L’avventura di due sposi

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Se per il nostro Circolo Pickwick dedicato all’analisi di celebri racconti brevi, ho scelto per la prima discussione Il barile di Amontillado, che ha fatto emergere interessanti osservazioni non convenzionali sulla scrittura di Edgar Allan Poe, il racconto che vi propongo oggi è ancora più famoso, e probabilmente per tutti voi si tratterà di una rilettura. Sto parlando dell’Avventura di due sposi, di Italo Calvino.

Personalmente la voglia di scrivere puntando a certi modelli di narrazione mi è venuta proprio da questo breve testo dell’autore della trilogia degli antenati. Se non l’avete a portata di mano nella vostra libreria, lo potete leggere integralmente anche in questa pagina web.

Aspetto con curiosità le vostre osservazioni. Ovviamente chi volesse aggiungere ulteriori considerazioni al racconto precedente di Poe, la discussione per quanto mi riguarda è sempre aperta. Vi attendo dunque nel nostro Circolo Pickwick virtuale. Buona lettura.

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31 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

31 risposte a “L’avventura di due sposi

  1. Sul fatto che Calvino (non me ne vogliano gli amanti di EAP) sia di un altro livello direi che non c’è neppure da discutere.
    Di sicuro la storia, così concepita, traspone in chiave moderna una serie notevole di tropi di derivazione favolistica: basti pensare al parallelo che si può fare tra questo racconto e un film come Ladyhawke, per esempio.
    Altra cosa che forse si può dire è che la mancanza costante di uno dei due protagonisti (che anche quando c’è è come se non ci fosse perché assonnato, distante con la mente, e così via) potrebbe fare pensare ad una voluta ricerca di leggerezza come “mancanza del peso di metà della coppia”. Dico “leggerezza” non a caso, ovviamente.

    • Aiutami. La storia di Ladyhawke è quella dove lei si trasforma in un essere che non potrà mai incontrarsi con il suo amore, perché hanno nature opposte, uno vive di giorno e l’altro di notte?

      Sì, il fatto che quando c’è uno dei protagonisti manchi l’altro, in un certo senso è il meccanismo di un rincorrersi senza mai raggiungersi o congiungersi; ed è chiaramente il gioco che tiene uniti i fili del racconto. Non parlerei di leggerezza invece perché Calvino scrive queste storie all’inizio della sua carriera editoriale, mentre la leggerezza fa parte di un altro Calvino, che medita sulla sua prosa con una maturità letteraria ben diversa a fine carriera.

      Al di là dei discorsi alti sarebbe interessante riuscire anche a toccare i punti più attinenti alla scrittura tout court. Ho molti spunti da imbastire a partire da questo racconto. Te ne dico uno che so che ti interessa da vicino. La back story, di cui parliamo da un po’ di tempo. Mi pare che in questo racconto il pregresso dei protagonisti (da quanto tempo sono sposati, come si sono conosciuti, in che condizioni vivono, quali sono i problemi quotidiani) stia sullo sfondo e non venga usato direttamente nella narrazione. Così come non sappiamo qual è l’offesa scatenante della vendetta del protagonista nel Barile di Amontillado, allo stesso modo non sappiamo nulla della vita precedente dei due sposi, ma il racconto ne fissa soltanto una giornata tipica, che diventa la storia di tutta una vita di coppia. Sappiamo che sono giovani dal titolo, che sono poveri (bicicletta o tram per giungere al lavoro), che si amano malgrado le fatiche quotidiane. Penso a volte che qualsiasi aspirante scrittore sarebbe invece subito passato a raccontarci di loro, dei loro sentimenti intimi, di come si sono innamorati. Calvino invece non è interessato a dirci tutto ciò, se non in maniera mediata dai loro gesti. L’avventura di due sposi è un esempio concreto di una storia che per il 99 per cento sta sotto la superficie dell’iceberg, e di cui Calvino ci mostra solo la punta.

      Calvino rende più di Edgar Allan Poe? Può essere, sono d’accordo. Ma Calvino ha alle spalle cento anni di letteratura moderna in più di Poe. La letteratura moderna inoltre parte da Poe. Quindi Calvino ruba un po’ di mestiere all’altro, non credi?

      • Esatto: Ladyhawke è quello (https://it.wikipedia.org/wiki/Ladyhawke)

        Sulla back story potrei darti ragione, ma a una condizione: definire un obbiettivo. Come tutte le tecniche, anche la back story è funzionale a un obbiettivo e qui, almeno per la mia vista corta, non produce un avanzamento della storia. Certo però assolve egregiamente quella funzione di definizione del vuoto, lasciando il compito a chi legge di farne un pieno e cavarci la statua. Noi scribacchini non avremmo saputo esimerci dal raccontare il pieno, invece di mostrare il vuoto.

        Siamo tutti nani sulle spalle di giganti: io posso rubare un po’ di mestiere a Calvino e anche a Eco, e guai se non mi chiamano per un ciclo di Lezioni Americane. 😛

        L’avventura di due sposi strizza l’occhio e anche qualcosa di più a Manzoni, tanto che quando ne fecero il film gli cambiarono nome (che sia stato proprio Calvino a suggerirlo?). Però, il virgolettato nel titolo è una cosa che non s’affronta e sai meglio di me che le vie dei titoli sono strane e insondabili: a me, scritto così, dà l’impressione che ci sia un finale ulteriore, non detto, dopo l’ultimo punto.

      • La back story per un racconto, oltretutto breve di tre paginette, è qualcosa che delimita i confini dell’apertura e della chiusura. Per un romanzo avrebbe un potenziale espressivo invece enorme. Resta il fatto che questo racconto sembra proprio progettato come un segmento temporale qualsiasi della vita dei due protagonisti. Un segmento che è unico ma eterno, basato su azioni percepite come ripetute anche senza che venga posto l’accento sulla ripetitività. Inoltre il finale è circolare, si torna al punto di partenza con un cambio di prospettiva da un personaggio all’altro. E anche questa è una finezza, che noi scribacchini spesso non sappiamo creare nelle nostre storie.

        Quell’avventura è poi tra virgolette in senso figurato…

  2. La scrittura di Calvino ha il dono di lasciarmi al solito freddo e annoiato. Tutto cervellotico, geometrico – la geometria in Calvino è istintiva, automatica, consueta – con questi due operai, moglie e marito, che si cambiano di posto al lavoro e a casa con perfetto sincronismo, un parallelismo che non si può non notare. Poi però c’è la nota romantica ad aggiustare tutto e a donare un po’ di calore: quel lato del letto condiviso, a turno, da entrambi; una rottura in quest’alternanza ciclica, quasi stagionale che pare destinata a non interrompersi neppure nei fine settimana (di cui Calvino di proposito non parla). Tuttavia anche la nota di romanticismo è una nota fredda, o meglio, tiepida: come il calore che rimane avvinghiato alle lenzuola usate nel turno precedente dal coniuge a riposo. Questo spaccato è molto interessante; sarebbe stato più interessante, temo, se fosse stato scritto da Dostoevskij.

    • Caro Salvatore, mi ritrovo d’accordo con metà delle tue osservazioni. Calvino geometrico sì, anche in senso spaziale. Aggiungo anche la freddezza, che però identifico a livello di scrittura: non concede nulla al lettore in fatto di parole. La scrittura è piana, monotona, senza frizzi. Ma è questa la forza di questa prosa. Racconta la banale quotidianità di un amore, che si percepisce come malinconico e struggente a tratti, pur senza usare parole barocche che puntano all’effetto, come spesso facciamo invece noi nei nostri racconti.
      L’amore è vissuto come tenerezza, e infatti è con quelle parole che si conclude il racconto. Trovo questa prosa molto editoriale. A qualcuno non piace Hemingway per lo stesso motivo. Questo racconto di Calvino è un po’ una cronaca, apparentemente oggettiva, di una vita di coppia – ma anche sociale – e le parole usate forse sono fredde perché vogliono descrivere una realtà cruda.

      Ti sottopongo poi un’osservazione sul titolo (lancio un po’ di sassi nei vostri commenti affinché mi forniate un giudizio più analitico di quello generale espresso finora, cioè più vicino alle scelte di scrittura e meno interessato al messaggio generale). L’avventura di due sposi. In realtà non c’è nulla di avventuroso in ciò che viene raccontato. Quindi quell’avventura sarebbe da mettere tra virgolette. Calvino non lo fa, perché forse vuole mostrare che anche la quotidianità per uno scrittore può essere vista e interpretata come avventura.

      Ma poi tu, nella tua prosa, non ricerchi delle geometrie? Mi sembrava che in passato mi avessi detto di sì, che le ricerchi.

      • Mi fai tre domande, ti darò tre risposte:

        1. D’accordo sul fatto che in questo specifico racconto una scrittura piana, fredda a tratti tenera e a tratti annoiata, senza alcuno spazio concesso agli slanci, può aggiungere semantica al soggetto; ma la scrittura di Calvino è sempre così! Qualsiasi cosa scriva ha lo stesso “maledetto” andamento. Quindi la sua non è una scelta mirata; lui scrive in questo modo, e per fortuna che non ha avuto la cattiva idea di scrivere romanzi rosa…

        2. Sul significato di avventura invece il discorso si fa stimolante, perché proprio la scrittura piana e i fatti di vita ultra quotidiana ci fanno intendere che l’avventura del matrimonio qui intesa non è quella fiammata tutto luci e ribalta, petardi e botti, che si vive all’inizio né un viaggio emozionante che attraversa la vita di coppia come, appunto, un’avventura, ma la sterile, piatta, tenera quotidianità. E ce ne vuole di coraggio e abilità per affrontarla.

        3. Sì, certo che cerco la geometria: nella struttura; ma la scrittura dev’essere emozionante, emotiva, profonda. Deve, da lettore, farmi sognare. Non siamo geometri, nemmeno ingegneri: ma dannati poeti di prosa.

      • Per fortuna nostra Calvino non ha mai pensato di scrivere romanzi rosa. Non ci avrebbe regalato i grandi romanzo che l’hanno reso famoso non solo in Italia. Sul secondo punto, credo che sia una delle maggiori doti dei grandi della letteratura: mostrarci la straordinarietà del quotidiano. Per la straordinarietà del bizzarro bastiamo noi pessimi scribacchini. 😀
        Infine il terzo punto: la scrittura di Calvino è emozionante, emotiva, profonda. Molto più la sua da geometra, come dici tu, che la nostra da dannati (senza prosa né poesia).

      • Associare Calvino a emotivo e a emozionante mi pare un tantino azzardato… Mi creda. XD

      • Credo invece che l’atmosfera di questo racconto sia proprio emotiva ed emozionante, e le parole proprio perché prive di effetto scenico lo rendano ancora più evidente. Un po’ come la luce e la musica in un film, è quello che emoziona, non vedere una smorfia di dolore sulla faccia di chi recita. Sentiamo cosa ne dicono altri su questo punto.

  3. Un altro aspetto di questo racconto che vorrei discutere con voi. Il fatto che il punto di vista si sposta dall’uno all’altro dei protagonisti senza stacchi particolari.
    Come già sapete, io con il punto di vista faccio un po’ a botte, non ci capisco molto. In questo caso iniziano con Arturo e poi passiamo spontaneamente a Elide, ci avete fatto caso? A volte è lui che guarda lei, altre è il contrario. Entriamo a tratti nella mente di entrambi, ma senza il distacco del narratore onnisciente, ma con una narrazione immersa.

    Se ci trovassimo nella rubrica di Michele, quella dove giudichiamo la scrittura di qualche autore anonimo, credo che qualcuno lo indicherebbe come errore. Sbaglio io in questa disamina, o qui c’è un piacevole errore da parte di Calvino?

  4. iara R.M.

    Io lo trovo proprio bello questo racconto e quando lo leggo non penso ad altro che alla vita – non vita di questi due sposi. Ne immagino la realtà, il tempo trascorso ad attendere l’altro per quella manciata di momenti che gli è concesso di condividere; sento il loro amore e la frustrazione che accompagna le loro giornate. E’ proprio attraverso gesti semplici, rituali, che arrivano dirette tutte le emozioni. Intimità, credo sia la sensazione giusta per descrivere la mia sensazione. E trovo che riuscire a trasmettere tutto questo, senza usare frasi a effetto, ma descrivendo semplicemente la realtà nelle sue miserie quotidiane, riveli qualcosa di più di una grande capacità. Sensibilità e uno sguardo che sa scavare nella superficie.

    • Sono d’accordo con la tua sensazione. Per me è molto romantico questo racconto, parla di un amore silenzioso e a tratti struggente, non patinato. Bisognerebbe scoprire come Calvino riesca a giungere a tanto con pochi mezzi espressivi.

      • iara R.M.

        Boh, forse parla di cose vere, con sensibilità, senza cercare di renderle migliori.

  5. iara R.M.

    Riguardo al punto di vista, a me è sembrato esterno. Cioè una terza voce che narra, ponendo il focus prima su Arturo e poi su Elide. Ma forse, mi è parso male… Chi spiega? 😛

    • Attendiamo fiduciosi chi può dirci di più. Magari è tutto esatto. Leggo spesso però che quando si cambia punto di vista viene spesso chiesto almeno un salto di riga. In questo caso, invece, il punto di vista cambia anche all’interno dello stesso blocco di testo, a volte.

      • Davvero sei sicuro che il punto di vista cambi all’interno dello stesso blocco di testo? Io non direi; direi invece che l’andamento della voce narrante, terza in bilico tra l’esterna e l’interna, ha un andamento geometrico perfettamente speculare al racconto.
        A voler fare dell’intransigenza sarebbe un errore (e magari Tenar può essere più lucida, su questo) ma così funziona. E quindi ha ragione il vecchio Italo. 😉

      • Sicuro che Calvino ha ragione. Mi era parso a un tratto che nella stessa frase si passasse da uno all’altro, invece era il punto di vista esterno che raccontava i pensieri di lei prima e di lui dopo. Nessuna intransigenza, anzi. Mi chiedo se noi invece avremmo scelto questo ondeggiare e non invece un unico punto di osservazione, penalizzando Elide rispetto ad Arturo, perdendoci metà delle sensazioni nel tentativo di essere sempre congruenti al punto di vista di chi appare per primo nel racconto. Forse avremmo raccontato il tutto in prima persona, sbagliando l’inquadratura della storia.

      • L’intransigenza non è certo tua o mia, ma di qualche eventuale talebano dello storytelling 🙂

        Qual è la frase incriminata, secondo te?

      • Nessuna frase incriminata. Solo passaggi veloci da uno all’altro, ma sempre in maniera naturale. «Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se ogni cosa era in ordine. S’abbracciavano. Arturo sembrava che solo allora capisse com’era morbida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva le scale. Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro». Qui c’è prima una terza persona immersa in lui e poi in lei. Lo stacco è dato solo dall’a capo. O sbaglio?

        Mentre ricopiavo questa frase pensavo alle simmetrie del racconto. La più evidente è quella del letto, il dormire dalla stessa parte, che è l’unico modo che hanno per dormire «insieme» i due giovani sposi. Però anche il pensiero di lui che immagina lei che raggiunge il tram e aggrappata in mezzo agli operari e poi lei che immagina lui forse oltre il gasometro in bicicletta. E credo che nel racconto ce ne siano altre che formano un reticolo di affetti tra i due protagonisti, compreso il turno di notte e quello di giorno.

      • In realtà non è immersa in lei; non fino alla fine, quando: “ne provava una grande tenerezza”. Per me è più una terza esterna, perché racconta la scena. Lo fa talmente bene, però, che ti immagini anche cosa stia pensando lei.
        Gli a capo staccano, è vero. Lo fa perché è un racconto, in un romanzo sarebbe meno accettabile. Però è vero che lui rende così prevedibile lo sfumare dall’uno all’altra che il carico cognitivo indotto dal cambio di punto di vista, per il lettore, è davvero minimo.
        Il racconto è tutto una simmetria; un gioco di specchi, persino.

      • Consideriamo anche che dall’odore dell’impermeabile di lui lei coglie il tempo esterno e viceversa lui intuisce il calore e il profumo di lei rimasto avvinghiato al letto.

  6. Domani leggo tutto con calma, racconto e commenti. La mia giornata si concluderà con un buon libro in mano, spansata nel mio angolo di divano!
    Notte! 🙂

  7. È un racconto costruito in modo un po’ semplicistico, racconta una giornata come se tutte le giornate fossero identiche a questa, perciò io credo che in effetti non vada inteso in senso realistico come se fosse la storia di questa coppia, ma piuttosto come una rappresentazione dello stile di vita della società industriale moderna che finisce col condizionare i rapporti tra le persone adattandolo ai suoi ritmi implacabili. I veri protagonisti non sono Elide e suo marito ma piuttosto tutti noi, legati a orari inderogabili che spesso non si incastrano con quelli dei nostri famigliari. A me capita spesso di pranzare da solo per dire, oppure di pranzare con mia moglie ma senza mia figlia perché sta a scuola sino alle due e io invece rientro al lavoro all’una e mezza… Io lo vedo proprio come la messa in scena dei nostri ritmi di vita.

    • La tua analisi mi pare correttissima, tranne forse per una parola: semplicistico. La sostituirei con raffinato. Come ha detto prima di te Iara, si legge in questo racconto la nostra vita, e non quella dei due sposi. Anzi. La dinamica che si instaura tra i due sposi non è altro che un modo indiretto per raccontare la nostra società che si allontana dalla vita vera. La fabbrica, che sta sullo sfondo, il lavoro, il turno di giorno o di notte, non è mai raccontato direttamente. Ma detta i tempi anche dell’affettività tra i due coniugi, in un certo senso è l’antagonista della storia.

      Però la storia si può anche intendere come quella di una coppia, e del loro amore. La grandezza di uno scrittore sta nel creare piani sovrappasti di lettura. Calvino osserva la società in cui vive, e ne percepisce la disumanità. Non ce la racconta direttamente, diventerebbe un trattato sociologico. Si sente la smaterializzazione dell’individuo senza doverlo dire apertamente come si percepisce l’amore della coppia, senza doverlo enfatizzare.

      Spesso in quello che scriviamo noi trovo o l’uno o l’altro elemento, raramente entrambi. Oggi poi c’è la fuga da una realtà che non ci piace tramite il romanzo. Invece dovremmo essere più scrittori sociali. Anche se fossimo intenti a un fantasy non dovrebbe essere altro che un’altra rappresentazione di ciò che si vive nel nostro tempo nel bene e nel male.

      Come ho detto all’inizio dei commenti, sono tanti gli spunti che scaturiscono da questo racconto. Che trovo attuale malgrado abbia più di sessant’anni.

  8. “Dovremmo essere più scrittori sociali”. Sì, sono d’accordo. Ci ho anche provato in un paio di occasioni, ma sono stati gli ebook che hanno avuto il riscontro più basso. Quelli di evasione, per così dire, invece sono piaciuti di più. Più che gli scrittori sociali forse mancano i lettori sociali…

    • Preferisco le minoranze… Nel tuo blog parli di sociale anche quando scherzi, credo che l’apprezzino in molti. I lettori sociali esistono, è che sono poco moderni, o almeno lo sembrano. Però noi non siamo modaioli, quindi… Non c’è due senza terzo eBook…

  9. Quando leggo un racconto la prima cosa che mi viene spontaneo fare è capire il perché del titolo, cioè cerco nella narrazione quel qualcosa che lo giustifichi o lo spieghi, perché è in esso che l’autore chiude tutto il significato della storia. Così, io leggo “l’avventura di due sposi” ed entro in una pagina di quotidianità che si ripete con i suoi schemi e la sua triste routine. Allora penso che Calvino abbia usato quel termine con ironia, quasi a volere suggerire tutto il contrario di quello che un’avventura prevede. Con un sorriso amaro descrive la giornata tipo di una coppia di innamorati che per “stare insieme” deve accontentarsi del calore reciproco rimasto intrappolato fra le lenzuola, in assenza ora dell’uno ora dell’altro; che ha il tempo di un lavaggio di denti per scambiarsi qualche velata effusione. Fotografa una realtà tenera e triste nello stesso tempo che vale quasi come un’avventura al contrario.
    Calvino ha descritto in tre pagine la bellezza dentro una consuetudine che, di norma, è tutto tranne che bella: mi sembra ci sia un fluire di pensieri che passano con estrema naturalezza da lui che arriva ad allungare le orecchie fino a percepire il rumore della pedana del tram per arrivare a dire “ecco l’ha preso” a lei che fa lo stesso pensandolo ormai oltre il gasometro. Questi due si rincorrono nei gesti, nei pensieri, nei desideri che non possono soddisfare e si vede tutto: il loro amore e la loro triste quanto necessaria condizione. Non ho bisogno di chiedermi perché sia così, a me piace buttare un occhio in questa piccola finestra sulla quotidianità e vedere queste due persone amarsi in tale modo. Che l’avventura che intende Calvino sia questo appuntamento con i minuti in cui entrambi possono condividere finalmente qualcosa? sia essa uno sguardo, un abbraccio, la pelle morbida che sfugge sotto le mani di lui costrette a riprendere la bici e ricominciare tutto da capo?
    Io ho trovato il racconto bello, asciutto, senza fronzoli, senza la pretesa di provocare reazioni di comprensione o pietà per questi due poveri sposi. Ecco, poveri lo sto dicendo io, non me lo ha detto Calvino.

    Intanto, questo è il mio pensiero a caldo. Ora leggo tutte le vostre considerazioni.

    • Le tue considerazioni a caldo sono molto calde. Non ci resta che imparare a osservare i personaggi con la precisione di Calvino, usando parole il più possibile precise.

  10. iara R.M.

    L’avventura di due sposi… Il titolo mi evoca qualcosa di molto semplice: la condivisione della vita con tutto quanto c’è di prevedibile e imprevedibile. Credo che una delle avventure più grandi sia proprio quella di unire il proprio destino a quello di un altra persona, e percorrerlo insieme.

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