Di petali spontanei e di social pilotati

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Se qualche giorno fa mi sono occupato della creatività linguistica del piccolo Matteo, salito alla ribalta delle cronache nazionali grazie al suo fiore petaloso, che ha fatto il giro del web dopo l’imprimatur della Crusca, ieri l’altro ho espresso le mie perplessità sulla «spontaneità» della crescita virale di una notizia che, seppur degna di una favola moderna, mi pare anomalo possa esplodere in così poche ore senza che ci sia una mente in grado di veicolarne il passaparola social.

Scopro però – mi chiedo a questo punto se sono io l’unico in Italia – che la maestra che ha avuto la bellissima idea di sottoporre la parola nuova alla Crusca coinvolgendo tutta la sua classe, è la stessa educatrice che nel 2013, sempre con diffusione virale, ha pubblicato sui social una lista di non compiti per le vacanze, assegnati ai suoi alunni, che si è scoperto poi essere «copiati» da un decalogo di non compiti pubblicato su «Echino-Giornale bambino» nel giugno-agosto dello stesso anno.

L’autore di quel decalogo non solo si è visto scippare la paternità di quanto aveva pubblicato, ma ha ritrovato prima sui social, poi sulla Stampa, poi su Repubblica e infine anche in trasmissioni televisive molto seguite dal pubblico la nostra brava e solerte maestra che spiegava all’intervistatore di turno il suo (di lui) decalogo come se l’avesse invece concepito in proprio. Neppure un accenno alla fonte che l’aveva quanto meno orientata. Messa alle strette dall’autore ritenutosi plagiato la maestra ha sì ammesso di aver sbirciato quella lista pubblicata dal piccolo editore per bambini. Ma come tutti quelli che commettono un plagio, anche se per nobili fini educativi, aveva smorzato i toni dicendo di aver solo «tratto ispirazione», e i media avevano subito fatto cadere la questione, concedendo la totale paternità dell’idea alla maestra dalla penna rossa. Cosa degna di nota è che molti insegnanti hanno poi emulato il suo decalogo educativo, esaltandone così la sua grande creatività pedagogica.

Si sa che a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina. Non è che alla maestrina piace così tanto essere virale e finire poi in televisione, che appena un suo alunno mostra un po’ di quella genialità che solo i bambini sanno esprimere, lei subito mette in moto i canali giusti per finire nel circolo mediatico? Perché mi pare che qui ci siano tutti gli estremi di uno «sfruttamento creativo» di scolari per mettersi sotto i riflettori.

Una cosa mi preme a questo punto più del resto: dimmi come fai tu, semplice maestra, a risultare così virale che in tre anni è già la seconda volta che vai in televisione. Perché di aziende che investono capitali ingenti in fenomeni di cui tu sei tanto esperta ce ne sono anche di internazionali. Loro però assoldano staff e agenzie con piani marketing dai budget colossali. A te invece basta un quaderno a righe di quinta e dei pensierini da quarta elementare. Confessaci la tua strategia social, e noi ti seguiremo ovunque.

Post scriptum Se ti stai chiedendo come ho scoperto queste cose, ti dirò che mi è bastato digitare il suo nome su Google. Lo poteva fare anche un qualsiasi giornalista, tipo quelli che in televisione ci spiegano e sanno sempre tutto di tutto, giusto per rendere la notizia ulteriormente interessante. Invece no, ve lo deve dire Helgaldo, che giornalista non è, che non è niente, ma guarda un po’ com’è caduta in basso l’informazione ai tempi dei social (nel frattempo ho anche scoperto che la Crusca cerca di rispondere sempre ai dubbi linguistici che le vengono rivolti: la risposta giunta al piccolo Matteo – l’unica mens sana in corpore sano di tutta la vicenda – non è affatto un comportamento eccezionale da parte dell’Accademia, ma è la sua prassi istituzionale: però ai media piace tanto raccontarci delle favole, e ogni occasione è buona per fare un po’ di storytelling per il pubblico che ci segue da casa).

Buona giornata petalosa a tutti.

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20 commenti

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20 risposte a “Di petali spontanei e di social pilotati

  1. Ho letto questa faccenda della maestra in cerca di visibilità su Fb. Sapevo che era la stessa del decalogo dei compiti: per questo la storia del “petaloso” mi sta antipatica. Io, poi, di fronte ai fenomeni virali, ho un atteggiamento scostante: più mi imponi una situazione, una super novità che novità non è, più mi torturi il cervello con il passaparola e più in me monta una sorta di rigetto naturale. Potrei farti altri esempi, ma in questa sede diventerei estrema (come al mio solito!).

    Una buona giornata!

  2. Uh, che brutta cosa mi dici Hel! Non solo il fatto che codesta maestra ami le luci del palcoscenico, ma la faccenda del plagio è proprio orribile, ops. non ho citato la fonte! Dicono tutti così.
    Io caro mio ti citerò doppio. Sai che genialata di idea mi è venuta ieri? La storia dei due amanti ritrovatisi in hotel la interseco con quella del giocattolo interattivo di una tua proposta di trama di un mese fa o forse più! Eh?

  3. http://www.echino.it/la-lista-originale-dei-compiti-le-vacanze-di-echino

    Io, che ho pochi gradi di separazione dalla maestra social, sapevo già della sua vulcanica esuberanza. Che la Crusca non avesse fatto un eccezione non avevo dubbi; che l’insegnante stia meglio in un think tank che in una scuola potrebbe pure essere. Come al solito, però, mi interessa più l’analisi che il commento: una capacità di penetrazione sui social così alta vale qualche milionata di euro…

  4. Analisi impeccabile. Nell’era dell’esibizionismo globale (mi autocito) apparire è tutto, e c’è chi s’inventa di tutto pur di apparire.
    Vabbé, a questo punto mi adeguerò. Potrei proporre un neologismo alla Crusca, tanto per incominciare…

    • Propongo getiano, attinente al pensiero di Ariano Geta. 🙂
      Se è diventano d’uso comune socratico, kafkiano, kantiano non vedo perché no getiano. Ma devono usarlo tante persone, proprio tante affinché entri nel vocabolario.

      • “Getiano”… Chiederò a mia moglie, mia figlia, mio padre, mia madre e mia sorella di usarlo spesso nei loro profili social.
        ……. ripensandoci, forse è meglio lasciar perdere.

  5. Grazie! Sono domande che ci siamo posti anche noi: perché la rete rende virale il quaderno di un bambino, o la maestra che spaccia per una sua idea qualcosa che non le appartiene e non dà la stessa rilevanza all’idea originale solo perché è nata dalla penna di un’autrice (Maria Giuliana Saletta) ed è pubblicata da una piccola casa editrice (Mammeonline)? Perché il giornalettismo italiano segue questa onda e non cerca le fonti? Come hai ben scritto nell’articolo, bastava fare una piccolissima ricerca sul web per conoscere tutta la storia. Anche a noi interesserebbe scoprire questo mistero misterioso, senza disturbare la Crusca, solo per capire. Perché lavoriamo da anni al bellissimo progetto di Echino Giornale Bambino, con passione, professionalità e tanto amore, forse tutte cose scontate, che non fanno notizia. Poi arriva la maestrina di turno o il prof illuminato (in tanti hanno scopiazzato e rimaneggiato la mia lista) e diventano LA NOTIZIA.

    • Grazie per la tua testimonianza diretta.

      So quanta fatica, impegno, professionalità e amore costi qualsiasi iniziativa editoriale inedita, specie se legata al mondo dei giovani lettori. Che il tutto venga scippato tanto facilmente e diffuso tanto velocemente da chi ha gli skill, come si dice oggi, solo per queste azioni genera sconforto. I progetti validi avanzano sempre lentamente, giorno per giorno, in lunghi anni di lavoro redazionale. Pare invece che i social li brucino in poche ore, senza verificarne l’origine. Restano le domande, mie e tue, a cui credo se ne aggiungeranno altre.
      Che il giornalettismo italiano segua l’onda con fiducia cieca, è un’altra questione davvero imbarazzante.

  6. Dopo il tuo articolo sulla “crescita virale di una notizia”, sono andato a vedere da quale fonte avevo io stesso fatto rimbalzare la notizia su Facebook… Vuoi sapere chi era questo mio contatto a cui ho sottratto la notizia per condividerla con tutti gli altri miei contatti? Lo vuoi proprio sapere sapere? Ebbene, visto che sei curioso ti dirò che questo mio eccelso e attentissimo contatto (attentissimo a tutte le nuove notizie, quelle più succulente) era la maestra stessa! Già… solo che, la suddetta maestra, non è tra i miei amici di Facebook. E allora, come ho fatto a visualizzare il post sulla home tanto da essere spinto a condividerlo a mia volta? Non ne ho idea…

    • A questo fiore non c’è mai fine…

    • Qui però si esce dal preterintenzionale della bella favola successa “per caso” e ci si avvia dritti verso il premeditato. Vorrei sapere a quale padre verrebbe in mente di registrare il marchio di una roba del genere, fosse pure per i bambini del territorio. E poi marchio di che cosa? Metti anche che ci sia tutta questa voglia di fare esuberante e naif… Per appiccicare un marchio serve un prodotto, sotto, che faccia da supporto. E un prodotto non lo inventi lì per lì. Ci studi su, ci spendi per farlo, ci spendi per promuoverlo. Ah, no, scusa, quello te lo hanno fatto gratis.
      No, no. Questa puzza di operazione a tavolino lontano un chilometro.

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