Il barile di Amontillado

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Diversamente da quello che si dice in giro, che in Italia non si legge, noto che sul territorio nazionale dalle Alpi alla Sicilia ci sia invece un fiorire di circoli letterari, club del libro, gruppi di lettura che si ritrovano a scadenze fisse in biblioteche, sedi di associazioni, e a volte anche a casa di amici per discutere il libro del mese. Immagino che anche sui social ci siano apposite pagine dedicate a chi è interessato a dire la sua sui libri. Insomma, i lettori ci sono e le letture di qualità non mancano anche da noi.

Mi sono chiesto se un blog personale come questo possa diventare anche una sorta di appuntamento fisso attorno a un testo da discutere, che non sia una mera dimostrazione di erudizione e di critica letteraria: sono atteggiamenti che non sopporto, e che neppure mi interessano. Quello che mi preme invece di un testo è la relazione che posso instaurare con lui da scrittore, cioè chiedendomi quali tecniche l’autore ha messo in atto per affascinarmi con la sua storia e la sua prosa.

Purtroppo non sempre sono in grado di portare alla luce tutti i segreti nascosti tra le righe di una storia. Ma se lo facciamo assieme forse ognuno di noi potrà dare un contributo decisivo a una lettura più profonda del testo, sempre in chiave da scrittore.

Perciò alla domanda se Da dove sto scrivendo possa diventare luogo di incontro per una lettura di questo tipo risponderei di sì. Ma quali testi scegliere, considerando che ognuno di noi ha già innumerevoli impegni di scrittura e no, e diventerebbe faticoso aggiungerne uno nuovo e così serio?

Ho pensato allora che ci si possa raccogliere attorno a un racconto invece che a un romanzo. Non ho mai sentito di gruppi di lettura interessati al racconto. Ve lo propongo allora come una novità assoluta, sapendo di affermare qualcosa di impreciso o errato. Però chi può smentirmi? Passa così poca gente da questo blog che non corro certo il rischio di essere sbugiardato clamorosamente.

E ora il racconto per verificare se la proposta piace: ho scelto Il barile di Amontillado, un famosissimo racconto breve di Edgar Allan Poe. Il mio suggerimento è di leggerlo da un libro, la lettura a video diventerebbe faticosa. La lettura – rilettura se già l’avete letto – è sempre un’attività che dà i suoi frutti migliori quando ci si posiziona comodamente in casa. Per chi non abbia voglia di allungare la mano fino allo scaffale, vi indico due link dove potete leggerlo in versione integrale senza spendere un euro. Il racconto lo trovate qui; alcuni dei più famosi racconti di Poe, tra cui quello che vi propongo oggi, li potete invece leggere o scaricare da Liber liber. Buona lettura.

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30 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

30 risposte a “Il barile di Amontillado

  1. Poe mi piaceva da ragazzino. Adesso lo trovo noioso e prevedibile.
    Non avevo mai letto questo racconto, ma quando ha portato Fortunato nelle catacombe era chiaro come sarebbe andata a finire.
    È scritto in prima persona, quasi un marchio di fabbrica per EAP. Che, realizzo solo ora, è una pessima sigla all’alba del terzo millennio.
    Ci sono molte cose che non mi tornano: l’uso del gotico per il gusto del gotico. L’accenno ai servitori che se ne vanno quando comandati di rimanere. I riferimenti al nitro. Tutte cose che si potrebbero togliere, senza che la trama ne risenta. Anche l’accenno alla massoneria: a che pro?
    Ma la domanda cui non so dare risposta è: “Che m’avrà voluto dire?” (da leggersi con la voce della Marchesini). Lasciando da parte lo stile, io di questo racconto direi: “Embé?”

    • In realtà ho scelto questo racconto per legarlo alla discussione che in queste ore stai tenendo sul tuo blog sulla backstory e sul lasciare al lettore una zona dove debba agire con l’immaginazione per completare l’informazione volutamente negata. Il meccanismo di questo racconto, a mio parere, è che tutta l’azione porta alla morte di Fortunato e alla vendetta pianificata da tempo da parte del protagonista. Manca però l’esplicita dichiarazione del movente per compiere un omicidio. Si parla di un insulto, ma non se ne conosce né la gravità né il motivo. Nelle righe finali ci si aspetterebbe una rivelazione, noi l’avremmo considerata necessaria, e invece questo non avviene. Ci viene raccontato di servitori, di massoneria, di un altro personaggio esperto di vino, che Fortunato non stima, di stemmi di famiglia. Di tanti elementi appartenenti alla backstory. E invece il movente del delitto non viene mai affrontato, restando solo nella mente del protagonista, piacevolmente soddisfatta per l’atto compiuto, ma che non è interessato a rivelarla al lettore.

      • Però manca una cosa fondamentale: l’interazione con Fortunato. La backstory, per quanto scritto da Poe, potrebbe anche essere un’invenzione del protagonista. Se avesse fatto un qualche scambio di battute, prima, sarebbe stato meglio. Se avesse fatto intuire un nesso tra questa vendetta e il motivo che l’ha originata (per contrappasso? analogia?) allora avrebbe fatto un lavoro migliore.
        Fortunato e il protagonista, invece, hanno lo spessore del cartone: uno vuole vendetta e l’altro ci casca come “una pera cotta”. Come meccanismo psicologico è assai improbabile, no?

      • Quello che voglio dire, è che vorrei un motivo per odiare a pelle Fortunato. Oppure per odiare il protagonista. Non voglio sapere che dei due abbia ragione, non mi interessa.
        Ma vorrei potermi identificare con uno dei due, invece di leggere la telecronaca di un muratore. Magari proprio con Fortunato, e soffrire per l’ingiustizia subita mentre la luce cala e i mattoni crescono. Sentire che manca l’aria non perché si consuma, ma perché l’altro è un bastardo. Suggellare la costruzione di quel muro con una maledizione, che faccia da contraltare all’omicidio e apra le porte a un seguito che non saprò mai.

        Ma non c’è nulla, di tutto ciò.

      • Spero che ci siano altre letture, altri commenti. In sostegno a quanto dici ma anche contrari. Tutto ciò che affermi è vero, è ragionevole, ma fa tanto manuale di scrittura. Siamo sicuri che un racconto funzioni solo se metto il lettore nella situazione migliore, spiegandogli tutto? Perché devo coccolarlo come uno stupido? Perché devo partecipare della rabbia del protagonista o provare pietà per la vittima? La mancanza di interazione, chi dice che è vietata? Fortunato si fida, e fidandosi il meccanismo si chiude in maniera semplice. Egli non sospetta minimamente delle intenzioni del protagonista, il quale cela il suo disegno a tutto il mondo, ma la sua azione è volta solo a raggiungere immancabilmente il risultato. Una parola su cui meditare: Fortunato. Nome scelto non a caso. Fortunato ma destinato a morire.

  2. Commento veloce Hel, senza leggere il racconto, mi riservo di tornare ma davvero in sti giorni sono cotta, solo per dirti “sicuro di incorrere in problemi di copy right pubblicando l’intero racconto?” Mi sembri un tipo assennato, ma ho preferito chiedertelo, ecco. Bacione

  3. Lo avevo già letto (Poe non mi dispiace come autore, trovo letterariamente ineccepibile la sua scrittura). Nel caso specifico del barilotto di Amontillado mi ha colpito meno di altri racconti, forse perché c’è questo finale un po’ troppo freddo… É come se mancasse qualcosa (la soddisfazione sadica del protagonista o la presa di coscienza della vittima, per dire), lo percepisco come “incompleto” per così dire.

    • Hai fatto un’osservazione interessante. Incompleto. Se dal punto di vista della prosa il racconto appare, come altri di Poe, ineccepibile, dal punto di vista della trama manca qualcosa che ci aspetteremmo, la presa di coscienza della vittima (meritata questa punizione per ciò che ho provocato o ingiusta perché sono innocente) o la soddisfazione sadica del protagonista (ti punisco perché mi hai cagionato questo o quel dolore). Questa incompletezza mi pare voluta, perché credo che Poe sia abbastanza padrone dell’espressività per rendere un racconto completo, se avesse voluto renderlo tale. Questa narrazione però forse punta ad altro, era interessato a raccontare altro, in una logica tutta interna. Quando leggiamo Hemingway o Carver ci pare normale che i finali ci lascino incerti, che non chiudano. Da Poe vogliamo sempre un racconto alla Poe, e quindi manca la soddisfazione. Se l’avesse scritto Carver…

      • Infatti è questo il punto. Da Poe mi aspettavo un finale più definito.

      • Questa è un’altra osservazione interessante, caro Ariano. Da Poe ti aspetti Poe, in un certo senso lo imprigioni nella produzione standard. Lettore-dittatore… E potrebbe diventare anche dettatore 🙂
        Anzi, visto che il self publishing punta anche a modificare la storia a seconda delle opinioni dei lettori, il dettatore potrebbe sostituire il lettore.

  4. Ottima scelta. Io passo per eccesso di impegni. Non ce la faccio proprio. Ma l’idea è bella e io stesso, in tempi migliori, cercavo un luogo in cui poter parlare di libri come in un circolo di estimatori, senza scendere troppo nel tecnico. Un luogo in cui parlare di libri come amanti dei libri, né più né meno. Credo che l’iniziativa possa avere successo. Se riesco, passerò per leggere i commenti. 🙂

  5. iara R.M.

    È una splendida idea. Appena ho più tempo commento il racconto. Buona giornata. 🙂

  6. Lo leggerò anch’io. A dopo! 🙂

  7. A me non è dispiaciuto.
    La mia attenzione non si è soffermata sul perché la voce narrante abbia voluto la vendetta per il “troppo” subìto, anzi a dirla tutta a me non ha incuriosito per niente sapere cosa possa avere determinato tanto odio. Ero interessata alla modalità in cui tale vendetta venisse messa in atto. E non ho cercato nemmeno l’effetto sorpresa, perché l’avere portato tal Fortunato nelle catacombe mi ha subito fatto pensare a ciò che sarebbe accaduto, ma ho voluto vedere come Poe conduceva e portava a termine questo racconto e ho gradito il sotterfugio per trarre in inganno lo sventurato, l’ingenuità di questi nel non accorgersi di nulla (anzi, il vendicatore gioca proprio sulle sue debolezze); il sarcasmo cinico con cui procede il racconto (Poe fa spesso riferimento al tintinnio dei sonagli del cappello, una cosa goliardica rispetto a ciò che sta accadendo, che crea un contrasto quasi grottesco).
    Tutto per me si collega a quel “bisognava anche che punissi impunemente”, cioè il racconto, alla fine, è solo una dimostrazione di questo: il vendicatore non si nasconde agli occhi di chi ha commesso il torto, ma non deve lasciare traccia riconoscibile della vendetta (infatti, i due vedono l’emblema il cui il motto è “Nemo me impune lacessit”).
    Ci sono letture che non necessariamente vanno indagate a fondo, almeno non questa!

    • Questa osservazione sul racconto mi piace. Aggiungo qualche altro particolare giocoso, che stride volutamente con la drammaticità della vendetta. Il continuo tentativo di far desistere Fortunato dal seguirlo, l’atmosfera scherzosa dovuta al carnevale a Venezia, e un pessimo giudizio non politically correct sugli italiani in generale.

    • Ma anche il riferimento continuo al nitro: è uno sfottò continuo: “da quanto tempo avete questa tosse?”, “la vostra salute è preziosa” – “vedete, pende come muffa”, “Passate la mano sul muro e sentirete il nitro. Oh, qui è molto umido!”. Il vendicatore sembra che si diverta e giochi con l’ingenuità della vittima.

      • Più ci si sofferma sui singoli particolari, più i singoli pezzi si legano, più il puzzle prende forma definitiva. Siamo capaci nelle nostre storie di inserire tanti elementi indipendenti che complessivamente portano a questo risultato?

  8. Ho creato una pagina fissa, la trovate nella barra in alto nel blog, Circolo Pickwick, per raggiungere in ogni momento i nuovi commenti riguardanti i racconti che verranno messi sotto osservazione.

  9. iara R.M.

    Io mi sento molto vicina all’opinione di Marina, ma aggiungo qualche mia riflessione. Quando leggo all’inizio: “Avevo sopportato del mio meglio le mille ingiustizie di Fortunato; ma quando poi arrivò all’insulto, giurai di vendicarmi”, mi sembra chiaro che di episodi ce ne siano stati così tanti che elencarli sarebbe inutile; anche l’insulto, la goccia che fa traboccare il vaso, diventa un dettaglio, nel senso che il protagonista ha già deciso di vendicarsi e non cerca approvazione, dice solo che ha deciso di farlo, punto. Anzi, poco più avanti da per scontato di essere intimamente conosciuto dal lettore, quando dice: “Tuttavia, voi che ben conoscete la natura dell’anima mia, non supporrete, certo, ch’io gli abbia rivolta una sola minaccia. A lungo andare, dovevo esser vendicato”.
    Mi sono chiesta: quale può essere il movente che porta un uomo normale a provare un odio tale da arrivare a commettere un omicidio così premeditato, curato in modo da restare impunito e da cercare soddisfazione nella sofferenza della vittima?
    Beh, certamente non un insulto! Subisce (non si sa cosa), resta in un controllato e amichevole silenzio e intanto cova. Qui dico: Ehm…
    La mia conclusione è che l’autore mi stia descrivendo un uomo con un equilibrio mentale a dir poco precario; un uomo che riesce a farsi ritenere normale, ma che in realtà non lo è. Quindi, se prendo per buona questa idea, non mi serve più a molto conoscere le ragioni di un pazzo. Invece, seguo la modalità con cui mette in atto l’omicidio, l’espediente che usa per trarlo in inganno e anche quando capisco che lo scopo è farlo ubriacare per poterlo incatenare più facilmente, per poi lasciarlo lì a morire, non smetto di leggere, voglio andare fino alla fine. Vivo la freddezza del protagonista che conduce l’ignaro Fortunato alla morte e assapora l’avvicinarsi del momento in cui avrà la sua vendetta; e resto con lui, mentre si gode la sua vittoria alla fine. Tutto questo è inquietante. Forse, lo scopo dell’autore era questo: generare paura. Mostrare quanto di mostruoso possa celarsi dietro a insospettabili volti amichevoli. L’accenno ai servitori che se ne vanno quando comandati di rimanere, ha lasciato perplessa anche me, ma riflettendoci potrebbe essere il modo di Poe, per sottolineare una logica alquanto contorta del protagonista o forse, per evidenziare che lui, non è considerato molto autorevole neanche dai suoi servitori. Di contro, c’è tutta l’astuzia dell’organizzazione del piano. Il nitro che toglie ossigeno e costringe il povero Fortunato con la tosse a bere, per trovare sollievo. Oddio, tutto questo macchinare, a me, sembra tipico di un pazzo !!!

    • Grande Iara, hai evidenziato un altro punto importante della storia. Chi ce la racconta si propone al lettore come un uomo normale che ha subìto dei soprusi, come se fossero un dato di fatto così evidente e noto da non doverlo neppure spiegare. Potrebbe però essere del tutto pazzo e ritenere di essere stato insultato quando così non è. Tant’è che mai Fortunato ha sentore delle intenzioni del protagonista, e si fida ciecamente di lui.
      Un racconto apparentemente semplice e lineare, si sta rivelando più complesso e articolato di quanto le parole sembrino dire a una prima lettura. Quanto meno le possibili interpretazioni, e quindi il ruolo di discernimento del lettore, sono molteplici e a più livelli.

  10. Grilloz

    Ok, lo leggo, ma poi dove ci si trova a bere e mangiare con la scusa di parlare del racconto?

  11. Altro aspetto che trovo interessante di questo racconto è l’incipit: «Avevo sopportato come meglio potevo le mille offese di Fortunato; ma la volta ch’egli si lasciò andare ad insultarmi, giurai vendetta». Mi pare molto simile, come musicalità a quest’altro: «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato».

    Ci sarà un modo migliore di altri di iniziare alla grande? In un certo senso in questa prima frase sia per l’uno che per l’altro c’è la sintesi di tutta la narrazione.

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