente della Spectre, che lì ha una copertura, e finire prima tra le sue lenzuola e poi con lei sull’isola dove ha il quartier generale il suo perfido capo. È il modo che ho io di fuggire alle avances che portano inevitabilmente al matrimonio con la segretaria della nostra sezione segreta e che, unica fra tutte, sa accendere la mia fantasia sessuale ogni volta che incrocio il suo sguardo poco indulgente nei miei confronti mentre lancio la mia bombetta sull’attaccapanni per fare lo splendido, centrandolo immancabilmente. Vivere al casinò è anche una buona scusa per evitare la depressione che si impossessa degli agenti segreti nei novembri umidi e piovigginosi di Londra, tutte le volte che incontrano gli informatori davanti alle agenzie di pompe funebri o mentre danno l’estremo saluto a qualche agente 01 e qualcosa, stecchito in missione per conto di Sua Maestà britannica. In quei casi il malumore è sì forte che solo puntando tutto sul 17, fregandomene altamente dei poveri che muoiono di fame, mi costringo a non varcare la soglia di una chiesa e vivere in castità nel prossimo quarto d’ora, e mi sento carico per passare all’azione con licenza di uccidere.

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9 risposte a “Chiamatemi come volete

  1. Chiamatemi Michele.
    Alcuni giorni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse fare, pensai di darmi al divertimento e all’alcol. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri, allora decido che è tempo di mettermi a bere al più presto. Per adempiere ai miei propositi, scesi nel solito bar che si trova sulla riva della Senna, a Montmarte. Alla terza bottiglia, quando finalmente si stava facendo largo in me la gioia di un vino rosso che aveva molto da condividere con l’aceto, entrò una bella figliola che doveva esser lì per sbaglio: pelle candida come quella di certe balene che si trovano di rado nel mare, spandeva attorno a sé la fragranza di primavere perdute che già promettono i frutti maturi dell’estate. Fu in quel momento che mi resi conto che in tasca avevo punti denari, ma sotto la tasca m’era cresciuta la voglia di ficcar il mio arpione in più morbidi lidi…

  2. Chiamatemi Avvocato. Signor Avvocato. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca, pensai di darmi alla giurisprudenza. È un modo che ho io di causare la malinconia (negli altri) e di regolare la circolazione di denaro (verso le mie tasche). Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, allora capisco che è tempo di convincere qualcuno a fare causa a qualcun altro.

  3. Chiamatemi Lisa. Io cerco il mare come Ismaele e mi affido alla bottiglia come Michele.

  4. iara R.M.

    Chiamatemi solo Iara.
    Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi denari e molti sogni in tasca, decisi di scoprire se riuscivo a essere brava in una delle tante cose che amavo fare, così provai a darmi all’arte del canto. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione delle emozioni. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle vetrine di abiti firmati e di andar dietro a tutte le sciocche tendenze del momento, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluta in istrada senza gettare metodicamente il malocchio alla gente, allora sento che è tempo di sedermi al mio pianoforte e di iniziare cantare fino a restare senza voce, fino a che le mani non si addormentano esauste su un delicato letto di note.

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