La ministra petalosa

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È di ieri la notizia che Matteo, un bambino di sette anni, dovendo unire degli aggettivi a un sostantivo per un compito di grammatica, ha scritto che il fiore oltre che profumato è petaloso. La maestra, resistendo alla tentazione di usare la penna rossa per la correzione, trovando l’aggettivo bello e poetico, decide di chiedere alla Crusca un parere di ammissibilità per questa inusuale creatività linguistica. E dopo tre settimane la Crusca manda una lettera a Matteo e alla sua classe dove tra le altre cose dice: «Caro Matteo, la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano come sono usate parole formate allo stesso modo. La tua parola è bella e chiara. Bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a scrivere e a dire “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano».
Questa bella favola linguistica ha fatto immediatamente il giro virale del web, e dopo poche ore un altro Matteo ha dichiarato che il progetto del Dopo Expo è petaloso, rilanciando così l’hashtag #petaloso sui social.

Ora, che petaloso sia una parola bella e chiara a me pare evidente, anche senza l’imprimatur della Crusca. I due Mattei possono usarla in tutti gli ambiti che ritengano appropriati. La bellezza delle lingue vive è che si evolvono come gli organismi e generano nuovi termini che forse diverranno adulti se in tanti inizieranno a usarli per esprimersi. Della creatività linguistica se n’è già parlato nell’Angolo di Donata, a proposito della sbirritudine. Petaloso è solo un’altra dimostrazione che per chi scrive non ci sono confini per la creatività linguistica.

Quello che invece mi sorprende è che gli stessi che sono piacevolmente sorpresi da petaloso, e da oggi lo sostengono, continuano a contrastare la ministra, l’ingegnera, l’avvocata, l’architetta, l’assessora che pure hanno già superato l’esame della diffusione linguistica e sono entrate a pieno titolo nei vocabolari. Forse però non hanno la stessa musicalità di petaloso, e per molti suonano male, anche se non sono musicisti.

Infine una nota sui social. Applaudono alla Crusca per aver risposto al quesito di un bambino, incoraggiando la sua idea. Ma se fosse stato l’altro Matteo il primo a usare petaloso per definire il suo progetto? Avrebbero invece gridato scandalizzati che il termine non è incluso nei vocabolari, e se la Crusca si fosse permessa di sostenerne la bellezza e la chiarezza sarebbe stata accusata di visione linguistica filogovernativa.

 

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19 commenti

Archiviato in Dove vanno le parole

19 risposte a “La ministra petalosa

  1. Grilloz

    Parlo del mio campo: ingegnera non si può sentire 😛 (già ingegnere suona male) e in ogni caso le donne ingegnere sono già abbastanza discriminate senza il bisogno di sottolinearne il loro sesso. Per me ingegnere è chi fa uso dell’ingegno, donna o uomo che sia.

    P.S. comunque sul petaloso non è che tutti i pareri sono concordi 😛

    • Un passo di Cecilia Robustelli, direttamente dal sito della Crusca. Poi le opinioni sono opinioni, e si può pensarla come si vuole, ma la linguistica è una cosa seria. 🙂

      Qual è la ragione di questo atteggiamento linguistico? Le risposte più frequenti adducono l’incertezza di fronte all’uso di forme femminili nuove rispetto a quelle tradizionali maschili (è il caso di ingegnera), la presunta bruttezza delle nuove forme (ministra proprio non piace!), o la convinzione che la forma maschile possa essere usata tranquillamente anche in riferimento alle donne. Ma non è vero, perché maestra, infermiera, modella, cuoca, nuotatrice, ecc. non suscitano alcuna obiezione: anzi, nessuno definirebbe mai Federica Pellegrini nuotatore. Le resistenze all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali ricoperti da donne sembrano poggiare su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono, celatamente, di tipo culturale; mentre le ragioni di chi lo sostiene sono apertamente culturali e, al tempo stesso, fondatamente linguistiche.

  2. Infatti si è scatenato, a quanto so, anche un anti petaloso abbastanza ridicolo. Gli scrittori inventano da sempre, come non ricordare la mia allungatoia? Bacione

  3. Ha fatto bene la maestra a scrivere.
    Ha fatto bene la Crusca a rispondere.
    Tutto il resto? È noia. 🙂

  4. Porca miseria! Dovevamo lanciare l’hashtag ai tempi…
    In quarta elementare, mio figlio scrisse in un suo compito che la mattina faceva colazione con latte e mottinello. La maestra gliel’ha strasegnato in rosso, PERCHÉ LA PAROLA NON ESISTE, ENRICO!
    Non m’è venuto in mente di rivolgermi alla Crusca, però… soltanto in casa mia abbiamo continuato a chiamare le merendine così! 😛

    • Grilloz

      Ahhh, ora ho capito cos’è un mottinello, ma quindi vale per buondì, girella, …?

    • Motti da Motta? Nello da tinello? Sai, mi hai fatto venire in mente Lessico familiare.

      • Un diminutivo, vezzeggiativo. Mottino, sì, suppongo venga dalla marca Motta: piccola merenda Motta. Mottinello, perché consumata nel tinello?
        Non lo so nemmeno io. 🙂
        E se scrivessi all’Accademia?

      • Oggi faccio il saccente, senza esserne all’altezza. Mottinello la Crusca lo catalogherebbe come idioletto, cioè la lingua individuale, la particolare varietà d’uso del sistema linguistico di una comunità che è propria di ogni singolo parlante. Termine quindi ben compreso all’interno della tua famiglia. Ma non esportabile ad altri. In ufficio abbiamo, per esempio, il pippiolotto… Cosa sarà mai?

      • Ma che Accademia e Accademia, qua abbiamo super Helgaldo che può permettersi di fare il saccente quanto vuole, che gli riesce sempre bene! 😀

  5. Stiamo diventando un paese frivolo.
    Anzi, forse lo siamo sempre stati.

    • Ogni tuo commento è una sferzata. Ma il pensiero è rimasto nella tastiera, puoi articolarlo più in profondità? È frivolo occuparsi di petaloso, di ministre, di tutto questo insieme?

      • “Frivolo” nel senso che mi sembra sia stata data un’attenzione esagerata a questa cosa, ne hanno parlato addirittura i telegiornali Rai! Fossero stati quelli merdaset lo avrei capito, loro da tempo hanno elevato cose del genere al rango di notizia, ma la Rai…!!!
        Idem col fatto della ministra e della sindaca (se ricordi ci ho fatto un post apposito proprio per scherzarci su). Per come la vedo io – ma forse sono strano io – se in un altro paese qualcuno avesse sollevato il problema “Ma è corretto dire ‘ministro’ se la carica è occupata da una donna? Non è una forma di maschilismo?” probabilmente gli avrebbero risposto “Si vede che non hai proprio niente da fare tutto il giorno, eh?”.
        Invece qui da noi diventa oggetto di dibattito, di prese di posizione, di sdegno per chi non si adegua e si ostina a dire “ministro” o “sindaco” anche se si tratta di una donna…
        Ecco, questa è frivolezza secondo me: trattare come una questione seria e importante una faccenda che seria e importante non lo è affatto. In questo senso stiamo diventando un paese frivolo o forse, rammentando certe situazioni del passato (vedi il serioso dibattito dei primi anni ’90 su quanto fosse “di destra” o “di sinistra” andare McDonald o indossare i jeans o leggere “Il signore degli anelli”) lo siamo sempre stato…

      • Come al solito tocchi punti importanti, mi viene quasi voglia di farci un post. Hai ragione a non dare troppa importanza alle parole, ma ai fatti. Oggi però anche le parole diventano fatti, dalle parole si originano i fatti. Siamo nella società liquida e saper parlare vale più di saper fare. Ci ritorniamo sull’argomento.

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