L’Eco di Helgaldo

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Pochi ore fa ci ha lasciati Umberto Eco. Non mi aggiungo alla processione di necrologi, ritratti, discussioni che la sua scomparsa genererà nei media e in rete, magari anche in qualche blog di scrittura, che ci ricorderanno quanto è stato importante e unico il suo ruolo nella cultura italiana contemporanea.

Preferisco ricordarlo a modo mio, con ironia e sarcasmo, riproponendovi le Quattro stagioni di Eco, un post del 23 febbraio 2015, il quale per una strana coincidenza fu scritto quasi esattamente un anno fa: in esso narravo il mio personale «rapporto» con il Professore.

 

Milano è una città anonima, dove puoi tranquillamente camminare per strada tra migliaia di persone senza incontrarne mai nessuna. Questo isolamento può durare anni, a volte tutta la vita.
A me capita invece di incontrare qualcuno, più di quanto voglia io stesso ammettere. Per esempio Umberto Eco, il grande, il mitico Umberto Eco, io a Milano l’ho incontrato più volte.

La prima che ricordo è stata in zona Brera, uno dei quartieri più antichi e caratteristici della città. Se ne stava su un marciapiede, intervistato da un giornalista con tanto di microfono in mano e telecamera alle spalle a immortalare il famoso semiologo, nonché scrittore. In quell’occasione l’Umberto mostrava un libro alla telecamera, non so quanto fieramente. Un suo libro immagino.
Passavo di lì e mi sono detto: «Io questo lo conosco, ma sì, è Umberto Eco!». Ovviamente ho proseguito perché me ne andavo per i fatti miei, e poi mi pareva ineducato e stupido fermarmi per la strada, zona Brera, neanche fosse un calciatore a cui chiedere l’autografo.

Qualche minuto dopo però sono tornato sui miei passi: avevo sbagliato strada. E chi ti incontro? Umberto Eco, ovviamente, che ora con il suo libro in mano viene dalla mia parte. L’intervista era finita e lui se ne andava verso le sue occupazioni. I nostri occhi si sono incrociati per un attimo, ma lui ha abbassato lo sguardo quasi vergognandosi della televendita di poco prima. «Ebbene sì, sono un intellettuale. E guarda cosa mi tocca fare per vivere». Almeno, questa è stata l’opinione che mi sono fatto di quegli occhi che si dirigono verso il marciapiede anziché proseguire dritti e fieri.
Però potrebbe essere tutto un mio pregiudizio, e lui gli occhi nemmeno li ha abbassati. Forse è andata così.

Comunque passano gli anni, tre o quattro almeno, e io me ne vado in una calda serata estiva a passeggio su e giù per via Dante, una delle principali strade pedonali nel cuore di Milano. E chi ti incontro a un certo punto: lui, Umberto Eco, che cammina tra la folla, questa volta in compagnia di un signore più o meno della sua stessa età. Niente bella ragazza al fianco, alla moda dei calciatori, ma un grigio compagno di passeggio, forse nemmeno intellettualmente attraente, perché il professore si rivolge a lui a monosillabi stentati.
Mi chiedo dove sia diretto, dove vada. A una conferenza? A un simposio? A ritirare un riconoscimento alla carriera? Sembra sia semplicemente a spasso, senza meta, come può oziosamente passeggiare un turista sfinito alle sette di sera di un venerdì afoso in una città come Milano.

Avrei voglia di chiedergli qualcosa, ho da poco acquistato Apocalittici e integrati, ma non l’ho ancora aperto. Se poi mi interroga rischio la figuraccia, meglio lasciar perdere. In realtà vorrei fargli una domanda cattiva delle mie, tipo: «Dopo la tua bellissima introduzione a Segno, che mi fa venir voglia di dedicare tutta l’esistenza che mi rimane alla semiotica, perché poi non scrivi in modo che anche noi comuni mortali possiamo capirci qualcosa, e non sentirci tutti delle scimmie?». Però rinuncio, è così placido e rilassato nel suo incedere. E poi un libro di trenta-quarant’anni fa, cosa vuoi che si ricordi?
Nel frattempo è già svanito tra la folla, ma lo rivedo nei giorni successivi, sempre nella stessa via, sempre alla stessa ora, kantianamente deambulante, questa volta senza compagnia.

Chissà quali sono i pensieri di un semiologo di fama, dell’autore del Nome della rosa, dell’ospite di Fazio, a passeggio per Milano. Ecco, fossi Fazio glielo chiederei: «Professor Eco, a che cosa pensa quando passeggia per via Dante a Milano in un’afosa serata estiva?». Queste sono le vere domande che bisognerebbe rivolgere ai personaggi alla Eco. Domande ordinarie a personaggi straordinari. Farli sentire un po’ come noi per farci sentire un po’ come loro.

Il nostro diventa così un «incontro» quotidiano per parecchi giorni a fila. E poi si conclude nel peggiore dei modi. Non dimenticherò mai quella sera.

Lo vedo a un tavolo, da solo, seduto nel dehors di un ristorante di via Dante, circondato dai turisti giapponesi. Fissa il vuoto, imperscrutabile. Poi entra in scena il cameriere con la pizza.
Te lo immagini il semiologo di fama mondiale, il creatore di Gugliemo da Baskerville, di quel «giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo…», te lo immagini Eco che scorre una banale lista sul menu: margherita, napoletana, capricciosa, siciliana, boscaiola e via scendendo fino a quella che soddisfi il suo palato?

Sarei dovuto fuggire pur di non sapere, pur di non vedere la sua scelta, per conservarlo nell’olimpo della letteratura e non precipitarlo in mezzo a noi.
Invece, purtroppo, sono rimasto lì impalato.

Non vi dirò che pizza ha ordinato, i miti non mangiano. I miti pensano, riflettono, scrivono. La pizza no.

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7 commenti

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7 risposte a “L’Eco di Helgaldo

  1. Però Helgaldo anche tu sei sempre in Via Dante! 😀 Sarà il nome della via? Io non l’ho mai incontrato. Domande ordinarie a personaggi straordinari. Farli sentire un po’ come noi per farci sentire un po’ come loro. Questa tua frase è molto bella.

  2. Sono la solita Sandra, anche se è sparita la foto.

  3. Me lo ricordavo bene il tuo post, ma l’ho riletto volentieri. 🙂

  4. iara R.M.

    Ci sono momenti in cui i ricordi che abbiamo di alcune persone diventano un dono prezioso.

  5. Simona C.

    I veri “grandi” spesso non si sentono tali. Sanno di fare cose grandi e sanno di avere successo, ma si sentono normali. Sono sempre rimasta stupita, quando ho avuto la fortuna di incontrare i miei idoli, di trovarli straordinariamente normali, gentili, alla mano. A qualcuno ho chiesto di fermarsi a fare una foto insieme, ai tempi della pellicola, quando aspettavi una settimana di ritirare il risultato dal fotografo e trovavi in primo piano il dito dell’amico che ha scattato la foto, gli telefonavi con il gettone per maledirlo consapevole che un’occasione del genere non sarebbe capitata di nuovo. Resta però il ricordo di quel momento, della storia nascosta dietro il primo piano di un dito, quando una persona straordinaria ha condiviso un sorriso con una persona ordinaria.

  6. Insomma, anche se negherai, facevi lo stalker di Eco… o, se preferisci, un eco-stalker. XD

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