La non scrittura di Michele

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«Qualche sera fa riflettevo sull’importanza di quella cosa che gli americani (sempre loro!) chiamano backstory. In effetti l’insieme dei retroscena di una storia, retroscena che però non trovano posto tra le pagine se non per rimandi e allusioni, è quello che “fa” davvero il libro. Ok, la scrittura. Ok, la trama. Ok, l’uso della lingua. Ma quello che aggancia il lettore è proprio tutto quello che lo scrittore NON scrive: è lì che chi legge deve fare lo sforzo e attivare la propria immaginazione, ed è quello il momento in cui davvero il lettore si proietta all’interno della storia, colmandone i buchi con immagini di sua scelta. Immagini, giocoforza, che gli saranno gradite e che quindi gli renderanno tutto il resto piacevole.
Vista così, la scrittura diventa una specie di “negativo” di una storia. Lo scrittore compone “il soverchio” per dirla con Michelangelo, lasciando al lettore il compito di immaginare la sua statua».

Questo è quanto scriveva Michele Scarparo qualche tempo fa sul mio blog riguardo al valore della non scrittura.

Nei giorni successivi abbiamo provato a mettere in pratica la sua osservazione, partendo da un brano dato che però non è riuscito a farci esprimere al meglio l’indicazione narrativa. Ho riflettuto sul motivi del fallimento, e sono arrivato alla conclusione che quel brano, il famoso thriller paratattico, narra una storia «carica» di trama, dove non ci sono punti di inserimento del non detto. Insomma, le parole si compattano in un blocco unico e non c’è spazio per allusioni, richiami, storie precedenti.

Per poter avere «il negativo» di una storia, come dice Michele, occorre invece che la storia principale sia minima, praticamente inesistente. Se la storia è fatta di niente (un uomo e una donna in gioventù hanno avuto una fugace relazione, si ritrovano per caso nello stesso albergo dopo quarant’anni con le rispettive famiglie, hanno un breve dialogo imbarazzato dove emerge che il passato ha o non ha lasciato traccia di questa esperienza di gioventù), ecco che allora la possibilità del non detto, del non scritto, dell’allusione, può diventare il protagonista della storia. Cioè si può alludere alla relazione, ai sentimenti che ha suscitato, senza mai dire che sono stati amanti, senza descrivere dove e come hanno vissuto questa esperienza comune in gioventù. Credo che l’affermazione di Michele diventi in questo caso narrativa di alto livello. Ma voi le sapete scrivere le storie fatte di niente, che non vuol dire storie scritte male?

Provate a scrivere l’incipit di questa, mettendo un’allusione, un non detto nelle prime parole, nella prima immagine. L’effetto potrebbe anche sorprendervi.

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67 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

67 risposte a “La non scrittura di Michele

  1. Uh, che figata di idea! Me la conservo per il weekend. Quindi in definitiva per creare una vera back story occorre un romanzo groviera, con il bitto non funziona. Basta saperlo. Bacione.

  2. Avrei potuto incollarti l’incipit del romanzo che sto riscrivendo. Come dice “Lucarelli”: “Paura, eh?”. Invece no: te ne faccio una nuova solo per te. Che culo.

    Come avrei potuto dimenticarmi quegli occhi? Non avrei mai potuto e infatti erano stati la prima cosa che avevo visto, appena arrivata al bar. Solo quelli, con la loro sfumatura di verde così particolare, in mezzo a decine di altri: indifferenti occhi marroni, neri, azzurri. Io li avevo visti; loro mi avevano vista.
    Il brusio sovrastava qualsiasi altra cosa: rumore di tazzine e bicchieri. Bocche che ridono, chiacchierano del tempo, mangiano paste e tramezzini. Gli ordini per il barman rimbalzavano tra i tavoli di plastica scura e il bancone facendo lo slalom insieme al cameriere; il locale sfoggiava la migliore tradizione dell’arredamento moderno e minimalista, cioè quello che deve avere un bar del quartiere degli affari. In particolare in una grande città, che viva del grasso che cola dalle banche. Con un po’ di attenzione si poteva sentire, sotto il frusciare delle giacche e delle cravatte, anche quello delle banconote che venivano scambiate sotto forma di favori e false amicizie. Do ut des: quella era la moneta vera che circolava, là.
    Lui era al banco, che finiva di sorseggiare la sua tazzina. Io ero in coda alla cassa, in attesa del mio turno. Occhi negli occhi, come un ponte che ricongiungesse due sponde lontane nel tempo. Molto lontane. Vent’anni, forse. Più di sedici, certamente: mio figlio, su in camera con suo padre, dava una misura certa di quella distanza. Lui si era mosso nella mia direzione, osteggiando quella finta indifferenza che ricordavo fin troppo bene. Il mio cuore aveva accelerato; le ginocchia erano meno stabili di quanto desiderassi. Una vampa di calore era scaturita dai recessi della mia anima. O forse erano stati solo i ricordi, stappati dopo un invecchiamento degno delle migliori produzioni di champagne. Avevo infilato le mani in tasca, per paura di veder tremare le dita.
    Quando era stato accanto a me aveva parlato senza guardarmi, come se fosse stato solo un caso.
    — Ciao. Sei sola?
    Io avevo cercato i suoi occhi, che adesso fissavano l’uscita, cercando di deglutire il nodo che mi bloccava la gola. Lui aveva scosso la testa al mio silenzio; quindi mi aveva guardata e il suo sorriso era stata la lama che mi aveva trafitto, completando l’opera.
    — C’è anche lui, vero?

    • Mi pare che hai interpretato bene il suggerimento. Se posso aggiungere una nota, tanto più l’informazione della back story è sfumata, centellinata, tanto più è gradevole arricchire il puzzle, senza doverlo per forza completare. Capisco anche che questo sia un esempio «distillato»: quando si scrive un romanzo si potrebbero forse rendere ancora più trasversali i riferimenti. Devo pensare un esercizio per verificare questa proprietà.

  3. Quanto alla tua teoria: sì, è ragionevole. Io, in maniera molto meno lucida, ero arrivato a una conclusione simile suggerendo di allungare il brano (per esempio aggiungendo un secondo finale). Il parallelo a questo punto sfocia in questo: le storie “di trama” sono quelle di scultura additiva, tipo argilla.
    Le storie basate sui personaggi, invece, sono quelle di scultura “sottrattiva”, che lasciano il soverchio.

    PS: ma che razzo sarà mai la scultura “sottrattiva”?

  4. Grilloz

    Provo:

    «Giorgio, ma sei proprio tu?»
    Lui si gira, la guarda stringendo un po’ gli occhi, le labbra socchiuse. Il volto della donna gli è famigliare ma non riesce ad associarlo ad una situazione o ad un luogo. Lei si avvicina di un passo, fa per porgergli la mano, poi la ritrae, reclina leggermente il capo distogliendo per un attimo lo sguardo, poi lo fissa di nuovo.
    «Dai, non ti ricordi? È stato proprio qui, quanto avevamo… vent’anni?»
    Lui comincia a ricordare, quell’albergo, quell’estate, quella notte, quella finestra aperta su un cielo stellato.
    «Sono Laura».
    E lo dice giungendo le mani e abbassando lo sguardo mentre un accenno di rossore le colora le guance.
    «Sì…» e mentre lo dice si volta d’istinto come a perlustrare la hall.
    «… ora mi ricordo».
    Forza un sorriso che non riesce a celare l’espressione imbarazzata degli occhi. Intanto una donna lo raggiunge da dietro e gli prende il braccio appoggiandogli la testa sulla spalla.
    «Amore, lei è Laura, i nostri genitori venivano sempre qui in villeggiatura…»
    «Piacere»
    «Piacere»
    Le due donne si stringono delicatamente la mano, sorridendo solo con le labbra.
    «E… come va?»
    «Mamma, mamma!»
    Una bambina arriva di corsa, Laura si gira, si china e l’abbraccia, nascondendole i suoi ricordi.

    • Grilloz

      Ehm, refuso, “che non riesce a” ovviamente manca un “celare” :$

    • Direi che siamo sulla strada giusta, anche se vale l’osservazione che ho fatto del brano di Michele. Si tratta di celare pur dicendo, usare più trasversalità. Aggiungerei che manca la drammatizzazione, cioè un’ombra – solo un’ombra – di conflitto. Credo che vi chiederò a breve, partendo da una scena base, di svilupparla in questa direzione. 🙂

      • Grilloz

        Eh, sì, forse ho celato un po’ troppo, ho messo quella frase: “Lui comincia a ricordare, quell’albergo, quell’estate, quella notte, quella finestra aperta su un cielo stellato.” sperando di far intuire al lettore la situazione, ma forse ho preteso un po’ troppo, magari potrei aggiungere al periodo “quel corpo nudo illuminato dalla luna” per rendere più chiaro l’episodio, senza però svelare troppo, cosa ne pensi?
        Quanto al conflitto, il protagonista si trova di fronte ad un’ex fiamma con la moglie accanto, più conflitto di così 😛 non so se sei sposato ma… io mi sarei cagato sotto 😀
        La verità è anche che inserire un conflitto che riguardi la storia, nel caso di una storia lunga, richiede almeno di sapere cosa succede dopo, al momento non ne ho la più pallida idea 😛

        P.S. grazie per il refuse correction 😉 sono ancora in dubbio su quel “celare l’espressione imbarazzata”, non è un po’ un tell don’t show?

      • Commentando in poche battute rischio di portarti fuori strada. Quando parlo di conflitto, e soprattutto di drammatizzazione, non intendo il confronto tra due donne per un uomo nella dinamica della trama. La parola ha per me il significato «tecnico» di confronto tra i due personaggi principali. Se anziché iniziare con Giorgio sei tu?, che è piatto e scontato, partiamo dalla riga successiva siamo in una situazione di maggior tensione drammatica in senso tecnico, perché ci mancano le coordinate reali, e quindi abbiamo un vuoto di relazione da colmare successivamente. Diciamo che la scena è più ricca di potenzialità drammatiche.

        Lui si gira, la guarda stringendo gli occhi, le labbra socchiuse. Il volto della donna gli è famigliare ma non ricorda perché. Lei si avvicina di un passo, gli porge la mano, poi la ritrae, reclina leggermente il capo distogliendo per un attimo lo sguardo, poi lo fissa di nuovo.
        «Dai, non ti ricordi?»
        Lui comincia a ricordare. Un cielo stellato, una finestra aperta.
        «Sono Laura».

        Siamo alla quarta riga, ma molto più interessati. Non abbiamo ancora svelato nulla di Giorgio né della relazione tra i due. Questo, ovviamente, è solo un esempio fra tanti possibili.

        Se poi in questo istante arriva la moglie, ecco che il dialogo è interrotto e la drammaticità, anche rispetto alla trama, è maggiore. Devo ammettere: la drammaticità non sta nel confronto tra le due donne, ma in lui che è dentro una situazione imbarazzante e pericolosa.

      • Grilloz

        Grazie mille Hel, ci devo studiare 😉 però mi sono divertito a scrivere cercando di immaginare tutta la gestualità. Sì, il conflitto è quello di lui, che si trova in una posizione difficile, sai quanto sono gelose le donne delle ex 😛

      • Primo, siamo qui per divertirci. Anche secondo. 🙂

      • Grilloz

        Infatti sono qui per giocare seriamente 😛

  5. Anche io voglio farlo! 🙂
    Mi piace questo esercizio!

  6. Grilloz

    Provo ad estendere un po’ il discorso, quando uno scrive una storia autobiografica, la back story la conosce tutta, perchè l’ha vissuta, ma naturalmente non la racconta tutta, eppure qualcuno di quegli episodi del passato lo porterà a compiere certe azioni che compariranno nel racconto. Ad esempio se racconto un episodio del mio lavoro in Germania, ovviamente alla base ci sarà il motivo che mi ha portato a lavorare in Germania, e magari quel motivo ha anche una parte minimale nella storia anche se non viene narrato. Il problema è che quando si racconta una storia non autobiografica tutte queste cose vanno inventate prima che sapute 😉

    • Scrivere un romanzo si complica. Bisogna farne due, in pratica: uno che rimane dietro le quinte e uno, riveduto e corretto, che farà la sua comparsa sul palcoscenico.

      • Grilloz

        Sì, ma non è che la backstory la devi scrivere, non la leggerà nessuno a parte te (e poi distruggi tutto, che magari qualche pronipote tra cent’anni li pubblicherà come inediti :D) per la back-story dovrebbero bastare delle cronologie, delle liste, degli appunti, insomma.

      • Ottima considerazione, Marina. Ecco un buon motivo per non iniziare un romanzo, bisogna scriverne due. Non mi beccano.

    • La storia dovrebbe essere sempre la famosa punta dell’iceberg. Deve però in qualche modo presupporre tutta la base sommersa per poter reggere.

  7. La cosa assurda è che, per uno di quei casi assurdi cui si dà il nome di petaloso – cioè, scusa, volevo dire serendipità – sto leggendo proprio stamattina “Il fantasma esce di scena” di Roth. A un certo punto, quasi a metà, c’è proprio la scena che chiedi. Te la incollerei, se non fosse che è un po’ lunga (e non può essere contenuta nel margine troppo stretto di questa pagina, cit.).

  8. Hel, mi spiace non lo posso pubblicare. Lo tengo per il racconto del 10 marzo e linkerò il post perché ta daaaaaaaa è l’incipit del mio nuovo romanzo concepito oggi grazie a te. La strada è lunga, si sa, ma ti devo comunque uno spritz, Lo bevi lo spritz vero? GRAZIE! 😀 TI ADORO

  9. Anch’io mi riprometto di ritornare. Ho qualche idea, ma pochissimo tempo, ahimè…

  10. Anch’io domani…
    Oggi proprio nun se pò! 🙂

  11. Non sono molti, a quasi settant’anni, a guardare la propria moglie pensando di essere uomini fortunati. Emilia ha una sua bellezza aristocratica che non si è lasciata domare dall’età. Seduta sulla sdraio, all’ombra per non rovinare la pelle, getta verso il mare il proprio sguardo pervinca privo di recriminazione. È una donna con cui ci si può ancora godere la vita, pensa Andrea, fare un viaggio, andare a teatro o al cinema, discorsi ancora privi di cateteri, interventi e altre angosce da casa di riposo.
    – Ecco l’acqua tonica – dice, mentre la raggiunge e le porge la lattina. – Cosa stai guardando?
    – Quel ragazzo… Oddio, avrà quarant’anni, quello col bambino col costume azzurro. Ti assomiglia tantissimo.
    – Mi assomiglia? È bello che tu mi trovi uguale a un ragazzo, cara.
    Ma la moglie ha ragione. Quell’uomo che gioca, presumibilmente, con il figlio, gli somiglia. I capelli chiari, il naso dantesco. Andrea sa di non essere mai stato bello. Particolare, gli dicevano le donne. Ebbene, quell’uomo è particolare al suo stesso modo.
    – È un po’ che lo osservo – continua Emilia. – È qui con il figlio e sua madre. Lei è laggiù, col prendisole rosa… Lo so che è sciocco, pensarci adesso… Saremmo potuti essere nonni di quel bambino biondo…
    – Senza un solo giorno libero, schiavi dei suoi capricci – sbuffa Andrea.
    Intanto guarda la donna col prendisole rosa. Il modo con cui tiene la rivista che sta leggendo, con una mano sola. Perché nell’altra, pensa d’istinto, ha due dita dai tendini lesionati da un vecchissimo incidente. Un ricordo che neppure sapeva di aver conservato.
    Guarda ancora il figlio di lei, con il suo stesso naso, con i suoi stessi capelli. Insieme al bambino sta risalendo verso gli ombrelloni.
    – Vieni, Emilia, andiamo a fare due passi – dice.
    Non vuole scoprire se lui abbia gli occhi grigi, come lui, o neri, come la madre. In ogni caso non vuole incontrarli. Non saprebbe come fare.

  12. Errata corrige:
    – Mi assomiglia? È bello che tu mi trovi uguale a un ragazzo, cara.

  13. Un inizio, nessuna fine. Il tempo sospeso per quaranta lunghissimi anni. E un sogno infranto.
    Non l’aveva mai dimenticata.
    Ora era lì, appoggiata alla ringhiera della terrazza, di fronte al più bel panorama dipinto dalla natura, che era rimasto immutato da allora. L’aveva riconosciuta subito, con i suoi capelli raccolti, il biondo sostituito da un velo di canizie e una donna più giovane al suo fianco.
    Quando si voltò, la sua mente cominciò ad affollarsi di immagini appartenenti al passato e lei gli parve bella come quell’unica notte in cui le aveva fatto la promessa che, poi, non aveva mai mantenuto. La stanza n. 23, in quell’albergo, la telefonata alle tre del mattino, le lacrime inarrestabili, la decisione.
    Le si avvicinò in preda a una forte emozione e quando fu a un passo da lei, la guardò dritta negli occhi, lasciando che i pochi secondi trascorsi senza dire niente le dessero il tempo di inquadrarlo dentro un ricordo.
    – Ciao.
    Lei lo fissò per un attimo:
    – sei proprio tu?
    – Sì.
    – Sembra trascorsa una vita…
    – …ma tu non sei molto diversa da come ti ricordavo.
    – Nemmeno tu.
    Fece scivolare lo sguardo sulla catenina che portava al collo con una medaglietta, che lei istintivamente aveva stretto dentro la mano.
    – La porti ancora?
    – Non l’ho mai tolta.
    – Per tutti questi anni, l’hai tenuta con te!
    – Da quella notte. Sempre. Non ho mai dimenticato.
    Un silenzio imbarazzato aveva lasciato il tempo alla giovane donna che aveva visto accanto a lei di avvicinarsi:
    – Questa è mia figlia.
    – Molto lieto.
    Il sorriso gli si spense sul volto.
    – Sono venuta qua con lei e i miei due nipoti. Mio marito è morto due anni fa…
    – Mi dispiace. Anch’io sono venuto qui con qualcuno: mia moglie.
    – Credevo che tu…
    – Sono cambiate molte cose… e sono cambiato io!
    Una donna elegante giunse in terrazza e li vide da lontano. Lui fece un cenno con la mano:
    – Eccola, è lei.
    – Non posso crederci. Te la sei sposata.

    • No, ha sposato proprio quella! Non me l’aspettato. In questo caso, contrariamente a Tenar qui sotto, apri al non detto alla fine del tuo brano. È un altro modo per dire senza dire. Qui la faccenda si ingarbuglia ulteriormente. Noto il fatto che partendo dalle stesse premesse si possono sviluppare un’infinità di situazioni e sentimenti. Anche questo inizio non andrebbe lasciato senza sviluppo. Proseguire…

      • Non ero sicura di avere non detto!
        Dunque quella allusione, alla fine, tu dici che potrebbe avere a che fare con la famosa back story?

      • Al di là delle definizioni mi pare intrigante accennare al passato, alludendo, ricordando, omettendo. Non andrà usato sempre, ma proprio per questo dà una nuova prospettiva al presente narrativo. Crea spessore nella storia, che diventa a tre dimensioni.

  14. Tenar e Marina eccezionali! 😀

  15. Pingback: La back story | ilibridisandra

  16. Eccomi qui. Ci provo. Ho poco tempo. Ho scritto qualcosa di minimo. Vorrei capire se è sufficiente. Più tardi mi leggerò tutti i commenti.

    Salgo nell’ascensore con il passeggino, la valigia abbarbicata sopra. Schiaccio il mio piano, le porte si chiudono. Alzo gli occhi dalla valigia instabile e incontro il suo sguardo. Mi ha riconosciuta.
    – Anna… – sussurra incredulo. Sì, il mio nome. Cerco nei cassetti della memoria il suo file.
    – Sono Daniele –
    – Daniele… – cerco di imitare il suo sussurro. Lui arrossisce colpito.
    – Sei la stessa… – Guarda il passeggino. Qualcosa è cambiato.
    Le porte si aprono, vado a retromarcia.
    – Eccoti qui figliolo! – Stavolta lo riconosco, anche solo dalla voce: altera, esigente. Mi volto e i suoi occhi mi squadrano con lo stesso disprezzo di una volta.

    • Cara Isabella, sì, il tuo brano mostra la presenza di un passato tra Anna e Daniele. Non riesco però a comprendere l’ultima frase: chi dice «Eccoti qui, figliolo»? Il padre di Daniele, il padre del bambino? Mi sono perso.

      Però l’incontro tra due persone del passato, in modo diretto, è sicuramente storia precedente all’inizio del romanzo, quindi è back story; ma non ancora nell’accezione dichiarata dal nostro Michele (lui è molto esigente, dovremmo chiedergli un parere…). Michele aggiunge le allusioni per via indiretta, come elemento per intrigare il lettore. L’ultima tua frase effettivamente è la più incerta, quindi la più interessante del brano, almeno per me che non riesco a inquadrarla come quelle precedenti. Mi daresti un’aggiunta di trama? 🙂

  17. Dopo aver letto i vari commenti precedenti e aver riletto ciò che ho scritto ho le idee più chiare. Se ho capito bene devo aggiungere più dettagli possibili alla storia relativa al momento, tipo il colore della moquette dentro l’ascensore, giusto per distrarre il lettore, mettere quelle frasi chiave che fanno backstory e renderle più chiare. Giusto?
    Il passeggino contiene una valigia, non un bambino. Nell’ascensore ci sono solo Anna e Daniele. Invece di “stavolta lo riconosco” avrei dovuto dire ” Lui lo riconosco”. Sarebbe stato comunque nebuloso, ma meglio.
    La mia idea era quella di una storia tra Anna e Daniele, finita perché il padre rompiscatole ci aveva messo lo zampino, giudicando la ragazza non all’altezza del figlio. Lei non ricordava Daniele, perché debole, al contrario aveva ben memorizzato lo spocchioso padre.

    • Avevo intuito la presenza del padre, che potrebbe semplicemente apparire qualche riga più in basso, visto che la sua voce è vicina a chi esce dall’ascensore. Non è invece necessario, a mio parere l’aggiunta di dettagli. Anzi, la trovo controproducente perché distraggono il lettore. Per incuriosirlo bisogna dosare, centellinare, l’informazione sul passato. Non è però detto che questo debba avvenire proprio in questa scena. Già sapere che due persone si amavano in passato e una terza di è intromessa tra di loro, allontanandole, mi pare abbastanza intrigante.
      Avevo invece capito che nel passeggino ci fosse effettivamente un bambino. «Sei la stessa… – Guarda il passeggino. Qualcosa è cambiato», mi fa credere che il qualcosa che è cambiato rispetto al passato è la presenza di un figlio nella vita di Anna, che ora è diventata madre.

  18. Ok, niente dettagli inutili, sono d’accordo. Devo studiare il centellinamento. Andrò a rileggermi gli scritti precedenti. Riguardo il passeggino, hai ragione riguardo al bimbo. Il padre lo ha portato a spasso per un momento di intimità genitoriale maschile e lei se è andata da sola in camera, portando la valigia. Così Anna e Daniele possono starsene soli dentro l’ascensore. Il passeggino pensavo fosse una parte diversa di backstory. Quella che Daniele può solo immaginare vedendo il passeggino.

  19. Ho capito! Sì sposto il commento del padre più in basso. Meglio.
    🙂

  20. iara R.M.

    Bello! Appena posso, ci provo anch’io.

  21. iara R.M.

    Lo so, è passato del tempo, ma ho voluto provarci anch’io.

    La terrazza dell’albergo a quell’ora del mattino era fatta solo di sedie vuote e ombrelloni chiusi. Il sole non era ancora alto nel cielo, ma da lì a poco avrebbe scaldato quel nuovo giorno fino al tramonto, e io avrei tenuto il mio discorso al convegno, sotto gli occhi attenti dei più importanti medici della penisola. Da ricercatrice schiva, mi sarei risparmiata volentieri la ribalta, ma Fausto aveva programmato ogni cosa. Controllai l’orologio, il dottor Spinea, non dava l’idea di essere un tipo puntuale o forse, era già seduto da qualche parte e non me ne ero accorta. Mi guardai intorno: notai soltanto una coppia di anziani accomodati a un tavolino e il caffè che non avevo più bevuto. Sbuffando presi la borsa e feci per alzarmi, ma un’ombra indistinta mi si parò davanti.
    – WI-FI… Sei tu?
    Sobbalzai. Nessuno mi chiamava così da più di dieci anni, da quando ero ancora una studentessa di medicina. Rovesciai la tazzina e feci cadere la sedia su cui ero seduta. Alzai lo sguardo in direzione di quella voce maschile. Non avevo dubbi, avrei potuto riconoscerlo anche solo dall’odore.
    – Lupo!
    Nessun’altra parola interferì con i nostri sguardi che come demoni si affrontarono in un’altra dimensione schiaffeggiandosi, facendo l’amore. Guardai altrove; ciuffi di capelli scuri gli ricadevano disordinati sulla fronte.
    – I tuoi occhi… Hanno sempre vinto, ammisi.
    – Persino adesso, dopo tutto questo tempo?
    Non serviva rispondere. Lasciai che un sorriso ironico mi decorasse il viso, mentre mi perdevo per qualche istante ancora nel cupo abisso di quello sguardo che irradiava fiero i colori della tempesta. Mai avevo conosciuto qualcosa di più vivo.
    – Dottoressa Gloria Vermonti, ho letto questo cognome sulla lista dei relatori…
    – Sono registrata con il cognome di mio marito. Spiegai, anticipando la sua domanda.
    – Capisco. Esclamò pensieroso.
    Forse, aveva bisogno di qualche momento per registrare quell’ultima informazione o semplicemente, si stava chiedendo se io, non sapessi che sarebbe stato qui. Sentii che il disagio mi stava colorando le guance e decisi di cambiare bruscamente discorso.
    – Potrei avere la cartellina con gli appunti, per favore? La tua segretaria, al telefono, mi ha detto che l’avresti portata.
    – Certo, confermò, porgendola con gentilezza.
    Una voce improvvisa sopraggiunse alle mie spalle.
    – Mamma, finalmente! Fausto ti sta cercando ovunque.
    – Sono sempre stata qui, amore. Precisai. Sbrighiamoci a raggiungerlo, sappiamo bene quanto non gli piaccia aspettare.
    Guardai Matteo, i suoi occhioni grigi erano diventati due grossi punti interrogativi che mi lampeggiavano davanti alla faccia. Mi rivolsi di nuovo a lupo con un sbrigativo:
    – devo andare. Incontrarti è stato…
    – Bello? Suggerì lui.
    – Inaspettato, precisai e gli voltai le spalle prima che potesse rispondere qualcosa. Dovevo allontanarmi in fretta da quel passato che già una volta aveva cambiato la mia vita.

    • Prima di tutto qui non si è mai in ritardo. Anzi, si è sempre sul pezzo.
      Inoltre, il tuo lungo incipit mi porta a una riflessione sulla frase finale: «Dovevo allontanarmi in fretta da quel passato che già una volta aveva cambiato la mia vita», è una frase che apre sulla vera back story, da centellinare.

      • iara R.M.

        Mi piacciono questi esercizi, servono a ragionare su molti aspetti provando a metterli in pratica. Nel mio incipit, ho cercato di inserire questo “non detto”, disseminando indizi su un passato che c’è, ma non si vede esplicitamente. Tuttavia, non sono sicura che sia andata bene. Non so se sono riuscita a far intravedere tra le righe più di quanto è scritto. Forse, come dici tu la frase finale apre sulla vera Backstory… ok, quindi, devo partire da quella? Niente di quello che c’è prima aiuta a creare quella tridimensionalità di cui si parla? Scusa tutte queste domande, vorrei tanto capirci di più. ^_^

      • Al contrario, direi che l’incontro è necessario, ma il momento in cui scatta quel qualcosa in più, secondo me, è proprio nella frase finale che presuppone tutta una sequenza di fatti (un’intera storia) chiusi in sé. Non è poi detto che quel passato sia il tema principale della storia attuale. Il più esperto di queste cose è comunque Michele, che ti saprà dare qualche ulteriore spunto. Adesso gli citofono… 🙂

  22. iara R.M.

    OK. Intanto grazie mille a te, per gli input e aspettiamo l’opinione dell’ esperto. 🙂

    • Io sono esperto di niente, nella vita. Però ecco la mia impressione: il dialogo tra lei e lui è questa storia. Quella di adesso, intendo, perché lì non ci vedo backstory: la reazione di lei è chiara ed evidente. Anche io, comunque, non sono riuscito a evitare lo stesso errore.
      Il finale, invece, apre alla backstory: c’è un riferimento a qualcosa che è successo, del quale però mancano i contorni.

      Azzardo un suggerimento (ma questa è materia per Helgaldo): io toglierei tutto e lascerei solo il buco. Una cosa così:
      – WI-FI… Sei tu?
      Sobbalzai, rovesciando la tazzina e facendo cadere la sedia su cui ero seduta. Non avevo dubbi, avrei potuto riconoscerlo anche solo dall’odore. Alzai lo sguardo su di lui.
      – Lupo! I tuoi occhi… Hanno sempre vinto.
      – Persino adesso, dopo tutto questo tempo?
      Non serviva rispondere. Lasciai che un sorriso ironico mi decorasse il viso.
      – Dottoressa Gloria Vermonti, ho letto questo cognome sulla lista dei relatori…
      – Sono registrata con il cognome di mio marito.
      – Capisco.

      È il lettore che deve immaginare la lotta dei demoni 🙂

  23. iara R.M.

    Eh, questo niente che sa di tutto! Grazie anche per questo spunto splendido. Sarebbe interessante assistere allo spettacolo. Immagino che riflettere su tutti quei dialoghi di cui è fatta la nostra quotidianità possa davvero servire allo scopo. Pensando a me stessa mi rendo conto che con gli amici o i colleghi sono innumerevoli le volte in cui dico cose che sottointendono una backstory. Il punto è riportare questa vita tra le righe, lasciandola intravedere… Come uno sfondo su cui in rilievo si disegna altro. Grazie. ^_^

  24. Pingback: Thriller paratattico n. 72 – Di racconti, romanzi e un doppio sogno – Michele Scarparo

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